Il dramma della rotta balcanica ai tempi della pandemia | Luca Serratore

Migranti sulla Rotta Balcamica durante la pandemia

Il Teatro Miela di Trieste doveva essere la sede per il  Convegno Internazionale Sulla Rotta Balcanica del 27 e 28 novembre 2020. Convegno organizzato dalla rete “RiVolti ai Balcani” con la collaborazione con il Festival S/Paesati, con il patrocino del Dipartimento di Scienze Giuridiche, del Linguaggio e dell’Interpretazione e della Traduzione dell’Università degli Studi di Trieste.

RiVolti ai Balcani è una rete nata nel 2019 che riunisce più di trenta realtà le quali si occupano di ciò che sta succedendo nei territori balcanici con l’obiettivo di porre fine al silenzio sulla “rotta balcanica” e denunciare gli avvenimenti e sostenere, con diverse iniziative, i diritti dei rifugiati rendendo loro la dignità che meritano. 

Il convegno svolto in due giornate è stato seguito da centinaia di partecipanti durante la diretta. Il tema ha suscitato molte domande alle quali i relatori con i loro interventi hanno accuratamente cercato di dare risposte, spesso con specifici approfondimenti.

La prima giornata è stata dedicata alle relazioni di approfondimento sui temi della gestione delle politiche in materia di asilo e migrazione, alle riammissioni nel quadro giuridico europeo e alla loro legalità o illegalità,alle riammissioni dei richiedenti asilo e la violazione del diritto internazionale e dell’Unione Europea al confine orientale italiano. Il susseguendosi di temi ha avuto continuazione trattando la catena di riammissioni illegali tra Slovenia, Croazia e Bosnia Erzegovina.

Infine la prima giornata di interventi si è conclusa con l’approfondimento su problematiche come le violenze e le torture perpetrate contro i migranti in Croazia e le responsabilità dell’Unione Europea, e sul degrado dei campi per i migranti e la negazione dei loro diritti fondamentali in Bosnia.

Mentre la seconda giornata è stata dedicata alle risposte che la politica a livello europeo e dei paesi coinvolti dovrebbe dare su ciò che ogni giorno accade in questi territori.

Tutti gli interventi e il convegno stesso si fondano su un fine comune che è quello di riuscire a rafforzare il coordinamento tra le organizzazioni che si occupano della tutela dei diritti umani e fare in modo che l’attenzione su questo tema non resti una questione solamente per gli addetti ai lavori ma, coinvolgere un pubblico più vasto possibile.

Oggi nonostante la crisi pandemica le persone continuano ad arrivare rischiando, come anche in altri periodi, la propria vita per attraversare i Balcani. È necessario fare emergere le condizioni delle persone che attraversano la rotta, e mettere alla luce i meccanismi, spesso brutali e violenti e quindi illegali, che gli stati mettono in atto per impedire a queste persone di far valere i loro diritti.

Proprio per queste motivazioni la conferenza si doveva svolgere a Trieste, città che rappresenta uno dei terminali che segnano la fine di questa rotta balcanica, ma anche dove durante lo spargersi del Covid-19 sono iniziate le “riammissioni formali”, i quali in realtà sono spesso dei pushbacks, anche di massa, che sono dei veri e propri respingimenti da parte della polizia italiana. 

Quello che accade al confine italo-sloveno va raccontato, anzi gridato. Si tratta di viaggi a ritroso, dall’Italia verso la Bosnia e Anna Brambilla, avvocata dell’Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione, nel suo intervento racconta la storia di persone provenienti dal Bangladesh, Pakistan e Afghanistan, arrivati però dalla rotta balcanica, fermate dalla polizia italiana nelle vicinanze della stazione di Trieste a luglio del 2020. Successivamente le persone del gruppo vengono trasferite in un campo fatto di tende dove vengono suddivise per nazionalità e sottoposte a procedure per l’identificazione, un vero e proprio colloquio con la presenza di un mediatore.

Molte di queste persone richiedono l’asilo politico, alcune vengono rassicurate di poter rimanere in Italia, altre vengono semplicemente ignorate. Anche le loro richieste di cibo e acqua vengono scarsamente soddisfatte con biscotti, spesso senza acqua o altre bevande. Il giorno successivo alcune di queste persone sono state trasferite in Slovenia dalla polizia italiana e consegnate alla polizia slovena. Quello che succede durante gli spostamenti dalla Slovenia alla Croazia, ma soprattutto dalla Croazia alla Bosnia è un susseguirsi di violenze, violazioni, e pestaggi, aria calda, aria fredda ed elettricità.

Da luglio 2018 a luglio 2019 la Slovenia ha riammesso 361 persone provenienti dall’Italia e dal gennaio ad agosto 2020 il numero è molto più che raddoppiato. Queste persone vengono violate del loro diritto di iniziare la procedura per il riconoscimento della protezione internazionale, del principio di non respingimento e del divieto di espulsione collettiva. Tutto questo avviene senza valutazione dei rischi di subire trattamenti inumani e degradanti.

Per fermare le persone provenienti dalla rotta balcanica, le autorità italiane hanno stabilito un accordo con quelle slovene per una maggiore militarizzazione della frontiera interna italo-slovena. In particolare le due nazioni tra il 2019 e il 2020 hanno incrementato l’uso degli accordi di riammissione bilaterale. 

In Croazia, i primi respingimenti e comportamenti illegali verso i rifugiati sono stati registrati nel 2015. Maddalena Avon del Centro per la pace di Zagabria ha raccontato come si svolgono le pratiche di pushback in Croazia, ed è importante sapere che le violenze da parte degli ufficiali di polizia non avvengono soltanto ai confini ma anche all’interno del territorio croato. Si parla di violenze fisiche, sessuali e psicologiche subite da ogni tipo di persona senza nessuna discriminazione che si trattasse di donne, bambini o uomini.

Riassumendo, si assiste completamente a violazioni sistematiche delle leggi domestiche, europee e internazionali. I diritti umani vengono violati ogni giorno. Il Centro per la pace di Zagabria riceve giornalmente molte richieste di supporto, con una media di 20 richieste alla settimana. Purtroppo capita spesso che le stesse persone richiamano nuovamente, ma dalla Bosnia dove sono stati trasferiti.

I casi più gravi di violazione dei diritti accadono in Bosnia dove le condizioni di vita hanno un livello altissimo di degrado. Qui, come è stato documentato dall’intervento di Silvia Maraone, project manager dell’ONG Istituto Pace Sviluppo Innovazione, molti campi per migranti sono stati costruiti negli ultimi anni a causa della crescente affluenza di persone che attraversano la rotta balcanica, emergenza contro la quale il governo bosniaco non si è mosso per dare risposta.

Comunque dal 2018, con i fondi dell’Unione Europea per sostenere l’emergenza in Bosnia, sono stati aperti centri di accoglienza e nell’aprile del 2020 ne è stato aperto uno straordinario per l’emergenza da Covid-19 a Bihac.

Ma non tutto funziona bene, i centri sono ai livelli minimi degli standard di accoglienza. Si lamentano problemi come sovraffollamento, condizioni igieniche inadeguate, cibo scarso in quantità e qualità oltre a problemi con l’elettricità e internet. La stessa Silvia Maraone descrive i campi profughi come mondi a parte, dove manca l’ossigeno per via del grande numero di persone, a cui si aggiungono odori pessimi, le persone in questi centri perdono completamente la loro privacy. Inoltre le organizzazioni che lavorano nei campi mancano di persone qualificate, i campi vivono in status di depressione generale aggravata da tensioni tra i migranti, sono stati segnalati abusi delle compagnie di sicurezza che operano nei campi.  Non mancano dei traffici illegali all’interno, alcune persone provano a contrastare la loro frustrazione abusando di sostanze come alcol e droghe.

Queste situazioni sono state aggravate dalla crisi pandemica che stiamo vivendo la quale contribuisce all’incremento della xenofobia nella popolazione. Questo in Bosnia ha portato gruppi xenofobi a protestare arrivando nell’estate del 2020 ad una vera e propria caccia ai migranti. Si sono sviluppate idee che il virus sia stato portato e veicolato dai migranti che sono probabilmente legittimate dalle misure anti-covid.  Inoltre con le misure e i divieti per contrastare l’emergenza, i migranti si trovano bloccati all’interno dei campi, in posti affollati senza alcuna possibilità di rispettare la distanza di sicurezza, senza mascherine e senza igienizzanti per cui si trovano in una situazione in cui il rischio di contagio è molto elevato.

In conclusione, quello che rispecchia un’assurdità è che questi territori non abbiamo nessun controllo. Massimo Moratti, vice direttore dell’ufficio per l’Europa e responsabile per i Balcani di Amnesty International, definisce le zone di confine tra gli stati “terra di nessuno”, dove le forze dell’ordine e le forze di frontiera possono fare ciò che ritengono opportuno, senza controllo, senza avere nessuna responsabilità. Ed è proprio questo che fa paura, vale a dire la loro l’impunità. 

In poche parole la situazione che queste persone sono costrette a vivere è drammatica e lo è diventata molto di più con la pandemia in pieno circolo. Con il virus tutto questo si è amplificato, ma bisogna bene tenere a mente che una pandemia non crea delle crisi, ma al massimo radicalizza le contraddizioni già esistenti.


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