Resistenza, responsabilità e pacifismo. Idee per un dibattito costruttivo sulla guerra in Ucraina

Alberto Castelli

La guerra in corso in Ucraina ha provocato una forte polarizzazione e radicalizzazione del discorso politico. Come accade sempre in questi casi, l’opinione pubblica tende a dividersi in due blocchi contrapposti che si accusano reciprocamente. Si tratta di una situazione che non facilita non la comprensione della situazione e che tende a schiacciare la discussione su idee semplicistiche e sclerotizzate. Per questo mi sembra opportuno chiarire in modo sintetico alcune idee non direttamente collegate con la guerra in Ucraina. Idee che possono aiutare a orientarci nelle scelte che abbiamo di fronte: resistenza, responsabilità e pacifismo.

Resistenza

Non è vero che la lotta armata sia l’unica forma di resistenza. Non si può negare che, in determinate situazioni, la scelta di resistere con le armi sia obbligata; ma non è sempre così. La storia è piena di esempi di resistenza all’oppressione senza armi. Si pensi alla resistenza con cui i cittadini di Praga hanno saputo tenere in scacco l’esercito sovietico nel 1968, prima di soccombere per mancanza di aiuti dall’esterno; e si pensi a come gli indiani hanno messo fine alla dominazione britannica e al ruolo della nonviolenza nell’emancipazione dei neri negli Stati Uniti; si pensi a come i sudafricani hanno potuto rovesciare un sistema politico razzista e instaurare la democrazia.

Perfino nella Resistenza al nazifascismo in Italia – spesso considerata l’esempio della moralità della rivolta armata – ci sono stati esempi di resistenza nonviolenta. Ma forse, l’esempio più significativo di rivolta senza armi è quello con cui i danesi sono riusciti a impedire la deportazione degli ebrei da parte dei nazisti. Una storia di cui parla Hannah Arendt e sulla quale, scrive

«si dovrebbero tenere lezioni obbligatorie in tutte le università ove vi sia una facoltà di scienze politiche, per dare un’idea della potenza enorme della non violenza e della resistenza passiva, anche se l’avversario è violento e dispone di mezzi infinitamente superiori».

La storia, nella sintesi fatta da Arendt, è questa:

«Quando i tedeschi, con una certa cautela, li invitarono a introdurre il distintivo giallo, essi risposero che il re sarebbe stato il primo a portarlo, e i ministri danesi fecero presente che qualsiasi provvedimento antisemita avrebbe provocato le loro immediate dimissioni. Decisivo fu poi il fatto che i tedeschi non riuscirono nemmeno a imporre che si facesse una distinzione tra gli ebrei di origine danese (che erano circa seimilaquattrocento) e i millequattrocento ebrei di origine tedesca che erano riparati in Danimarca prima della guerra e che ora il governo del Reich aveva dichiarato apolidi».

Violenza e liberazione

Non è vero che se l’occupazione straniera è un male, la resistenza armata prefiguri necessariamente il suo contrario. Resistere con le armi significa provocare morti, sofferenza, disastri economici, ecologici e sociali che rischiano di rendere vana o troppo costosa la fine dell’occupazione. Non intendo sostenere che sia sempre così, ma che questa sia una possibilità concreta, specie quando si combatte una guerra con le armi estremamente distruttive che abbiamo a disposizione.

Sia chiaro, non sto dicendo niente di nuovo. Basta pensare che Andrea Caffi, nel 1946, ragionando sulle possibilità di portare avanti una rivoluzione con mezzi violenti scriveva:

«le risorse meccaniche e i sistemi d’organizzazione massiccia (eserciti e polizia, Ceka e Gestapo, campi di concentramento, regime russo nei paesi satelliti) che vengono attualmente impiegati nella lotta fra gruppi umani hanno raggiunto un tale grado d’atroce efficienza che la distruzione completa della società civile, se non del genere umano, è diventata una possibilità effettiva. Non è affar nostro provocare l’Armageddon».

Da quando Caffi scriveva queste cose, non sono bastate le parole di Aldo Capitini e di tanti altri. E, soprattutto, non sono bastati oltre settant’anni di guerre devastatrici per insegnarci la lezione.

Responsabilità

È grossolanamente falso affermare che la colpa dell’esplosione della violenza sia solo del governo russo. Sia chiaro: il governo russo è il primo responsabile dell’ingiustificabile aggressione all’Ucraina. Allo stesso tempo, però, non si può non riconoscere che nessuna pace futura potrà essere costruita sul mancato riconoscimento delle responsabilità dei governi europei e americano nell’aver creato una situazione di tensione e diffidenza.

Lasciando agli storici il compito di mettere a fuoco le responsabilità di ogni soggetto, si possono almeno fare due considerazioni:

1) dopo il crollo del muro di Berlino, non si è fatto abbastanza per integrare la Russia in un sistema europeo allargato. La conseguenza è stata un drammatico approfondirsi delle diffidenze reciproche.

2) A guerra scoppiata, è almeno dubbio che le azioni messe in atto per trovare una soluzione negoziale siano state adeguate. La definizione di “macellaio” attribuita dal presidente statunitense a quello russo non può essere interpretata in altro modo che come il rifiuto di un dialogo costruttivo; come la scelta che, per il momento, si può lasciar morire il popolo ucraino e i soldati russi, poi si vedrà.

Pacifismo

Non è vero che i pacifisti siano necessariamente esseri ingenui e ignari del fatto che la violenza è parte delle relazioni politiche. Molti pacifisti non sono affatto dei sognatori, ma persone che hanno chiaro che la violenza organizzata e usata attraverso le armi moderne è un male enorme. Sono persone convinte che, troppo spesso i governanti ricorrano alla guerra a cuor leggero.

Una leggerezza dovuta al fatto che lo sguardo di chi maneggia il potere è spesso fondato su categorie astratte e rigide, in base alle quali la vita (o la morte) degli inermi ha peso solo in funzione del rafforzamento del potere o del raggiungimento dei determinati obiettivi politici (ogni volta definiti come assolutamente irrinunciabili).

I pacifisti rifiutano di assumere un simile sguardo perché sanno che la guerra, per qualunque motivo e in qualunque modo la si faccia, viene pagata dagli inermi e dagli innocenti ai quali non viene neppure data la possibilità di obiettare. Convinti che per fare una frittata si debbano rompere le uova, i potenti della terra si pongono spontaneamente nelle vesti del cuoco; i pacifisti vogliono mettersi invece nella prospettiva delle uova.

 

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