Si può “aggiustare” la democrazia USA? | Richard Falk

Condivido l’opinione che l’elezione 2020 negli Stati Uniti sia soprattutto un referendum sul fascismo, e per questa e molte altre ragioni auspico che produca una valanga pro-Biden seguita da un trasferimento di potere politico senza scosse. Dall’attuale prospettiva questo genere di scenario politico benigno pare di materializzazione improbabile. Invece ci possiamo più realisticamente aspettare un’elezione alle strette, che vuol dire che se vince Trump cresce la minaccia fascista, mentre se perde rifiuterà di accettare il risultato, accusando di frode, abbarbicandosi alla presidenza, provocando una crisi costituzionale ed eventualmente il primo colpo di stato nella storia americana, e di nuovo prospererà il fascismo.

Anche nell’improbabile evento che tutto vada bene proceduralmente, non è il caso di gongolare per l’affermazione della versione americana della democrazia. Se Trump dovesse sconvolgere le attuali aspettative vincendo a novembre, dovrebbe quasi di certo ringraziare di nuovo le perverse peculiarità del Collegio Elettorale. Trump non avrebbe difficoltà a cacciar di mente il fatto assurdo di aver ottenuto meno voti dell’avversario sconfitto, come già nel 2016. Nel 2020 non c’è assolutamente alcuna giustificazione per contare un voto in Idaho o in Montana più che in California o nel New York perché il vincitore ottiene tutti i voti del suo collegio elettorale, sia che il margine di vittoria sia di un voto o di un milione di voti. La democrazia come sistema politico perde legittimità ogni qual volta non riesca a estromettere i ghiribizzi anacronistici del proprio sistema elettorale e al vero mandato di una maggioranza di cittadini si neghino i frutti della vittoria.

Come già osservato da altri, a Biden occorrerà ben più che una semplice maggioranza per vincere l’elezione. Gli ci vorrà una valanga di voti per superare non solo gli effetti [deformanti] del collegio elettorale ma che cancelli anche quelli della manipolazione Repubblicana dei collegi stessi nonché parecchie pratiche di soppressione degli elettori progettate apposta per tener lontana dalle urne quanta più gente di colore possibile.

Ci sono poi altre ragioni d’umiltà riguardo al funzionamento della democrazia negli Stati Uniti, che vallo aldilà del sistema elettorale. Le carenze più stridenti hanno a che fare con l’assenza di approcci alternative resi disponibili all’elettorato sui temi più cruciali che la società debba affrontare. Riguarda il fallimento del sistema bipartitico se nessuno dei due possiede la volontà di promuovere il superamento delle distorsioni arrecate dalla plutocrazia, dal militarismo, dal capitalismo predatorio e dal razzismo sistemico.

L’attuale versione americana di democrazia bipartitica è andata degradandosi costantemente per il consenso bipartitico incorporato, originariamente connaturato col paesaggio politico durante la II guerra mondiale, allorché il paese era unito a sostegno di una guerra anti-fascista. Tale consenso si ricostituì in modo consistente e più discutibile come cruciate globale anti-comunista durante la lunga Guerra Fredda. Fra gli effetti nocivi di tale consenso bipartitico ci fu la riduzione del dibattito politico mainstream, far sì che il risultato delle elezioni nazionali contasse molto meno, rendere un’economia di guerra e uno stato militarizzato apparecchiature permanenti di governance, e minare il rispetto del diritto internazionale e dell’autorità dell’ONU.

Si sarebbe potuto sperare che la caduta del muro di Berlino nel 1989 e il crollo sovietico un paio d’anni dopo incoraggiassero a intraprendere un inventario [normativo] e una svolta nazionale verso la pace. Ma non avvenne nulla del genere durante gli anni 1990, un decennio sprecato di opportunità per l’ordine mondiale.

In primo luogo l’attenzione fu riportata ai vantaggi plutocratici derivanti dall’assenza di un’alternativa ideologica alla politica economica animata dal mercato. Di conseguenza, con il sostegno di ambo i partiti politici, il governo USA ha focalizzato l’attenzione a mettere il mondo al sicuro per il capitalismo predatorio, una serie di priorità politiche che rifletteva quello che si è reso noto come ‘il consenso di Washington’ o più garbatamente ‘globalizzazione neoliberista’. Tale orientamento economicista, in effetti versione capitalista del materialismo marxista, ha incoraggiato orge consumistiche ma non era soddisfacente per i militaristi che volevano anche, magari richiesero, un nemico che creasse le condizioni per continuare con bilanci militari da tempo di guerra e per ristabilire la propria autostima come guardiani della sicurezza nazionale e globale.

Il primo candidato a nemico post-comunista fu il Giappone, con la sua forza-lavoro disciplinata e la sua economia in rapido sviluppo, ma era troppo arduo da trattare come nemico il principale alleato USA nella regione Pacifico. Fu poi la volta dell’Islam, e dello ‘scontro delle civiltà’, cui fu data credibilità temporanea con gli attacchi dell’11 settembre [2001], che ebbe davvero l’effetto galvanizzante di rendere nuovamente la politica estera USA dedita alla sicurezza con un’enfasi special sul Medio Oriente dove sembrava essere in gioco il futuro energetico del mondo. Ne seguirono interventi militari disastrosi risultanti in scacchi geopolitici, e il piombare nel caos di vari paesi.

Adesso è il turno della Cina, che non sfida militarmente o ideologicamente l’Occidente ma sembra vincente nella gara per i mercati, l’espansionismo economico, e l’innovatività tecnologica, ed è ora presentato da ambo le ali dell’establishment politico USA come avversario geopolitico degno di affrontare con la forza. Senza sorpresa, i seguaci di Biden paiono pronti quanto l’autocrazia di Trump di affrontare Cina e Iran, benché forse in maniera più misurata, ma anche forse più disposta a indurre un impegno greve a lungo termine rafforzato da un’ipocrita solidarietà con i contestatori di Hong Kong e le lotte degli uighuri per i diritti umani. Un’America disonorata dalla sua terribile prestazione in risposta alla sfida del Covid-19, è un animale ferito mai stato più in disaccordo con il benessere dell’umanità, che richiede con urgenza di rifocalizzarsi sulla sicurezza umana, che deve concretizzarsi in quanto al cambiamento climatico, all’armamento nucleare, alle migrazioni globali, alla sicurezza alimentare e sul lavoro, alla smilitarizzazione, e a procedure rafforzate per la cooperazione globale. Ciò può avvenire solo sfidando il consenso militarista/plutocratico dall’esterno della struttura partitica, da un movimento anziché da un partito politico.

La persistenza di tale consenso disfunzionale rappresenta un cedimento del contratto sociale che plasma i rapporti stato/società in una democrazia legittima. È uno scandalo politico e morale che una quota considerevole della cittadinanza manchi di assistenza sanitaria, istruzione superiore e alloggiamento accessibili, e che la società nel suo complesso sopporti acute disuguaglianza, ingiusta tassazione, degrado delle infrastrutture, e il cambiamento climatico senza porre una sfida seria al sistema bipartitico. Bernie Sanders ha coraggiosamente tentato due volte di sospingere il partito Democratico oltre il consenso bipartitico, ma infine sia nel 2016 sia nel 2020 è stato massacrato dall’establishment del Comitato Nazionale Democratico (DNC) che ha rifiutato di farsi spingere oltre l’arrischiato bordo.

Il fenomeno Trump è un esempio estremo della deriva populista globale rispetto alla democrazia da parte di cittadinanze alienate qua e là per il mondo che danno il voto a demagoghi che si approfittano delle procedure e istituzioni democratiche per rendere vacua la democrazia in modo da sospingere la società verso l’autocrazia. Tale deriva riflette particolari narrative nazionali nonché una certa serie di condizioni globali che riflettono alienazione da quanto conferito dalla democrazia, che crea una temibile ricettività all’accusa del forestiero o gli altri per la slealtà che si prova sotto forma di disuguaglianza ed erosione dell’identità nazionale.

Un’ultima preoccupazione concerne il regresso nell’affrancamento dei popoli del mondo. Sosterrei che una legittima democrazia USA nel 21° secolo dovrebbe ottemperare alla volontà politica di chi risiede oltre i confini territoriali del paese e deve la propria fedeltà primaria a un altro paese. Questi stranieri sono molto toccati dall’influenza extra-nazionale esercitata dagli Stati Uniti sulle loro vite e il loro sostentamento, eppure sono senza rappresentanza o qualunque mezzo per registrare un’approvazione o disapprovazione formale. Gli USA, grazie alla propria presenza globale, soprattutto con la rete di basi militari, forze navali in pattuglia in alto mare, e pretese basate sulla sicurezza cibernetica e spaziale, hanno sovente più impatto sulle società straniere che i loro stessi governi.

Non si dovrebbe prendere in considerazione qualche forma di affrancamento non-territoriale (non necessariamente un voto pieno e uguale) che sia più congruo con le realtà di un mondo digitale in rete di quanto sia lo stato sovrano territoriale? E’ ora che schieriamo la nostra immaginazione morale e politica per immaginare una democrazia non-territoriale che tenga conto delle configurazioni di potere geopolitiche come pure degli ecosistemi che non possono funzionare a modo se non soggetti a qualche fonte di governance con precedenza sulle pretese della sovranità nazionale.  La territorialità della vita sul pianeta è declinata al punto che solo una governance democratica multi-livello può sperare di affrontare umanamente le varie e multiple sfide all’umanità nel suo complesso.

Essenzialmente, non possiamo sperare nel future a meno d’impegnarci nel duro lavoro di deterritorializzare la democrazia, demilitarizzare lo stato, pacificare la geopolitica, e dare adeguato potere all’ONU e al diritto internazionale.


Richard Falk

Richard Falk è membro del TRANSCEND Network, studioso di relazioni internazionali, professore emerito di diritto internazionale all’Università di Princeton, Distinguished Research FellowOrfalea Center of Global Studies, UCSB, autore, coautore o editore di 60 libri e relatore e attivista per gli affari mondiali. Nel 2008, il Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite (UNHRC) ha nominato Falk per due periodi di tre anni come relatore speciale delle Nazioni Unite sulla «situazione dei diritti umani nei territori palestinesi occupati dal 1967». Dal 2002 vive a Santa Barbara, in California, e si è associato con il campus locale dell’Università della California, e per diversi anni ha presieduto il Board of the Nuclear Age Peace Foundation. Il suo libro più recente è On Nuclear Weapons, Denuclearization, Demilitarization and Disarmament (2019).


EDITORIAL, 31 Aug 2020 | #654 |Richard Falk – TRANSCEND Media Service

Traduzione di Miki Lanza per il Centro Studi Sereno Regis


Una replica a “Si può “aggiustare” la democrazia USA? | Richard Falk”

  1. l'analisi dell'America è corretta ma manca l'analisi della Cina Governance e delle alleanze già in corso fra Russia e Cina
    da anni la Cina pensa necessaria la Riforma dell'ONU
    non funziona, vogliamo darle più potere?
    non è reale la GLOBALIZZAZIONE-per questo non può funzionare
    servono politiche SOCIALI-la POVERTA' creata dal COVID 19 dovrebbe far riflettere …i pochi ricchi- padroni del MONDO e forse anche dei POLITICI

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