Le parole costituenti dell’emergenza | Claudio Vercelli

Linguaggi. Cosa celano le fake news che accompagnano ogni fase di allarme. L’età drammatica che stiano vivendo a confronto con il secolo appena trascorso, guerre comprese. Ci piaccia o meno, la menzogna ha una sua funzione sociale. È una compensazione illusoria rispetto a un presente privo di prospettive

Maschera della Nunivagmiut Cup’ik (Isola Nunivak), Alaska
Maschera della Nunivagmiut Cup’ik (Isola Nunivak), Alaska

Correva l’anno 1917, nel pieno della Grande Guerra, quando in Italia ebbe, per un certo periodo, un’inaspettata fortuna un movimento spontaneo contro i vaccini, che si diffuse nelle campagne e che indusse non poche famiglie a ritirare i propri figli dalle scuole elementari. Il timore era che le autorità intendessero procedere, con la scusa di adottare misure di igiene e profilassi collettive, a iniettare sostanze letali nei bambini per ucciderli, a causa della penuria di generi alimentari e dei rischi di carestia che si stavano profilando all’orizzonte e, quindi, della necessità di non avere «bocche inutili» da sfamare. Non si trattò di un fenomeno esclusivamente italiano, coinvolgendo, a più riprese, anche altri paesi, come la Francia e il Belgio, dove però la colpa, in questo caso, era attribuita alle autorità di occupazione tedesche.

Il fake, come si direbbe adesso, era virale e coinvolgeva l’intera Europa. Peraltro, allora come oggi, non c’è nulla di più contagioso del falso. Non è una epidemia di stupidità bensì una manifestazione di necessità. Poiché risulta maggiormente accomodante della dura realtà che, spesso – invece – offre ben poche consolazioni.

AFFINCHÉ una menzogna possa vivere, e diffondersi, occorre che ci sia non solo chi la produce ma, ancora di più, coloro che sono disposti ad accoglierla. In altre parole, richiede un pubblico disposto ad accoglierla. Altrimenti, muore di inedia. Come le infezioni virali e batteriche. La qualcosa non implica solo la credulità ma anche e soprattutto il bisogno di identificarsi in qualcosa che viene detto, non importa se verificabile o meno, per dare un senso a ciò che si sta vivendo. Condizione che se non soddisfatta, altrimenti, rischia di continuare ad essere incomprensibile e quindi angosciante.

La bugia, in altre parole, spesso soddisfa un bisogno primario, ossia elementare, di conoscenza. Funge da segnavia nel momento in cui l’indirizzo del cammino abituale parrebbe essere smarrito. È governo dell’incertezza, poiché quest’ultimo, se lasciato a sé, è ciò che più ingenera angoscia, panico, se non terrore. Quanto meno, smarrimento. Una condizione peggiore della morte medesima. Non sappiamo cosa farcene della libertà se a essa non si accompagna la calcolabilità della nostra vita quotidiana. Quindi, prendiamo atto del riscontro – ci piaccia o meno – che la menzogna ha una sua funzione sociale. Non è solo prevedibile sottrazione di verità e giustizia ma anche compensazione, ancorché illusoria, rispetto ad un presente altrimenti triste e demotivante, poiché privo di prospettive. La falsificazione, così come la negazione, la rimozione e cos’altro, rispondono alla domanda della creatura offesa, che non riesce a darsi ragioni di ciò che gli si sta precipitando addosso, a costo di trovare un capro espiatorio, un totem contro il quale scagliare le sue maledizioni. La potenza dei regimi illiberali e antidemocratici sta in questo triste riscontro. In guerra è quasi sempre così, ma anche in pace. Affermava Stéphane Mallarmé che «enunciare significa produrre».

La realtà entro la quale viviamo non è fatta solo di soggetti e di oggetti, di persone e di cose ma anche e soprattutto di parole che veicolano, distribuiscono, socializzano – rendendole condivisibili e facendole quindi divenire parte del senso comune – rappresentazioni e immagini della nostra quotidianità. Le quali divengono, in quanto tali, la cornice di significato stesso di quel che facciamo e di quel che ci accade. Non di meno, di ciò che intendiamo con la parola «identità». Nostra ed altrui. Orientandoci in una direzione o nell’altra, verso una specifica meta piuttosto che verso quella altrimenti differente; aiutandoci a scegliere così come, a volte, a farci divenire oggetto di scelta.

Il tutto secondo un presupposto per il quale ciò che diciamo ha una valenza d’ordine, di indirizzo, dà una consequenzialità ai nostri gesti. In altri termini, la parola crea. E al medesimo tempo, distrugge. Divenendo destino per chi la pronuncia e, soprattutto, per chi ne subisce gli effetti. Quotidianità e prevedibilità sono intrecciate tra di loro poiché l’una si alimenta di stati di aspettativa che solo la seconda può soddisfare. Quando questo nesso si smaglia, per poi arrivare a rompersi, allora è messa in discussione la coesione. Sia quella individuale che quella sociale, trattandosi di un intreccio indissolubile.

IL SENSO di queste considerazioni ci rimanda alla condizione che stiamo vivendo, dal momento che quella prevedibilità nella quale ci trovavamo, volenti o nolenti, e che fino a poco fa ci era garantita, ora invece sembra essere stata violentemente revocata. Più che uno stato di eccezione (un termine che ha assunto una sua precisa valenza giuridica e una peculiare connotazione politologica, spesso piegata anche a impropri utilizzi) stiamo attraversando una condizione di emergenza. Quanto questa sia destinata a durare è parte stesso del problema che condividiamo. Poiché nell’emergenza non solo viene stravolto l’ordine delle cose ma il tutto rimane sospeso sul piano dell’indeterminazione.

È emergenza ciò che letteralmente «viene fuori», si manifesta dopo essere rimasto celato, occultato nel tempo. Le nozioni di vero e falso, in casi come questi, vengono sottoposte a durissime torsioni. Poiché la nostra percezione di ciò che è veridico e di quanto possa essere menzognero, è strettamente correlata alla prevedibilità del nostro orizzonte esistenziale. Non importa cosa sia vero e cosa sia falso ma quel che è verosimile, tale poiché applicabile ai quadri della vita quotidiana.

L’emergenza ci espropria di questa condizione. Disordinando la percezione della nostra stessa esistenza, che deve ricollocarsi in un contesto completamente diverso, dove i punti di riferimento sono radicalmente mutati. L’emergenza che stiamo vivendo in queste settimane è anche un terribile ed eccezionale laboratorio sociale. Non si tratta di scomodare un qualche Dottor Stranamore (anche se in Gran Bretagna Chris Whitty e Patrick Vallance, i due diretti consulenti sanitari di Boris Johnson, si avvicinano molto al personaggio del film di Kubrick), né di scemare infelicemente dentro panorami complottistici, ma di interrogarci laicamente, prima di trarre veloci conclusioni, sull’indecifrabilità di ciò che stiamo vivendo. Ossia, sulla nostra incapacità di farvi fronte. Come ha fatto dire il Bardo nell’Amleto: «Ci sono più cose in cielo e in terra, Orazio, di quante ne sogni la tua filosofia». E di come tutto ciò possa poi prestarsi ad esercizi di potere arbitrari, ossia in ulteriori espropriazioni di libertà e, soprattutto, di giustizia.

L’analogia corre alle vicende belliche, che di eccezione ed emergenza si nutrono, scompaginando la capacità di reazione degli individui e riducendola ad un istinto di sopravvivenza. Marc Bloch aveva già evidenziato la funzionalità della falsa notizia al prosieguo medesimo della guerra. Non come strumento di manipolazione bensì come nuovo orizzonte di certezze, ancorché del tutto destituite di fondamento. Così dicendo, si interrogava sul bisogno di credere in qualcosa e, soprattutto, in qualcuno, poiché nell’emergenza la richiesta – vi si sta assistendo anche in questi giorni – e di ripristinare quella protezione che parrebbe altrimenti essere completamente saltata.

IL NODO NELLA STORIA, quando si fa crudele poiché diretto, ovvero immediato nel crudo rapporto tra masse e potere, non consiste nella distinzione tra verità e finzione bensì tra autorevolezza e tutela. La domanda che arriva dalle collettività ferite nell’esercizio della loro quotidianità non è quella di una meditata giustizia redistributiva ma di una riparazione della condizione preesistente. Quanto meno, di una sembianza di esso. Lo stile retorico che, come storytelling, ha sostituito la politica, si basa su questa consapevolezza. Ancora Marc Bloch, parlando delle due guerre mondiali: «la falsa notizia è lo specchio nel quale “la coscienza collettiva” contempla le proprie fattezze». Non servono analisi di alcuna sorta, basta forse il senso di timore che crea e che ci fa interrogare su queste «fattezze» che la modernità della diffusione delle notizie sta prendendo. Virali, per l’appunto.

Ciò che contraddistingue il tempo che stiano vivendo, confrontandolo con quello del secolo da poco trascorso, è la povertà che abbiamo condiviso dal momento che abbiamo coniugato indignazione a depoliticizzazione, elogio della disintermediazione a esaltazione dell’identitarismo individualistico. Criteri completamente funzionali a una spoliazione collettiva che risponde ad una visione del mondo, e delle sue rappresentazioni, dove la libertà (personale) senza la sponda della giustizia (collettiva) può benissimo andare bene ad un impianto liberistico, nel quale ognuno fa per sé. Non propriamente ciò a cui andavamo pensando quando parlavamo non tanto di liberà personale quanto di liberazione collettiva.


Il Manifesto, EDIZIONE DEL 22.03.2020


Bibliografia della negazione

Alcuni titoli per approfondire i temi affrontati in questa pagina: Carlo Bianchini, «Come imparare a riconoscere il falso in rete» (Editrice bibliografica, 2017); Marc Bloch, «La guerra e le false notizie» (Donzelli, 2004), Staanley Cohen, «Stati di negazione. La rimozione del dolore nella società contemporanea» (Carocci, 2002); Walter Quattrociocchi, Antonella Vicini, «Misinformation. Guida alla società dell’informazione e della credulità» (Franco Angeli, 2016); Mark Thompson, «La fine del dibattito pubblico: come la retorica sta distruggendo la lingua della democrazia» (Feltrinelli, 2017).

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