Riflessione di politica non violenta sulla pandemia del coronavirus | Antonino Drago

Un amico mi ha sollecitato una riflessione sul disrupt sociale che stiamo vivendo. Oggi c’è una pandemia, cioè è stata globalizzata anche una malattia mortale. Ingenuamente si pensava che la scienza e la tecnica ci avessero assicurato il paradiso in terra, che il sistema sanitario (ormai stabilmente organizzato anche a livello mondiale, l’OMS) controllasse fino all’ultimo malato e che le malattie fosse in ritirata a causa dell’avanzamento di un esercito di ricercatori che avanzava su tutti i fronti. E invece la pandemia del CV ci ha svegliati con un formidabile sconvolgimento della vita sociale e delle sicurezze sociali accumulate; ci dice anche de nel futuro ci dovremo abituare a subire su scala mondiale anche altre malattie di questo tipo per inefficienza di controllo sanitario sull’umanità da parte di questa scienza, in maniera non molto diversa (negli effetti) da quello che avveniva secoli fa.

A quasi tutti questo disrupt è giunto del tutto imprevedibile. Per me lo è stato nella modalità, ma non per la drammaticità, né per i tempi.

E’ da un secolo che Gandhi aveva scritto: “Questa civiltà [occidentale] è tale che con un po’ di pazienza si distruggerà da sola.” (Gandhi, Hind Swaraji, 1909 (Vi insegno i mali della civiltà occidentale, Ed. Gandhi, Pisa, 2009, p. 53)

Nel dopoguerra Capitini chiamava la civiltà americana “pompeiana”, cioè tipica della decadenza dell’impero romano.

Nel 1959 Lanza del Vasto ha previsto la “tragedia dell’eroe occidentale”, il quale è così tanto forte che può essere sconfitto solo per opera delle sue stesse mani. (I Quattro flagelli, SEI, Torino, 1996, cap. V, parr. 17-24)[1]

All’inizio del 2000 Johan Galtung ha previsto la caduta dell’impero USA, dandone la data precisa, 2020, e scrivendoci un libro per spiegare i 16 parametri macroeconomici e sociali sui quali egli ha basato la sua previsione (The Fall of U.S. Empire – And Then What?, Transcend Univ. Press, 2009).

Avevo già fatto eco a questi maestri nel 2002 su Satyagraha ( “I maestri della non violenza e il crollo delle due superpotenze”, 1, n. 2, pp. 21-29). E il mese scorso l’avevo ricordato in un articolo che commentava le recenti elezioni in Emilia e Calabria (https://serenoregis.org/2020/02/06/ritorno-al-bipolarismo-o-ritorno-alla-fatalita-del-giogo-della-finanza-lavorare-antonino-drago/).

Tutto ciò prova che la non violenza, se approfondita e sviluppata come teoria, può avere piena coscienza della storia, così tanto da prevederla.

Di fatto il disrupt è avvenuto per logica interna all’oppressore, che, essendo stato liberato dall’antagonista politico secolare nel 1989, per mania di potenza si è slanciato ciecamente all’infinito su tutto (dalle armi, ai cibi, alle comunicazioni, alla finanza, alla innovazione biologica su tutti gli esseri, compresi quelli umani).

            L’attuale disrupt è un effetto della sua globalizzazione. L’allargamento del suo mercato all’infinito (cioè a tutto il mondo) ha comportato scambi (aerei) frenetici e consumi individuali illimitati; dei quali quelli alimentari sono causati dall’avidità per la carne (Gandhi: “La Terra ha abbastanza per sfamare tutti gli uomini, ma non l’avidità di tutti gli uomini”). Oggi sono necessari 30 animali da allevamento per saziare uno di quel 20% dell’umanità che sfrutta l’80% delle risorse del mondo; cioè, di uno che vive “all’occidentale” e, che, attraverso gli allevamenti collettivi in batteria, brutalizza quegli animali, rendendoli dei mostri sanitari.

Essi avevano già creato asiatica, aviaria, Sars e tutte le altre malattie da virus trasmesse dagli animali all’uomo. Esse ci avevano avvertito dei pericoli della attuale politica avventurista. Ma la fiducia smisurata nella scienza e nella potenza economica ha impedito all’uomo occidentale di fare i minimi conti che lo avrebbero avvertito che aveva superato i limiti di guardia.

L’effetto è quello di una guerra, sia per la vita sociale (distrutta) sia per il numero di morti e feriti. Come conseguenza della pandemia ci sarà una crisi economica; che sarà mondiale e profonda. Il che comporterà una ristrutturazione del modello di sviluppo. Ma quale?

Prima si diceva che l’origine del disrupt è nella potenza dell’eroe occidentale stesso: ciò indica che oggi sulla scena politica internazionale manca una qualsiasi forza sociale organizzata che l’abbia saputo contrastare. Né oggi c’è una chiara forza politica che sia capace di pianificare in concreto l’alternativa (nell’economia mondiale e nel tipo di stato moderno). Perciò l’esito politico e storico di questo disrupt è molto incerto.

Per questo motivo nel mio articolo di febbraio su citato (dove indicavo quest’anno come quello della previsione di Galtung) invitavo a lavorare sin da subito al dopo-crisi Perché se l’esito del disrupt è incerto, comunque alcuni punti sono chiari.

Sul piano ideologico, questo disrupt costringe la sinistra ad ammettere che la crisi (rivoluzione) sta avvenendo non perché i lavoratori (del mondo) si sono ribellati al loro sfruttamento. La capacità di previsione della teoria marxista era buona, ma, essendo stata la prima teoria strutturale della società, era ancora meccanicista e per di più, a causa della sua pretesa “scientificità”, escludeva la collaborazione paritaria con ogni altra alternativa (e così è stata anche la Teologia della Liberazione, che si è appoggiata ad essa).

Dopo i contributi di Lanza del Vasto e di Galtung la non violenza di Gandhi è cresciuta a teoria politica. In effetti oggi essa è l’unica ideologia sopravvissuta alla “fine delle ideologie” (in realtà: quelle occidentali); anzi essa è proprio la ideologia politica che ha ispirato il precedente disrupt mondiale, quello del 1989. Con le rivoluzioni senza armi dei popoli dell’Est Europa, ha vinto quello scontro nucleare che era stato programmato a 200 milioni morti immediati; e ha fatto superare la divisione mondiale di Yalta. Essa ha dimostrato con i fatti che, se impersonata dai popoli, è una forza politica capace di rivoluzionare tutti i rapporti internazionali. Perciò oggi dovrebbe essere essa a indirizzare la politica di questo tempo.

Ma da 70 anni la non violenza gandhiana si è diffusa a livello mondiale e in particolare in Occidente, dove essa è stata adattata alla politica occidentale (machiavellica e strumentale; basti ricordare Pannella e il PR) ed è diventata maggioritaria tra quelli che si dichiarano non violenti. Dopo questo ampliamento dei suoi significati, oggi la nonviolenza deve essere chiarita in modo che i non violenti ritrovino un linguaggio comune: debbono tornare a capirsi sulla stessa parola “non violenza” a incominciare dai seguenti tre punti: è la non violenza legata alla fede nell’uomo e/o in Dio (come è stato in Tolstoj, Gandhi, Capitini, Lanza del Vasto, M.L. King, Don MIlani, ecc.), o no (come è stato in Sharp, Muller, ecc.)? È la non violenza basata sulla etica della risoluzione cooperativa dei conflitti (come è stato in tutti i primi), o è anche machiavellica (come è stato in Sharp, Pannella e simili, che sono arrivati a sostenere aborto, suicidio e la politica delle “rivoluzioni arancioni”)? È la politica non violenta la proposta del pluralismo di nuovi modelli di sviluppo (Gandhi, Lanza del Vasto, Galtung, ecc.), o segue quello dominante (Sharp, Muller), o al più quello della sinistra collettivista (Assopace, Tavola della Pace, Un Ponte per…)? Per ora i non violenti sono solo all’inizio di questa chiarificazione.

Per fortuna ciò riguarda i non violenti occidentali. Mentre nel mondo extra-occidentale i non violenti procedono per pratica intuitiva, compiendo in continuazione rivoluzioni politiche straordinarie (l’ultima quella dell’anno scorso in Sudan). In definitiva, questi ultimi, più che gli “illuminati” dell’Occidente, fanno sperare che si arriverà ad un programma politico concretamente ricostruttivo di questa società, che sta crollando assieme alla civiltà occidentale. Quindi, al di là di tutte le tempeste sociali che ci saranno, è sui fatti, più che sulle teorie, che si misurerà la capacità di ricostruire.

Ma i fatti in quale direzione? Di sicuro sappiamo che, dal tempo del libretto di Gandhi, Hind Swaraj, la politica non violenta propone un pluralismo di modelli di sviluppo (per cui egli voleva non la distruzione della civiltà britannica, ma la costruzione della sua alternativa, basata sul rinnovamento della civiltà indiana).

Il che indirizza non a marciare tutti uniti, tutti insieme (così come si fa oggi tra coloro che sperano in un nuovo modello di sviluppo; ad es. lo slogan “Un altro mondo [indifferenziatamente di tutti] è possibile!”). La nostra alternativa non può essere l’unica per tutti quanti (non siamo né autoritari, né salva tutti), ma solo per gli aderenti allo stesso modello di sviluppo; che non è da costruire a livello collettivo di movimento di massa, ma con il lavoro impegnativo e cooperativo di coloro che condividono la specifica alternativa e progettano lo stesso modello di sviluppo, quello verde (personalista) non violento. In altri termini, la nostra coscienza politica deve essere “global”, ma l’attività di proposta deve essere, oltre che “local”, specifica per il particolare programma politico che abbiamo e che non dovremo imporre a nessuno con la conquista del 50% dei voti più uno. Questo oggi significa che non si può stare in attesa delle iniziative di quelli del modello rosso (collettivista) della sinistra tradizionale. E’ definitivamente finito il tempo del collateralismo dei non violenti alla sinistra (PD) o alla destra (PR), le quali in cambio ci proponevano qualche carica politica da “indipendenti” dalla loro politica ben strutturata in un sistema a noi estraneo.

Anche perché oggi solo noi abbiamo due compiti specifici:

1) Perché il governo fa intervenire solo l’Esercito a sostegno della lotta sanitaria degli ospedali? L’Esercito oggi è fatto da professionisti, che per legge non ha compiti di protezione civile verso la popolazione; lo fa intervenire anche per propagandare la bontà delle FF.AA. insistendo sull’idea ingenua e infantile che le armi ci salveranno da ogni pericolo. Invece la difesa popolare nonviolenta è la risposta a tutte le emergenze, oltre quelle belliche, anche quelle sanitarie. Allora il nostro compito è di ricominciare da dove avevamo avanzato nella lunga marcia per la ricostruzione di istituzioni alternative nella difesa: il Servizio Civile. Il nostro compito oggi è di riportare il Servizio Civile (costruito dagli obiettori di coscienza e dagli obiettori fiscali, ma oggi scaduto a servizio di buona volontà e a viaggi giovanili) alla sua finalità costituzionale e di legge: la difesa del Paese. Oggi esso può lavorare (chiaramente in maniera volontaria) come corpo ausiliario negli ospedali e nel sostegno morale e materiale della società civile. C’è già stato un esempio di iniziativa spontanea in questo senso, nella Croce Rossa in provincia di Cuneo: http://news.mtv.it/life/i-ragazzi-di-bitonto-allungano-servizio-civile-a-distanza-per-non-lasciare-sole-le-persone-piu-fragili/ (ma ci sono anche altri esmepi: vedi Scblog di questi giorni). Come lanciare una chiamata ai giovani volonterosi per un Servizio Civile di emergenza sanitaria?

2) Farci carico della critica e della alternativa alla scienza e tecnologia; che oggi gestiscono tutto il mondo come la più impersonale e globale dittatura della storia umana. Con la pandemia del CV dovremmo svegliarci dal “sonno della ragione subordinata alla scienza”, perché di fatto questa pandemia ha dimostrato che la sua gestione delle malattie sociali ci ha riportato alle pesti del medio evo.

Il modello di sviluppo della sinistra tradizionale non ha voluto contrastare questa scienza né nella crisi nata dall’aver costruito e usato le bombe nucleari (1945 e 1980), né nella crisi delle centrali nucleari (anni ’70 e ’80) e nemmeno nella colossale crisi economica dovuta alla finanza (2008); non lo farà nemmeno durante l’attuale crisi-rivoluzione; perché la scienza occidentale è stata la sua sicurezza per progettare la sua ideologia; ci ha sempre creduto troppo. Perciò non ha mai percepito che questa scienza non sa dire nulla di decisivo sulla risoluzione cooperativa dei conflitti (quella che Gandhi chiamava la “scienza della pace”); per cui nei suoi conflitti politici ha sempre progettato lo scontro scientifico e tecnologico anche armato. (Per questo motivo nel 1989 i suoi regimi socialisti sono stati presi in contropiede dalle rivoluzioni non violente.)  

La scienza occidentale è criticabile perché, nascondendo essa i suoi fondamenti (che in realtà sono divisi in un pluralismo di direzioni), si pone come verità assoluta e inevitabile. Con ciò dà autorità sociale ad una tecnologia che, allettando in continuazione gli uomini con la promessa di sempre maggior benessere, invade la vita umana fino a soffocarla nell’intimo. Ma essa ha il suo tallone d’Achille, che appunto è la presenza di divisioni interne (nei suoi piedi: i fondamenti), divisioni che pure uno studente della scuola media potrebbe conoscere se gliele si insegnassero: quella tra fisica e biologia, quella tra analisi infinitesimale e la matematica digitale dei computers, quella tra la logica classica fatta di soli sì e no e la logica dei rapporti umani (ad es. quella della psicanalisi)…[2]

In definitiva, nello tsunami di questo tempo invito a tenere presenti questi compiti: 1) chiarire la non violenza come nuova religiosità, nuova etica e nuova teoria politica; 2) nell’ambito politico assumerci le nostre responsabilità per proporre un programma politico ricostruttivo; 3) riportare il Servizio Civile alla sua finalità di legge, proponendo l’intervento di supporto morale e materiale a ospedali e società civile; 4) popolarizzare la critica della scienza assolutista e della tecnologia invasiva per proporre (non semplici visioni o concezioni più o meno cosmiche, ma) una nuova razionalità, che sia diversa da quella da caserma che ci domina (sì o no); 5) stringere le alleanze con i compagni di lotta concordi col modello di sviluppo verde; 6) introdurre il pluralismo nella gestione mondiale dell’ONU, a incominciare dalla programmazione delle sua Agenzie, per prima la Organizzazione Mondiale della Sanità: basare la sanità mondiale più che sulle medicine, sulla prevenzione; non tanto quella forzosa dei vaccini, ma quella della eliminazione delle cause sociali delle malattie (fame, povertà, siccità, debito internazionale, armi specie quelle di distruzioni di massa).


[1]           “La collettivizzazione anonima [delle società socialiste] e la polverizzazione individuale [dei regimi liberisti], che [assieme] rappresentano i caratteri della decadenza [della vita sociale], finiranno col mostrare la necessità del rimedio che noi abbiamo già trovato e applicato. Così l’ammucchiarsi delle masse nelle grandi città, divenute inabitabili, provocherà presto o tardi la corrente contraria, quella del ritorno alla terra. Infine l’esplosione e il crollo inevitabile di una costruzione complicata, contraddittoria e che [per stimolare consumi infiniti] fabbrica tutto quello che occorre per rovinarsi, porterà coloro che sopravvivranno ai prossimi cataclismi, fatti da mano d’uomo, a raggrupparsi per una vita semplice, naturale, pacifica, saggia. In questo noi li abbiamo preceduti. Farebbero meglio a riflettere, quelli che [ora] ci prendono per ritardatari [solo] perché noi non li seguiamo nel loro precipitarsi alla rovina. Perché noi abbiamo occhi per vedere dove andiamo, e sappiamo di essere dei precursori.”  (LdV, L’Arca aveva una vigna per vela, Jaca book, Milano, 1980, pp. 79-80)

[2] Sul tema della scienza in questi mesi ho scritto una sintesi della mia critica e alternativa https://serenoregis.org/2020/02/20/la-scienza-dominante-ha-unalternativa-antonino-drago/; se fosse un po’ difficile, si può leggere l’analisi analoga, ma più propedeutica, di dieci anni fa: http://www.inchiestaonline.it/movimenti/antonino-drago-la-non-violenza-e-la-scienza-vista-attraverso-la-psicoanalisi-la-logica-la-fisica/.

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