Francesco d’Assisi

Recensione di Cinzia Picchioni


Padre Ernesto Balducci, Francesco d’Assisi, Giunti, Firenze 2004, 2014, pp. 256, € 14,00

Francesco d’Assisi

, lo so, su Francesco d’Assisi sono già stati scritti libri, a centinaia.

E sì, lo so: ancora una biografia di San Francesco?

E lo so, sappiamo già tutto sul Santo «folle»… proprio tutto-tutto?

Questo libro però ha l’Introduzione di Vito Mancuso, con un titolo assai eloquente: Francesco, d’Assisi, Balducci e papa Bergoglio.

È scritto da Padre Ernesto Balducci (ed è stato realizzato con la collaborazione della Fondazione che porta il suo nome).

Questo libro è bellissimo, benissimo scritto, e si legge velocemente e senza annoiarsi sebbene sia un saggio, sebbene contempli una Cronistoria e una Antologia.

Riporta – proprio nell’Antologia, da p. 215 – il testo del Cantico delle creature nella sua bella lingua, traendolo dalle Fonti Francescane.

Questo libro è nato proprio grazie alle Fonti Francescane, come ci racconta Padre Balducci nelle prime pagine:

«Difficilmente questo saggio sarebbe stato scritto se nello sviluppo ininterrotto e straripante della letteratura francescana non fosse accaduto un evento molto importante, a mio giudizio, per la cultura in genere e, a giudizio di tutti, decisivo per la storiografia su Francesco e sugli esordi del’Ordine da lui fondato: la pubblicazione, nel 1977, delle Fonti Francescane nelle Edizioni Messaggero di Padova […]. Si tratta di un’opera monumentale sia per la mole (2827 pagine) sia per la serietà critica con cui è stata condotta […]», p. 29.

Tutte le volte che, leggendo, troveremo la sigla FF sapremo che il brano proviene dalle Fonti Francescane, così come ci indicano le Avvertenze bibliografiche, in cui sono elencate tutte le sigle di tutte le opere consultate da Padre Balducci, così anche noi ci orientiamo nella lettura.

Libri «vecchi», libri eterni

Amo e stimo Vito Mancuso, e la scritta «Introduzione di Vito Mancuso» sulla copertina del libro qui recensito mi ha convinto definitivamente a scriverne.

Il testo non è una novità, e di solito le recensioni si scrivono per i libri appena pubblicati. Ma proprio leggendo l’Introduzione di Mancuso ho avuto la conferma che ci sono libri che non invecchiano mai, diventando eterni. Molto tempo fa lavoravo alla casa editrice del Gruppo Abele, ela collaborazione con l’organizzazione di don Luigi Ciotti comprendeva un cammino individuale di conoscenza in cui eravamo aiutati anche da «consiglieri» psicologici, oltreché spirituali.

Fu nel lontano 1986 che ebbi come compito la lettura di Verso un’ecologia della mente di Gregory Bateson (altro libro «vecchio» ma immancabile, disponibile nella Biblioteca del Centro Studi Sereno Regis); ne ricavai informazioni fondamentali, occasioni di riflessione stupefacenti e ottimo materiale per il lavoro – anche editoriale – che svolgevo per la casa editrice e nel Gruppo. Ora ritrovo – nelle parole di un mio «nuovo» amore, Vito Mancuso – la citazione di quel libro! Non sarà un caso che l’editore, Giunti, abbia deciso di ri-pubblicare, dopo 10 anni, lo scritto di Padre Ernesto Balducci (morto a 69 anni in un incidente automobilistico il 25 aprile 1992) e abbia chiesto a Vito Mancuso di scriverne l’Introduzione...

«[…] si tratta del nuovo stile di vita, e prima ancora del nuovo modo di pensare, che sono necessari al nostro tempo per affrontare responsabilmente la sfida ecologica. Non si uscirà infatti da tale crisi fino a quando non si risanerà alla radice l’idea che l’ha prodotta, ovvero l’estraneità uomo-natura, la frattura natura-cultura, il dualismo uomo-mondo, in un’ottica che conduce a considerare il mondo come un mero ambiente esteriore e non come una parte essenziale del nostro essere che vive dell’armonia tra natura e cultura, tra corpo e anima, tra materia e spirito. È quindi necessaria una decisa purificazione del nostro modo di pensare, una “ecologia della mente” che ci renda finalmente consapevoli del fatto che l’uomo con la sua spiritualità va compreso come un essere materiale, e che il mondo nella sua materialità va compreso come un essere spirituale all’insegna di un’inscindibile complementarietà tra materia e spirito. Sempre per citare il titolo di un'[…]opera di Gregory Bateson: “Mente e natura, un’unità necessaria” (Verso un’ecologia della mente, Adelphi, Milano 1977; Mente e natura, Adelphi, Milano 1984)», p. 14.

Non esistono libri «vecchi», esistono libri che – pubblicati anni prima – continuano ad essere attuali e diventano eterni. Come i loro autori, anche quando non ci sono più. Padre Balducci è morto in un incidente automobilistico il 25 aprile 1982, ma 11 anni dopo qualcuno ha ritenuto di dedicargli una canzone, lo sapevate? È Marco Masini. Qui c’è il testo e in fondo il link per ascoltarla, se volete.

Dio non c’è

Cosa ci faccio in questa chiesa
io che non credo al tuo Gesù
con questo vuoto che mi pesa
adesso che non ci sei più
come facevi a fare il prete
fra comunisti e farisei
com’è lontano il monte Amiata1
Ernesto non lo rivedrai
Dio non c’è
non ci credo lo sai

Dio non c’è
non ci credo e tu non mi convincerai
Era un discorso lasciato a metà
quando io mi ero perso e non ero più io
la tua Chiesa in salita e la comunità
era almeno qualcosa una piccola luce nel buio
E ora Dio non c’è
e ho bisogno di lui
Dio non c’è
e bestemmio come una preghiera ormai

Il mondo passa da Firenze
solo per prendere un caffè
e nell’imbecille indifferenza
muore la gente forte come te

Perché Dio non c’è
siamo soli quaggiù
ti dico che Dio non c’è
ma la tua voce ormai non mi risponde più
L’ho cercato con tutta la mia volontà
ma la fede è soltanto un regalo di Dio
la domenica io lo sapevo eri là
eri almeno qualcosa una piccola luce nel buio.

Dio non c’è
no Dio non c’è

Ma cosa ci faccio in questa chiesa
piena di gente come te
che ancora vuole credere in qualcosa
mentre un silenzio disperato dentro me
grida Dio non c’è.

Gandhi, Francesco (e Darwin, che «va corretto»)

«[…] il messaggio di Francesco d’Assisi […] non è più un punto di riferimento soltanto per chi cerca il senso della vita di fronte ai problemi ultimi, lo è anche per chi cerca il senso della vita quotidiana mentre da ogni parte giungono i messaggi delle catastrofi ecologiche. I modelli di umanità che eravamo soliti esaltare diventano funesti perché la loro imitazione implica un grande sperpero di energia; gli uomini del futuro o saranno, come Francesco o come Gandhi, non entropici, o semplicemente non saranno. Che la terra ha, sì e no, dieci anni di vita non è l’annuncio di qualche Nostradamus, è l’annuncio che ci viene dalle centrali di osservazione scientifica. Ma “là dove cresce il pericolo cresce anche ciò che salva”, scriveva Hölderlin. Ciò che salva, dal punto di vista meramente antropologico, sono le riserve interne all’uomo […] ciò che salva è la naturale parentela di tutte le creature, rimasta occultata da una storia, sia biologica che culturale, in cui la legge decisiva è stata, e resta, quella della lotta per la vita», p. 152.

Che Darwin vada corretto non l’ho detto io – sebbene lo pensi da tempo – ma l’ha scritto Padre Balducci, con motivazioni dettagliate che, di nuovo, ci parlano di salvezza:

«Ma Darwin va corretto. A guidare l’evoluzione delle specie – oggi lo sappiamo – non è soltanto la lotta dell’una contro l’altra, è il segreto rapporto di complementarità che una specie ha con tutte le altre. Certo, anche la competizione è propria dell’essere vivente, è il suo primo modo di rapportarsi all’altro. Ma la competizione si svolge, di fatto, su di un tessuto di solidarietà reale per cui i due antagonisti sono, e non lo sanno, l’uno necessario all’altro. Comprenderlo è il primo passo verso la salvezza», p. 153.

La prigione non serve

Sapete quando uno ha un’idea che gli frulla in testa? Ha una specie di intuizione ma non sa da dove gli viene e non sa nemmeno se sia il caso di raccontarla a qualcuno (o magari ci ha provato ed è stato insultato…). Per me riguarda la prigione, il carcere, l’azione di rinchiudere qualcuno da qualche parte per insegnargli a non fare più quello che ha fatto (di male).

Mi sono chiesta: «Se imprigionare qualcuno funzionasse dovrebbe succedere che piano piano gli eventi delittuosi dovrebbero diminuire». Invece proseguono – nel migliore dei casi – e aumentano – nel peggiore. Dunque c’è qualcosa che non va. Come minimo mentre il reo è rinchiuso bisognerebbe fare qualcosa con lui, insegnargli un mestiere (o l’educazione civica? Invece abbiamo tolto la materia dalle scuole!), fare in modo che faccia qualcosa, no?». Qua ricopio integralmente un brano dal libro che ho deciso di consigliare, o meglio, che ho voluto ricordare facendo sapere che è disponibile al prestito nella Biblioteca del Centro Studi Sereno Regis di Torino. Ecco come ha fatto Francesco con dei briganti, a Borgo San Sepolcro:

«“Appiattati nelle foreste di quella contrada”, essi osavano presentarsi al romitorio francescano […] per chiedere del pane. Era naturale che i frati trovassero fuori luogo l’elemosina a gente di tal genere. Arrivò in quel romitorio Francesco e i frati gli sottoposero il dilemma se era opportuno o meno dare il pane a quei malviventi. La risposta di Francesco rivela […] una singolare capacità di immedesimazione con le ragioni umane che stavano alle origini della scelta di vita di quei malviventi:

“Andate, acquistate del buon pane e del buon vino, portate le provviste ai briganti nella selva dove stanno rintanati, e gridate: – Fratelli ladroni venite da noi! […] Voi allora stendete una tovaglia per terra […] e serviteli con rispetto e buon umore. Finito che abbiano di mangiare proporrete loro le parole del Signore […] chiedendo loro per amore di Dio, un primo piacere, e cioè che vi promettano di non percuotere o comunque maltrattare le persone. Giacché se esigete da loro tutto in una volta, non vi starebbero a sentire. Ma così, toccati dal rispetto e affetto che dimostrate, ve lo prometteranno senz’altro (Legp, 90)», p. 102.

Com’è andata a finire secondo voi? Certo – mi par di sentire – quello era San Francesco! Beh, ecco che è successo, nelle parole di Padre Ernesto Balducci:

«Il programma dettato da Francesco fu eseguito e l’effetto superò ogni previsione: alcuni briganti entrarono dell’Ordine, altri “si convertirono a penitenza” impegnandosi a vivere con il lavoro delle mani. Francesco aveva capito quello che difficilmente capiscono i tutori della legge: quei malviventi erano divenuti tali perché affamati di pane e gentilezza. Alle radici della malvagità c’è spesso la frustrazione di un bisogno autenticamente umano: per vincere il male a poco serve la proclamazione minacciosa del bene, basta saper discendere in quei recessi del cuore dove, forse per la durezza dei buoni, l’avvilimento si tramutò in risentimento contro la società», p. 103.

Ancora Gandhi

In un intero capitolo – Alle radici della pace, p. 91– e in particolare in uno dei paragrafi – La strategia della nonviolenza, p. 100 – Balducci fa riferimento alla «perfetta letizia» francescana, che gli ha fatto venire in mente «uomini così diversi da Francesco, come Baruch Spinoza o come Gandhi». E scrive alcune riflessioni sulla pace su cui varrebbe la pena soffermarsi, in un tempo più lungo di quello necessario a leggere questa specie di recensione:

«[La liberazione] dai meccanismi psichici che la razionalità vigente, allora come ora, fa passare per leggi di natura e che invece sono i sedimenti ancestrali della cultura della violenza, metteva Francesco nella possibilità di affrontare il male secondo i modi stabiliti nel Discorso della Montagna, a cui anche Gandhi si è ispirato per la sua dottrina teorica e pratica della nonviolenza. Il male si vince con il bene, la violenza si vince con la nonviolenza, l’errore si vince con la testimonianza della verità, l’odio si vince con l’amore; insomma, dinanzi all’avversario che assume, in qualsiasi modo, atteggiamenti aggressivi, una difesa che sia dello stesso livello dell’offesa può produrre al più l’equilibrio del timore – e che altro è, a volte, la soluzione secondo giustizia? – ma non mai il mutamento dell’altro e il suo passaggio dalla contrapposizione all’intesa o addirittura alla fraterna amicizia. La diffidenza di Francesco di fronte alla legge, si tratti pure della sua Regola, viene dalla convinzione che la vera via, secondo Dio e secondo l’uomo, è quella che va da cuore a cuore, da coscienza a coscienza, sia nell’orizzonte dei rapporti interpersonali, sia nell’orizzonte della vita civica, sia […] oltre i confini della cristianità. Le sue fraternità dovevano essere […] dei laboratori di questa strategia della pace. Nella sua Lettera ad un ministro egli esorta […] a considerare grazia di Dio “ogni persona che ti sarà d’ostacolo, siano frati o altri, anche se ti picchiassero”».

E già! Ma chi è capace? Nessuno; al lavoro dunque, per imparare. Ecco perché ho riportato le parole direttamente dal libro in questa rubrica. Non solo i libri nuovi, appena usciti, sono degni di essere recensiti. Anche libri di valore possono essere:

  • Ri-cordati
  • Ri-letti
  • Ri-flettuti
  • Ri-condivisi
  • Ri-comprati (se vogliamo averli)
  • Ri-portati (se li abbiamo presi in prestito alla biblioteca)

Anche libri che «per caso» ci capitano tra le mani, che «per caso» sono presenti alla Biblioteca del Centro Studi Sereno Regis, che «per caso» parlano del santo di cui un nuovo papa ha voluto portare il nome hanno diritto di essere ri-cordati (ci ri-cordiamo che ricordare derivadal latinore-cordari(da cor, cordis)=riportare al cuore? E il cuore era ritenuto la sede della memoria.


Nota

1Il luogo di nascita di Balducci, Santa Flora, è un paese di minatori sul Monte Amiata; Balducci l’ha sempre considerato un’ispirazione basilare per la sua formazione umana, civile e religiosa, in una chiave politica attenta alle istanze di giustizia dei più poveri, dai minatori dell’Amiata agli emarginati delle città e del terzo mondo.


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