L’efficacia del peacebuilding | Giulia Faraci

Il podcast The Peace Corner ha l’obiettivo di mostrarci come in uno scenario di conflitto si insinui prontamente un aiuto internazionale. Ma questi aiuti hanno sempre proposto soluzioni idonee? Talvolta i peacebuilder locali e i cittadini comuni conoscono meglio quali sono le cause profonde e le soluzioni alla violenza che colpisce la terra dove sono nati. Ma perché allora sporadicamente vengono ascoltati? Il Podcast è incentrato sull’intervento di due donne che hanno fatto della ricerca della pace la loro carriera. 

La prima è Severine Autesserre ricercatrice e autrice di molti libri fra cui ‘Guerra e Pace’, professoressa di Scienze Politiche e specializzata in relazioni internazionali, al Barnard College, Columbia University (USA). La seconda è Shadi Rouhshahbaz, giovane peacebuilder, laureata in Scienze Politiche e con un dottorato in Inter-Mediterranean Migration & Mediation.

Come è iniziata la vostra carriera da peace-builder?

Severine racconta della sua prima attività di ricerca iniziata in Kosovo per poi proseguire in Congo e Afganistan. Inizia a scrivere i suoi libri portando la narrativa della violenza dei conflitti sotto il focus di possibili soluzioni. Una carriera iniziata molto presto motivata soprattutto dalla volontà di far cessare quel circolo di rivalità e potere politico che conduceva solo a guerre violente. L’autrice spiega subito l’importanza di collaborare con cittadini locali in operazioni di peacebuildingaffinché possano offrire una chiave di lettura di particolati situazioni per le quali gli ‘stranieri’ fornirebbero soluzioni inefficaci.

Shadi racconta invece del suo esordio in Iran nel 2016. In queste realtà locali raramente viene riconosciuta la costruzione della pace come una priorità e talvolta viene equiparata persino a minacce all’ordine pubblico. Nonostante questo, sono molti i giovani che con grande spirito di coraggio e resilienza affrontano il cambiamento. La loro leadership interculturale può spianare la strada ad altri attori e istituzioni, sia nelle comunità che a livello globale. Nel 2017 si sposta a Bangkok dove comincia l’attività nel settore di Peace-Building come delegato Consultazione su Gioventù, Pace e Sicurezza. Nel 2019 Shadi continua la sua attività in Tunisia dove ha anche portato a termine il suo dottorato.

Come mettere in atto soluzioni di pace?

Severine Autesserre con il suo libro di ricerca Peaceland suggerisce una nuova spiegazione del motivo per il quale gli interventi di pace internazionali spesso non riescono a raggiungere il loro pieno potenziale. Il suo approccio si basa su diversi anni di ricerca etnografica nelle zone di conflitto di tutto il mondo. L’autrice dimostra che gli elementi quotidiani, come le abitudini sociali degli espatriati e gli approcci abituali per comprendere le loro aree di attività, influenzano fortemente l’efficacia del peacebuilding. Atteggiamenti e azioni comuni consentono ai peacebuilder stranieri di operare sul campo, talvolta provocando conseguenze non intenzionali che ostacolano gli sforzi internazionali. Shadi Rouhshahbaz è consapevole che il conflitto sia un carattere fondante e inevitabile in qualsiasi società , e che i conflitti, quando pacifici e nonviolenti , svolgono una funzione anche positiva e di progresso.

Severine Autesserre

Il punto non è dunque come eliminare le guerre, ma come minimizzare i suoi impatti negativi, come prevenire il ritorno alle armi, e come facilitare processi di trasformazione e cambiamento in modo nonviolento, sostenibile ed equo. Gli interventi internazionali si sono moltiplicati dalla fine della Guerra Fredda, con operazioni delle Nazioni Unite, agenzie non governative, missioni diplomatiche e organizzazioni regionali sempre più numerose e influenti. Questi contributi esterni possono fare la differenza tra guerra e pace se messi in atto con una giusta “ricetta”.

Indipendentemente dalle condizioni locali, gli interventi di pace stranieri aumentano le possibilità di stabilire una pace duratura. Secondo Autesserre le Nazioni Unite utilizzano quello che viene definito un approccio cookie-cutter ovvero una metodologia che non si plasma al contesto di riferimento ma viene utilizzata in situazioni differenti. In questo modo gli sforzi della comunità internazionale non sempre riescono a ottenere i risultati auspicati. Il mantenimento della pace così come viene praticato attualmente risulta essere “un cerotto su una ferita aperta”.

Per concludere, è importante intervenire pacificamente in quei territori che hanno la necessità di portare a termine il loro progresso di transizione alla pace. Questo perché inizialmente quello che può sembrare un conflitto contenuto può rapidamente destabilizzare regioni vitali e la guerra crea facilmente un territorio fertile per instaurazione di terrorismi e illeciti.

Human Peace Sign

Mi ha colpito molto come gli aiuti che mirano a guarire la sofferenza in realtà possono anche alimentare la violenza o essere uno strumento di guerra. Il punto saliente allora è che le missioni di mantenimento della pace delle Nazioni Unite falliscono proprio perché si basano su soluzioni dall’alto verso il basso, piuttosto che su strategie dal basso che attingono alla conoscenza locale. 

Bisognerebbe dunque puntare a strategie locali e personalizzate promuovendo quella che viene definita una “cultura di pace”. Lavorando in questo modo si possono definire delle linee guida da poter diffondere nelle diverse operazioni di peacebuilding, evitando però di promuovere degli approcci universali (approccio cookie-cutter).

È infatti affascinante riscontrare come dando la possibilità ai cittadini di osservare le cause dei loro stessi conflitti si siano riuscite a costruire soluzioni comuni di pace. Alle Nazioni Unite spetta dunque il compito di intensificare il reclutamento di personale con ampie competenze dei contesti locali e che sia in grado non solo di parlare le lingue locali ma anche di saper comunicare attraverso la “lingua della pace”. 


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