Un altro Afghanistan

Autore
René Wadlow


Un altro Afghanistan

Dal 15 agosto 2021 e l’inizio del controllo di Kabul da parte delle forze armate taliban, c’è stato un sacco di commenti sull’appropriatezza o adeguatezza dei metodi d’azione USA e NATO alla sfida che aveva di fronte. Che era chiara fin dall’inizio seppure non articolata dal governo USA come ragione del proprio intervento. La sfida si è parata dinanzi a tutti i governi centrali dell’Afghanistan.

Governo e tribù

La lotta fra il governo centrale e i gruppi tribali estremamente indipendenti è un tema persistente della vita politica afghana. Ogni governo afghano che abbia provato a centralizzare il potere si è incontrato con questa problematica.

La struttura valoriale e le pratiche sociali sono permeate dagli atteggiamenti e dalle lealtà tribali anche in ambiti urbani. Ci sono antagonismi intertribali di differenti storie e ambienti etnolinguistici. Il maggior antagonismo è fra i Pashtun e i gruppi etnici non-Pashtun. I non-Pashtun hanno provato risentimento verso la dominazione Pashtun e le hanno opposto resistenza.

In questo complicato quadro nazionale già alla fine della Seconda Guerra Mondiale sono giunte le considerazioni di potere di governi stranieri. Di URSS e USA, Pakistan e India, Iran e Cina. E oltre ai rapporti formali fra governi certe agenzie d’intelligence come la CIA (USA) e i servizi militari ISI del Pakistan hanno svolto ruoli alquanto indipendenti sostenendo con denaro e armi alcune fazioni. La rivoluzione iraniana del 1979 e l’accresciuto ruolo dell’Arabia Saudita e degli stati del Golfo hanno aggiunto altri stati alla scena politica. L’intervento sovietico del 1980 vide il sorgere dei gruppi resistenti islamici fondamentalisti, alcuni dei quali hanno formato la base degli attuali taliban.

Vent’anni di presenza USA e NATO e la seria opera di molte organizzazioni non-governative nonché di agenzie ONU non aveva cambiato la configurazione politica e sociale basilare del paese. L’immagine dell’aeroporto di Kabul con chi partiva, chi voleva partire e chi era lasciato indietro resta l’immagine di fallimento; anche se la perdurante presenza militare offriva poca speranza di una società più giusta e consensuale. È probabile che l’immagine dell’aeroporto di Kabul resterà nella mente del pubblico; come pure l’evacuazione dell’ambasciata USA in Vietnam riassume i lunghi anni d’intervento USA lì.

Un altro Afghanistan

Avrebbe potuto esserci un’immagine differente di un altro Afghanistan. Magari la sequenza finale del film del 1979 “Meeting with Remarkable Men” di Peter Brook con Terence Stamp, tratto dall’omonimo libro di G.I.Gurdjieff – la scena di danze o movenze da tempio apprese da Gurdjieff in monasteri collegati al sufismo in Afghanistan e altrove in Asia Centrale. Una stretta collaboratrice di Gurdjieff, Jeanne de Salzmann, aveva consigliato il regista sulla natura delle movenze il cui scopo era sviluppare autoconsapevolezza.

Lungo la stessa linea di pensiero, il governo turco, anziché mandare 600 soldati per contribuire alla guardia dell’aeroporto durante l’evacuazione finale, avrebbe potuto mandare 600 Dervishi Rotanti dell’Ordine Mevlevi con la propria musica classica turca per mostrare ai taliban che la musica non è antislamica.

L’Afghanistan e la zona di confine col Pakistan sono da lungo tempo un centro di riflessione sufica sulle modalità per raggiungere il Sé Superiore. Forse un maggior numero di persone che avessero acquisito maggiore autocoscienza avrebbe potuto non svanire di fronte ai taliban come han fatto i militari afghani addestrati dagli USA.

Per quelli di noi attivi nel peacebuilding, la situazione afghana richiede valutazione e la disponibilità a considerare nuovi approcci, [peraltro] come faranno molto il US Dipartimento di Stato USA e il Pentagono. Adesso possiamo dire che le forze militari non sono addestrate o socializzate per realizzare società liberal-democratiche. Tuttavia, può darsi che si debba essere più chiari su quali misure di peacebuilding avrebbero potuto fare una vera differenza in società complesse e divise come l’Afghanistan. Temo che l’Afghanistan non sarà la fine di tali sfide.


René Wadlow

Un altro Afghanistan

René Wadlow è membro della Rete TRANSCEND per Pace Sviluppo Ambiente. È presidente della Association of World Citizens, un’organizzazione pacifista internazionale con status consultivo presso l’ECOSOC, organo ONU di facilitazione della cooperazione e soluzione dei problemi in tematiche socio-economiche, ed è capo-redattore di Transnational Perspectives


EDITORIAL, 6 Sep 2021 | #709 |René Wadlow – TRANSCEND Media Service

Traduzione di Miki Lanza per il Centro Studi Sereno Regis


Una replica a “Un altro Afghanistan”

  1. Caro Renè
    per anni mi hai chiesto della CINA, oggi TRAGICO anniversario dell'attacco alle Torri Gemelli di New York, voglio ricordarti che il mio primo lavoro di Economia Solidale è iniziato nel 1993 a Pechino nel CHINA-WORLD-CENTER, le TORRI GEMELLE secondo al Mondo dopo quelle di NEW YORK , nessun TALEBANO ha osato attaccarle ma bisogna riconoscere che la CINA non ha mai fatto guerra ai TALEBANI,
    ieri leggevo il blog cinese di una ragazza Iraniana impegnata ad accogliere bambini Afgani, questa novità mi fà ricordare e sperare nelle DONNE come la First Lady Peng Liyuan Ambasciatrice UNESCO dopo che in una lettera ha chiesto spiegazioni alla Presidente UNESCO sulle studentesse Nigeriane rapite
    cosa fate voi oggi? scrivete alle Nazioni Unite di salvare le DONNE AFGANE?

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