Resistenza è Esistenza. Contro la passività spacciata per eroismo

Mirko Vercelli

di Mirko Vercelli


Non riconosco mio padre e mia madre
Non ricordo più il mio nome
Io sono nato in mezzo alle squadre 
Non so quando né come.

Resistenza

Le parole plasmano la società che le vive. Creano modelli, immaginari latenti che abitano la nostra quotidianità e ci aiutano a decifrarla. E in quanto tali, sono atti politici. Come l’introduzione di un genere neutro o la declinazione al femminile di parole storicamente maschili. Ma per quanto si possa forzare la mano, le regole le stabilisce la comunità che le adotta e se nessuno usa una parola, questa, semplicemente, non esiste più (e forse muore assieme al suo significato). Per questo motivo, non è facile introdurre cambiamenti radicali che vengano somatizzati dalla società come naturali, capita molto più spesso che invece di cambiare parole ai significati, si cambi significato alle parole. Una di queste, entrata con forza nel vocabolario dell’attivista è resilienza

Che sul dizionario si presenta come «recuperare l’equilibrio psicologico attraverso le risorse interiori» oppure «la capacità di una comunità di ritornare allo stato iniziale dopo una perturbazione».

Una qualità indispensabile nel presente dà l’idea di essere invincibili. Che per quanto cambierà il mondo, noi troveremo sempre una strada per restare gli stessi. E nel contemporaneo senza orientamenti, fatto di mutazioni profonde e velocissime, l’idea di rimanere “in equilibrio” sembra l’unica cosa importante. 

Chi applica la creatività su di sé inventa un nuovo individuo, cambiando modi, obiettivi, idee.

Qualcuno avrà già usato resilienza assieme a Resistenza. L’assonanza è piacevole, la relazione istintiva. Resistenza e resilienza. O perché no, resistenza è resilienza

Eppure, resistenza vorrebbe significare l’esatto contrario, vorrebbe dire proprio non accettare compromessi, nemmeno con la realtà e, quindi, agire per cambiarla. Senza mai indietreggiare, senza mai dubitare. Parola che, tornando ai modelli che crea, porta con sé numerosi corollari interessanti. Perché se non si accettano compromessi, ci si deve schierare. E schierandosi, si diventa partigiani. Per questo il partigiano non nasce solo dal libro, solo dalla montagna, ma nasce dal gruppo, dall’individuo che si fa collettivo e dunque azione. È infine l’amore di quest’azione che diventa fiume senza argini che travolge, inghiotte e rivoluziona. 

Esser partigiano non è figlio di un momento storico. Esser partigiano è una necessità, è la risposta a una condizione. Così come il fascismo non appartiene al ‘900, ma è un’esperienza squisitamente umana; partigiano è chi in qualsiasi periodo risponde al suo tempo con l’azione nata dalla riflessione, che non guarda all’interesse dell’individuo, ma dell’intero fiume. 

Ne abbiamo avuto esperienza in Italia, chi ha applicato la creatività alla realtà ha inventato una nuova vita. E un paese intero. 

Essendo diventata un immaginario parte della nostra identità, assieme ai vocabolari di guerra rispolverati durante crisi politiche, sociali, economiche e sanitarie, torna sempre “Resistenza”, specie se si deve restaurare un sentimento di unità nazionale, eroica. Eppure, la si usa proprio come sinonimo di resilienza. E diventa un imperativo, una pesante eredità morale, un fardello dei padri fondatori, hanno resistito loro, dobbiamo resistere anche noi. A tutte le crisi, a tutti i cambiamenti, l’unica costante da ricordare è tener duro, che a volte va così. E che la nostra è una repubblica fondata sulla resistenza e non dalla Resistenza. Come se sopportare fosse uno dei valori costituzionali di questa nazione. 

Ci hanno raccontato che l’eroe è colui che sopravvive al mestiere e quindi è eroico stringere i pugni, serrare i denti e “trovare l’equilibrio adattandosi”, mentre il mondo attorno semplicemente accade. 

Negli anni, con la colpevole ingenuità della buonafede, la parola Resistenza è stata malleata come creta fino a diventare, sinonimo di tutto questo. Serve resistere alle crisi, a ciò che in fondo non corrisponde alla nostra idea di vita. E così resilienza non solo prima ha abitato la Resistenza, ma ora l’ha rimpiazzata arrogandosi lo spazio di «qualità fondamentale del presente». 

Nonostante tutto questo, la Resistenza che celebriamo noi il 25 aprile è la Resistenza per l’esistenza, contro la resilienza per la sopravvivenza, una resistenza figlia della necessità, del cambiamento e in via definitiva, dell’azione. Il 25 aprile è Festa della Liberazione, che non è piovuta dal cielo accettando la realtà, sopportandola come un Atlante col mondo sulle spalle, o al più adattandosi, ma bramando la vita, «tutto l’amore del mondo oltre il ponte» e attraversandolo per ottenerlo.

Resistenza vuol dire fare a braccio di ferro col reale per conquistare la primavera, guardare oltre, desiderare l’impossibile e vincerlo a costo della vita. Che il mondo deve cambiare, sì, perché l’immutabile è velleità divina, ma cambierà come vogliamo noi e dopo averlo fatto non saremo più gli stessi. Perché Resistenza vuol dire aver affrontato il proprio opposto e, dopo averlo fatto nostro, riconoscere il fascismo in ognuno di noi. Il partigiano si espone per cambiare il mondo, là dove la resilienza vorrebbe cambiare solo lo sguardo e restare in equilibrio; non rimanere indifferenti alle morti così come all’invio di armi; non attraverso una manifestazione individuale, ma attraverso un sentimento collettivo; oltrepassare l’individualità con il coinvolgimento delle idee che sono utopia («se potessi mangiare un’idea, avrei fatto la mia rivoluzione», diceva Gaber), finché non vengono abbracciate dai partigiani, ovvero dalla riflessione, dal gruppo e dall’azione.

«Credo che vivere voglia dire essere partigiani. Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano», diceva Gramsci, perché se si è passivi e indifferenti «allora sembra sia la fatalità a travolgere tutto e tutti, sembra che la storia non sia altro che un enorme fenomeno naturale, un’eruzione, un terremoto del quale rimangono vittime tutti, chi ha voluto e chi non ha voluto, chi sapeva e chi non sapeva, chi era stato attivo e chi indifferente». Partigiano invece è chi agisce sul reale, è umanità che si chiede «se avessi fatto anch’io il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, sarebbe successo ciò che è successo?» e dopo essersi posta questa domanda, non fa gli stessi errori. 

Il modo migliore per celebrare il 25 aprile è realizzare che oggi più che mai le individualità devono formare una comunità. Ancora oggi c’è bisogno di essere partigiani, di reclamare scuole che formino coscienza, e di attivarsi per ottenerle, di attivarsi anche nella vita civile, per reclamare quei diritti sociali universali in assenza dei quali la società diventa solo individui senza potere nella miseria della vita quotidiana, che rischiano pedissequamente di dare il fianco alla retorica sempreverde del nido di vespe, del cuore nero mai sradicato dal nostro passato. Serve ancora restare all’erta. Pretendere l’avvenire. E agire.

Quindi, almeno oggi, non vanno confusi. Resistenza e resilienza possono sembrare due sinonimi, ma non è così. Non vanno accostati, perché suonano simili, ma sono l’opposto. Aldo dice 26×1.

Non so perché né come
Ho ancora fede e bontà
Ho ritrovato il mio nome
Mi chiamo Libertà.


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