Il come ricordiamo Hiroshima e Norimberga riflette il potere non la giustizia

Richard Falk

I pacifisti del vasto mondo sovente scelgono l’8 agosto ogni anno per provare di nuovo la sofferenza umana e la devastazione causate dallo sgancio di bombe atomiche sulle città giapponesi inermi di Hiroshima e Nagasaki. Fra l’altro, fu un ‘un crimine geopolitico’ di estremo terrore, senza giustificazioni di combattimento, e inteso principalmente come ammonimento ai capi sovietici a non sfidare l’Occidente nella diplomazia di pace alla fine della 2^ guerra mondiale.

L’8 agosto cade fra l’estrema distruzione di queste due città. E una giornata che non si può dimenticare o redimere, benché fin dal tempo delle esplosioni del 1945 la solennità di tali occasioni sia stata offuscata al di fuori del Giappone da timori diffusi che a un certo punto potesse scoppiare una guerra nucleare e da una rabbia silenziosa per il cocciuto rifiuto degli stati con armamento nucleare di intraprendere passi verso l’adempimento delle solenni promesse di cercare in buona fede un percorso affidabile per il disarmo nucleare; impegno morale e politico divenuto un obbligo legale nell’articolo VI del Trattato di Non-Proliferazione Nucleare – NPT (del 1970), e affermato unanimemente in un’Opinione Consultoria della Corte Internazionale di Giustizia nel 1996. Si è reso chiaro che per le istituzioni di sicurezza della ‘NATO Tre’ questo impegno al disarmo non è mai stato altro che ‘una utile finzione’ che trasmetteva il senso che agli stati non-nucleari veniva dato qualcosa di prezioso e commensurato per la loro disponibilità a rinunciare alla propria opzione condizionale di rafforzare la sicurezza nazionale acquisendo armi nucleari (come fatto da Russia e Cina e nel corso dei decenni da Israele, India, Pakistan, e NordCorea). È formalmente condizionale grazie all’articolo 10 che dà alle Parti del NPT il diritto di ritiro qualora “eventi straordinari abbiano compromesso gli interessi supremi del proprio paese”.

La settimana scorsa [prima di agosto – ndt] alla Conferenza di Revisione del NPT, posposta dal 2020 a causa del COVID, al quartiere generale ONU a New York City, hanno dominato la scena due sviluppi contraddittori significativi. Si trattava della prima riunione del genere delle parti NPT dall’entrata in vigore del Trattato di Proibizione delle Armi Nucleari (TPNW) a inizio [2001 >>] 2021. Tale trattato, un progetto dei governi del Sud Globale in attiva coalizione con la Società Civile Globale, ha tracciato una chiara linea fra le opinioni di maggioranza dei popoli del mondo e delle élite della sicurezza di questi nove stati con armamento nucleare. Infatti, i tre della NATO (USA, Francia, UK) hanno avuto la temerità di emanare una dichiarazione congiunta d’opposizione all’approccio assunto dal cosiddetto Trattato di Proscrizione (TPNW) e d’illegale intenzione provocatoria di continuare a basarsi sugli armamenti nucleari per far fronte ai propri bisogni di sicurezza intesi comprensivi di deterrenza geopolitica, cioè non la difesa della patria bensì preoccupazioni strategiche suscettibili di insorgere ovunque sul pianeta, come attualmente illustrato dalla posizione USA in reazione alla guerra in Ucraina e sul futuro di Taiwan. Questa impasse fra i possessori nucleari e i non-possessori equivale a una conferma esistenziale di ‘apartheid nucleare’ in quanto consolidamento della sicurezza globale, a meno che e fintanto che i patrocinatori del TPNW adunino abbastanza forza e volontà da costituire una vera sfida a tale struttura egemonica e minacciosa di potere e autorità.

Il secondo sviluppo d’interesse alla Conferenza di Revisione NPT Review Conference ha conferito un senso d’urgenza immediate a quel che era diventata 77 anni dopo Hiroshima una preoccupazione piuttosto astratta, ed è la guerra in Ucraina con il suo effetto di travaso geopolitico di acutizzare il rischio percepito di utilizzo di armi nucleari e addirittura il pericolo di guerra nucleare. Gli USA hanno deciso che vale la pena sfidare l’attacco della Russia all’Ucraina quanto basta per dimostrare la sua pretesa che dopo la fine della Guerra fredda al mondo c’è spazio per un solo stato extraterritoriale, unico fornitore di governance globale quando si tratta dell’agenda securitaria. Tra l’altro, unipolarità vuol dire che il rispetto reciproco dell’era della Guerra Fredda per le sfere d’influenza straniere vicine non sostiene più la coesistenza d’influenza geopolitica. Gli USA hanno tacitamente proclamato la Dottrina Monnroe per il mondo, e sono pronti ad accettarne gli oneri economici e strategici, mantenendo centinaia di basi militari straniere e marine in ogni oceano. L’insistenza NATO a far pagare la Russia per la sua invasione con l’essere di nuovo ridotti alle normalità della sovranità territoriale è intesa come lezione magistrale nella geopolitica del mondo post-Guerra Fredda. Ed inoltre un’occasione di mandare alla Cina, attualmente l’avversario più temuto, un messaggio scritto col sangue di vite ucraine, su cui è meglio non cercare di riguadagnare il controllo su Taiwan o sarà devastata in modo persin più punitivo, ivi comprese sottili minacce velate e l’eventuale uso di armi nucleari. Qualche mese fa i war games del Pentagono mostravano minacciosamente che la Cina prevarrebbe in qualunque scontro militare nei mari della Cina Meridionale a meno che gli USA fossero pronti ad attraversare la soglia nucleare, affermando la rinnovata rilevanza strategica dell’armamento nucleare e raccogliendo prove atte a procurarsi stanziamenti militari ancor maggiori dal Congress.

La diplomazia americana ha aggravato un contesto già infiammato con alcuni comportamenti inspiegabilmente provocatori che parevano disegnati per produrre un’occasione di confronto militare. In primo luogo, un’iniziativa gratuita di Biden di fornire con un coinvolgimento militare qualunque cosa si ritenga necessaria per proteggere Taiwan da un attacco della Cina. E, secondo, una sciagurata visita d’agosto a Taiwan da Nancy Pelosi in un periodo d’alta tensione violando lo spirito del Comunicato di Shanghai emanato da Cina e USA nel 1972, che ha mantenuto da allora uno status quo ragionevolmente fra i due attori geopolitici, basandosi su quel che Henry Kissinger chiamava ‘ambiguità strategica’. O queste manovre di Biden/Pelosi sono l’ennesima espressione del dilettantismo americano quando si tratta di politica estera oppure sono sforzi deliberati di provocare Xi Jinping a entrare in azione. Questo autocrate presunto pauroso viene già accusato in Cina di essere debole, pronto alla marcia indietro sull’obiettivo politico primario di ottenere la riunificazione di Cina e Taiwan. Che sia peggio l’incompetenza o la malizia e questione di gusto. Sono entrambe inaccettabilmente pericolose trattandosi di pericoli nucleari.

In effetti, la commemorazione di Hiroshima e Nagasaki nel 2022 è sovrastata da questa realtà duale di continue ‘guerre geopolitiche’. È anche un richiamo alla nozione che la guerra nucleare è stata evitata per un pelo nella Crisi Cubana dei Missili del 1962 da una ‘fortuna muta’ – come la chiama Martin Sherwin, autorevole interprete del rischio nucleare [Gambling with Armageddon (2020). Anche rilevante: Daniel Ellsberg, The Doomsday Machine (2017)]. Può anche essere il momento in cui un movimento pacifista nascente nel Nord globale risveglia e preme forte per l’adozione dell’approccio TPNW.

Sono stato scioccato di recente rendendomi conto che la firma dell’Accordo di Londra nel 1945 da parte di USA, URSS, Francia e UK, che concordava sull’istituzione di un tribunale a Norimberga incaricato di perseguire nel dopoguerra i principali criminali di guerra nazisti era avvenuta anch’essa l’8 agosto dello stesso anno. Pochi mesi dopo fu istituito un tribunale parallelo a Tokyo per i crimini di guerra giapponesi. Si è spesso osservato, specialmente in anni recenti, che queste iniziative erano così unilaterali da estendere il nostro senso di legge penale, la cui essenza è trattare ugualmente gli uguali. La disuguaglianza pervase il lavoro di questi tribunali, benché la criminalità dei tedeschi e giapponesi imputati fosse ben-documentata. La cosa più controversa è stata la mancata indagine delle violazioni alla legge penale internazionale da ambo i lati, motivo per cui questi tribunali, per quanto nobile fosse l’opera svolta, furono derisi quali esempi lampanti di ‘giustizia dei ‘vincitori’.

Mi interessa il nesso fra Hiroshima e l’Accordo di Londra per un motivo un po’ diverso. Sono inorridito dall’insensibilità di firmare quest’accorso d’istituzione del Tribunale di Norimberga proprio nei giorni dei bombardamenti atomici, probabilmente il peggior crimine della 2^ guerra mondiale, almeno alla pari con l’Olocausto. È più che insensibilità, è hybris morale, che prepara un attore politico, stato o impero che sia, alla tragedia. Conduce direttamente a certe caratteristiche dell’ordine mondiale come il diritto geopolitico d’eccezione all’ONU mediante il veto e l’impunità riguardo alle procedure di rendicontazione. In effetti, l’ONU è progettata proprio letteralmente per dare rassicurazioni che gli stati più pericolosi, a partire dal 1945 siano giurisprudenzialmente incapaci di fare alcun torto legale, almeno nell’ambito del sistema ONU e delle istituzioni affiliatevi in seguito, come la corte Penale Internazionale. Questa caratteristica di legalità e legittimità lievemente dissimulata che cosa trasmette a un osservatore curioso? Che diritto e responsabilità sono rilevanti per la propaganda e la punizione degli avversari, e che i torti dei vincitori delle guerre più importanti restano aldilà di un vero esame, mentre quelli degli sconfitti e dei deboli devono essere giudicati nell’equivalente di ‘processi dimostrativi’ grazie a questa incapacità sostanziale di trattare in modo uguale gli uguali.

C’è tuttavia ancora altro su cui riflettere. Se l’8 agosto fosse stato un giorno diverso, quello dell’infamia di una città inglese o americana presa a bersaglio da una bomba atomica tedesca e se comunque la Germania avesse lo stesso perso la guerra, quell’atto e quell’arma sarebbero stati criminalizzati a Norimberga e nella successiva azione internazionale. Potremmo non essere ancora vivi con questo armamento se chi commise quei terrificanti avvenimenti del 6 e del 9 agosto fossero stati gli sconfitti della 2^ guerra mondiale, il che rende la sconfitta opportunamente celebrata del fascismo tutto sommato una vittoria a lungo temine piuttosto discutibile per l’umanità.

Insomma, c’è molto su cui pensare l’8 agosto di quest’anno se ci permettiamo di cogliere questa relazione repressa fra Hiroshima e Norimberga oltre alle alte tensioni geopolitiche.


EDITORIAL, 8 Aug 2022 | #757 | Richard Falk – TRANSCEND Media Service

Traduzione di Miki Lanza per il Centro Studi Sereno Regis

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