L’appello di pace da quel continuo teatro di guerra che è Capo Teulada

Daniela Bezzi

Molto bello, forte, coinvolgente il messaggio che è stato letto da una giovane attivista all’inizio dell’ennesima marcia a Capo Teulada, organizzata il 1 novembre scorso da un folto schieramento di Comitati pacifisti della Sardegna. Ve lo condividiamo integralmente.

Benvenuti a Teulada, uno dei territori più belli della Sardegna, in gran parte occupato da basi militari.

Molte di queste spiagge sono inaccessibili, aperte due mesi all’anno, o estremamente inquinate, tanto che è sconsigliato frequentarle spesso. 

Oggi abbiamo deciso di riappropriarci di questo territorio, cercando di vedere coi nostri occhi quello che succede e che non viene così tanto raccontato. 

Essere qui, tutt* insieme è importante, perché non è scontato.

Le parole che abbiamo usato per questa giornata sono salute e ambiente, due parole che hanno occupato le nostre vite negli ultimi due anni a causa di un problema strutturale che ha mostrato le sue falle e che viene chiamato emergenza.

In Sardegna la salute e l’ambiente sono emergenze strutturali. Sembra un ossimoro, ma nella nostra terra invece si vive in un continuo stato di allarme e di instabilità.

Abbiamo ritenuto necessario fare una marcia che rivendicasse il diritto di mostrare quello che succede, perché l’esperienza diretta e le storie delle persone sono le più significative e piene di verità. La verità è quello che si vive quando si attraversano questi territori, non esistono finti problemi o bugie.

Esistono solo drammi non raccontati e dati non raccolti adeguatamente.

Non so come si possa dormire seren* la notte sapendo che la nostra terra ospita la maggior parte delle basi militari di tutta ItaliaE che su questi terreni viene preparata la guerra. Non so come si possa dormire tranquill*,  perché tutto questo non riguarda solo la Sardegna, ma anche i paesi in cui poi viene esportata la guerra.

Noi che spesso diciamo di essere una colonia, non possiamo prenderci la responsabilità di ospitare delle esercitazioni che producono guerra e saccheggio in terre lontane da noi, lontano dai nostri occhi.

Cominciamo a svelarlo a chi è nella nostra vita, come accadono le cose. Come nasce e viene preparata una missione, una guerra. 

Come cominciamo ad ammalarci di tumore. Ricostruiamo la catena di questi fatti così grandi e lontani da noi e capiremo che la macchina è grande ma gli ingranaggi sotto i nostri piedi e li stiamo calpestando. 

Oggi qualcosa la possiamo vedere, ma non tutto. 

Non quello che succede lontano da noi. 

Ma anche di quello dobbiamo occuparci. Della salute degli altri, dell’ambiente degli altri.

Gli eserciti sono la cosa più orribile e tuttavia  emblematica del mondo in cui viviamo. La forza di questo sistema patriarcale e la sua difesa.

Io come donna, avrei tante cose da dire su questo.

E non accetto di lavare i panni sporchi delle servitù militari in casa.

Volevo ringraziare se fra noi ci sono, le persone e soprattutto le donne che vivono in questo territorio, che stanno ospitando questa marcia e che si ritrovano ogni giorno a prendersi cura di una comunità e di una terra che nel frattempo viene distrutta.

Si, la nostra lotta è radicale ed è una lotta difficile in cui non ci sono compromessi, non ci sono possibili aggiustamenti. E questo è direttamente proporzionale ai danni contro cui ci stiamo ribellando. Danni territoriali e globali. Contro un mondo patriarcale e capitalista.

Per saperne di più ho chiamato a Cagliari Antonella Piras, capofila di quel collettivo di Madri contro la Repressione, contro l’Operazione Lince, di cui già avevamo pubblicato un primo appello su questo sito.

 “Le previsioni promettavano pioggia, alla partenza dei pulmann da Cagliari eravamo meno del previsto, ma alla fine tra quelle dune bellissime di Capo Teulada ci siamo trovati in parecchi, con le parole d’ordine di sempre, per dire con forza il nostro NO a questi teatri di guerra che da decenni vorrebbero farci ingoiare. Bella parata di striscioni, palpabile entusiasmo nel ritrovarci di nuovo tutti lì dopo l’ultima iniziativa che dopo il lungo lockdown avevamo organizzato prima dell’estate… è stato bello”.

“Ho letto che si sono verificati degli scontri nonostante fosse una manifestazione autorizzata…”

“Beh, no. Una vera e propria autorizzazione non l’avevamo, ma neppure divieto. La manifestazione era stata annunciata, circa l’accesso alla spiaggia non era pervenuta alcuna prescrizione, per cui a gruppetti sparsi abbiamo superato i varchi e come hai visto dalle foto che abbiamo postato sui nostri siti … l’abbiamo attraversata” chiarisce Antonella mentre tra me e me si coagula l’immagine: spiaggia-sbarrata, un pezzo di paesaggio (tra l’altro tra i più belli che l’Italia possa offrire) negato ai suoi abitanti, negato a tutti noi, sacrificato alle prioritarie esigenze di training bellico. “E tra l’altro il dispiegamento in difesa della spiaggia non ci è parso lì per lì così imponente. Ciononostante un gruppetto di agenti in tenuta antisommossa si è messo a un certo punto di traverso quando siamo arrivati a Porto Tramazzo, hanno attaccato soprattutto i più giovani, noi più anziani abbiamo cercato di fare scudo, una ragazza è stata colpita alla testa, c’è stato un momento di tensione. Ma è stato bellissimo lo stesso: trovarci di nuovo in quel luogo che sentiamo nostro, sentirsi Movimento… momento di grande forza, grande unità.”

Lo stesso mi dice una giovane attivista che sento un attimo dopo, generazione successiva a quella di Antonella: “E’ stato molto molto bello. Tutto. L’essere lì, il riappropriarci di quel luogo, il senso di unità tra di noi, ma anche il percorso che ha reso possibile questa iniziativa, le tante riunioni che hanno preceduto questo giorno, la consapevolezza di qualcosa che siamo riusciti a costruire in tanti e che non si esaurirà con questa marcia. Perché come già avevamo appurato in quell’iniziativa che avevamo organizzato prima dell’estate il lavoro da fare da qui in poi è proprio sul fronte dello scempio ambientale, non hai idea cosa abbiamo trovato su quella spiaggia, ogni genere di residui delle varie esercitazioni, tra l’altro insieme a noi c’era una piccola squadra di reporter francesi, che hanno filmato tutto quello che era possibile filmare e quindi: la marcia è stata anche un produttivo sopralluogo, abbiamo raccolto moltissima documentazione che non mancheremo di far valere nelle sedi più opportune.”

Grande assente dai negoziati di Glasgow, come in tutte le precedenti International Conferences che hanno simulato una qualche presa in considerazione dell’emergenza climatica in passato: la guerra. E non solo le guerre guerreggiate, quelle che si combattono ogni giorno nei vari altrove del pianeta, paesi cosiddetti in via di sviluppo dove il mai finito retaggio coloniale continua anche nel presente sotto forma di saccheggio delle risorse, generando conflitti, interventi militari, insediamenti rasi al suolo, un costo anzi perdita non solo in termini di vite umane, un costo enorme anche per l’ambiente, in termini di emissioni.

Ma prima, durante e dopo la guerra c’è un intero settore produttivo, tra l’altro in continua crescita, evoluzione, ricerca, innovazione, che ha continuamente bisogno di collaudi. Esercitazioni, simulazioni, attacchi per mare e per terra come se fosse guerra vera – in quelle aree off limits che sono le basi militari, teatri di guerra di cui il mondo è pieno, solo gli Stati Uniti ne vantano centinaia di cui 7 in Italia. Con una produzione di CO2 letteralmente incalcolabile perché come è noto, l’intero ambito delle attività militari è esente da “certificazioni” utili ai fini di una seria progettazione verso la transizione ecologica. Una molteplicità di siti, attività, situazioni tra i più inquinanti del pianeta, che non è mai stata presa in considerazione – e non lo sarà neppure a Glasgow.

Precisamente su questo terreno di ricerca – lavoro essenzialmente di indagine, reperimento di dati e intelligence, oltre che di reperti sul terreno – stanno dunque convergendo i vari comitati anti-militaristi, anti-basi, anti-guerra più che mai attivi in Sardegna nonostante le intimidazioni. Come abbiamo raccontato anche su questo sito, sono ben 45 gli attivisti colpiti da varie accuse all’interno della Cosiddetta Operazione Lince, e la data d’inizio del vero e proprio processo, dopo le udienze preliminari degli scorsi mesi, è proprio imminente: 6 dicembre prossimo. A’ suivre.


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