La minaccia nucleare: verso la presa di coscienza?

Elena Camino

Mancano le parole per descrivere…[1]

“Doveva essere stata una bomba spaventosa, perché la pelle del suo polso, per esempio, fu strappata via tutta d’un pezzo. ‘Luce irradiante, la chiamano’: i suoi effetti colpirono non solo l’esterno del corpo ma anche gli organi interni” rileva la moglie di un medico militare gravemente ferito, descrivendo l’effetto delle radiazioni”.

Questa “nuova arma” è tanto sconosciuta che i contadini non riescono neanche a darle un nome: con un abbinamento di onomatopee la chiamano ‘pikadon’ (pika, la luce, e don, il rumore dell’esplosione).

[…] Tutti parlavano del bombardamento di quel giorno e ognuno raccontava solo ciò che lui stesso aveva visto e sentito, senza relazione l’uno con l’altro. Perciò, anche sommando tutti i discorsi, non ci si poteva fare comunque un’idea complessiva della catastrofe.

Mancava il linguaggio per descrivere l’arma usata, ma mancavano anche le parole per esprimere l’orrore della distruzione…

Nella mia penna non era entrata tutta la città di Hiroshima

(Ota Yoko)

 

Gli orrori raccontati in queste opere sono al di là delle parole.

Non ci sono parole che potrei aggiungere. Noi siamo obbligati a un silenzio che sta oltre il linguaggio.

 (Miyoshi Tatsuji).

Prime narrazioni dopo la segretezza

Per anni il pubblico occidentale (ma anche quello giapponese!) fu tenuto all’oscuro della reale entità della tragedia provocata dalle esplosioni nucleari in Giappone.  Poi gradualmente la censura lasciò filtrare documenti e testimonianze, che resero possibile – a chi voleva sapere – trasmettere la dimensione e l’orrore di quanto era successo.  Al di là dei documenti ufficiali, che comunque per anni mascherarono e minimizzarono la spaventosa realtà delle conseguenze dei bombardamenti, furono le testimonianze dei sopravvissuti (gli hibakusha), le loro composizioni poetiche, i romanzi a far trapelare lo strazio di quanto era avvenuto.

UN ROMANZO. Con ‘La pioggia nera’, un romanzo pubblicato dallo scrittore giapponese Ibuse Masuji nel 1965, l’Autore ci fa rivivere la tragedia di Hiroshima attraverso gli occhi ignari e rassegnati di persone come tante. [2] Con uno stile pacato, senza retorica né vittimismo, Ibuse valorizza il senso della scrittura come “narrazione e  memoria” e recupera – al di là dell’orrore – la dignità della persona.

UNA TESTIMONIANZA. Kiyoko Horiba[3] era una ragazzina di 14 anni, e ricorda così gli eventi di quei giorni.  …. La mattina del 6 agosto io, mia madre, la zia, due cuginetti piccoli eravamo ancora seduti a tavola, mentre mio fratello e un altro cugino più grande erano partiti per la scuola […]. D’improvviso brillò e riempì tutto lo spazio una luce gialla che sembrava provenire da una lampada [4]. [… ] Corsi subito in veranda, che si apriva verso sud della casa e vidi il cielo sopra la città di Hiroshima riempirsi di nuvole in movimento come liquido in ebollizione; erano di cinque colori: rosa, rosso porpora, celeste, viola chiaro e viola scuro. […] Istintivamente urlai: <<cosa è quello?>>. Tutti si affacciarono sulla veranda, e non appena mia madre con il nipotino neonato in braccio ci ebbe raggiunti, arrivò il restante <<don>>. In realtà non mi ricordo di aver sentito il boato. Fummo solo investiti da un impatto tremendo, e precipitammo sotto un piumone tirato e disteso prontamente dalla zia.  Cinque persone, piccole e grandi, rintanate sotto un piumone destinato al riposo del neonato, attendemmo i colpi successivi, che però non arrivarono. […]

La terza sera dopo il pika tornai finalmente a casa per la cena. Fu in quell’occasione che mi accorsi di un odore stranissimo che emanava dalle mie mani. Non era un semplice odore di cadavere.  Era una puzza particolare: la decomposizione degli organi interni, distrutti dalla fissione dell’atomo in un essere ancora vivente. Si trattava dell’odore del male insopportabile che la bomba atomica partorì sul Pianeta Terra.

UNA POESIA.  La stagione dei fiori (2003) di Kiyoko Horiba

Chi mai l’ha scritto ‘riposate in pace’?

Come potrebbero riposare

Con la pelle riarsa, se la pena

Non un solo istante si attenua?

 

Come potrebbero riposare

Quando ancora divampa come fuoco

Il loro tormento?

 

Di nuovo è arrivata l’estate

Gli oleandri sono in fiore.

[…]

 

No, anime di Hiroshima

Non riposate,

fin quando il piccolo atto dei vivi

di cantare l’amore per la vita

non riesca a sciogliere, non faccia evaporare

tutto l’odio e la voglia di uccidere.

La Guerra Fredda e la minaccia nucleare

Con il termine Guerra Fredda si indica di solito la contrapposizione politica, ideologica e militare che venne a crearsi dopo la Seconda guerra mondiale, intorno al 1947, e che si protrasse fino al 1989 (l’anno in cui crollò il muro di Berlino), tra le due principali potenze vincitrici dalla seconda guerra mondiale: gli Stati Uniti d’America e l’Unione Sovietica.

Purtroppo il termine è tornato in uso negli anni recenti, in seguito all’acuirsi delle tensioni tra il mondo occidentale e la Russia, culminate con la guerra – attualmente in atto – nel cuore dell’Europa.

In realtà il mondo intero è coinvolto, direttamente o indirettamente, nel conflitto in corso.   La presenza di armamenti nucleari a disposizione di alcuni dei soggetti ha riportato drammaticamente l’attenzione verso questo strumento di morte, il cui utilizzo potrebbe portare all’estinzione dell’umanità, e a una trasformazione irreversibile delle condizioni ambientali del nostro pianeta.

I primi movimenti antinucleari

In un dottorato di ricerca pubblicato nel 2010 (La pace calda. La nascita del movimento antinucleare negli Stati Uniti e in Gran Bretagna, 1958-1963) l’Autore, Dario Fazzi, esordisce osservando che, nello studio della Guerra Fredda, gli storici tendono a concentrare l’attenzione in prevalenza sugli interessi, sul potere e sugli attori statali, al fine di descrivere quelle dinamiche e quelle relazioni che hanno caratterizzato il periodo di contrapposizione bipolare sorto a partire dalla fine della seconda Guerra Mondiale. Nella sua ricerca Fazzi rivolge invece la sua attenzione soprattutto a soggetti non statali, le cui azioni hanno contribuito a condizionare, a volte in maniera decisiva, il corso degli eventi della Guerra Fredda. Tra questi attori è possibile includere anche quei movimenti e quelle organizzazioni che avviarono la grande protesta contro lo sviluppo e la diffusione delle armi nucleari.

L’opinione pubblica globale aveva già avuto modo di esprimersi contro questo tipo di armi, almeno a partire dal marzo del 1950, quando il World Congress of Partisans of Peace produsse l’appello di Stoccolma, che chiedeva l’assoluto bando delle armi atomiche e che venne firmato da milioni di persone in tutto il mondo[5].

Il Manifesto del Congresso dichiarava, tra l’altro: ” Sosteniamo la Carta delle Nazioni Unite, contro tutte le alleanze militari che rendono inefficace la Carta e portano alla guerra. Siamo contro il peso schiacciante della spesa militare che è responsabile della povertà dei popoli. Sosteniamo la messa al bando delle armi atomiche e di altri metodi di sterminio di massa degli esseri umani […][6].

Con il susseguirsi dei test atomici e con la fabbricazione di nuove e sempre più potenti armi atomiche, le manifestazioni e le proteste, specialmente in Gran Bretagna e negli Stati Uniti, assunsero dimensioni completamente nuove. Le preoccupazioni prodottesi a seguito di casi di contaminazioni causate dai test atomici (come quello dell’imbarcazione giapponese Lucky Dragon o come quello del latte contenente stronzio 90), culminarono nella seconda metà degli anni Cinquanta con la nascita di movimenti antinucleari che coinvolsero, negli anni successivi, milioni di persone.

Diventava sempre più chiaro che le armi nucleari avevano la capacità, riprendendo le parole di B. Russell, di «mettere fine all’essere umano». Non si trattava, in quel periodo, di voler abolire la guerra: questo fine veniva considerato impossibile da raggiungere. Bisognava invece lottare per abolire le armi nucleari perché l’uomo, con la loro comparsa, veniva posto di fronte all’alternativa tra la sopravvivenza e la completa distruzione[7].  Lo stesso Eisenhower ammise che «no war can be won, for war in the nuclear age would entail destruction of the enemy and suicide for ourselves»[8].

In caso di attacco nucleare – Tranquillizzare la società civile

Per ‘tranquillizzare’ i cittadini, e mettere a tacere le proteste che sempre più vigorosamente venivano espresse contro le armi nucleari, furono messe a punto diverse iniziative da parte delle istituzioni.

Una delle prime, da parte del governo inglese, risale al 1963: si tratta di un  ‘Civil Defence Handbook’, elegantemente illustrato,  che si può leggere interamente sul sito:  https://medium.com/@politicscurator/hidden-histories-12-protest-and-survive-a8ba11b28040

Poi tra la fine degli anni 1970 e i primi anni ’80 del 900, il governo inglese produsse alcuni opuscoli e una serie di filmati (public information films) in cui venivano fornite istruzioni su come comportarsi in caso di attacco nucleare.  L’idea era di fornire ad ogni famiglia in UK indicazioni dettagliate delle iniziative da prendere per cercare di sopravvivere in caso di attacco nucleare. Il titolo del progetto era “PROTECT AND SURVIVE” (https://www.nationalarchives.gov.uk/films/1964to1979/filmpage_warnings.htm); si trattava di una campagna di informazione pubblica sulla difesa civile (civil defence).

La data di pubblicazione si colloca tra il 1976 e il 1980. Le istruzioni includevano il riconoscimento dell’avviso di attacco, del segnale di allarme antiatomico, la preparazione di una “stanza antiatomica” domestica e lo stoccaggio di cibo, acqua e altre forniture di emergenza. Erano indicati 5 oggetti essenziali da tenere con sé: acqua potabile, cibo, radio portatile con batterie di ricambio, apriscatole, abiti caldi.

La contestazione degli anni ’80: da PROTECT a PROTEST

Contro i fascicoli  “Protect and Survive” preparati dal governo vennero espresse aspre critiche: in particolare da parte di organizzazioni come la Campagna per il Disarmo nucleare (Campaign for Nuclear Disarmament)  che ritenevano che questo approccio inducesse il pubblico alla falsa speranza di sopravvivere in caso di attacco nucleare, rendendo quindi meno efficaci le campagne  per il bando di tali armi.  Le organizzazioni antinucleari pubblicarono numerosi  documenti critici, come per esempio “Civil Defence, whose Defence” a cura del ‘Disarmament Information Group’.

Nel 1980 E. P. Thompson, il più noto e conosciuto intellettuale  in UK appartenente al movimento per il disarmo nucleare (nuclear disarmament), pubblicò con la CND (Campaign for Nuclear Disarmament) un ‘contro-opuscolo’ – PROTEST and SURVIVE –  una parodia del materiale preparato dal governo inglese,  in cui  replicava ai suggerimenti forniti da ‘Protect and survive’ e criticava la posizione del governo sulla politica degli armamenti. (https://digitalarchive.wilsoncenter.org/document/113758.pdf)

Verso una presa di coscienza?

Dopo le grandi manifestazioni di protesta degli anni ’80 del 1900, l’attenzione del pubblico verso la minaccia dell’olocausto nucleare egli anni successivi subì alti e bassi.  Mentre proseguiva la fabbricazione e il dispiegamento di nuove armi nucleari, nel frattempo si cercava di trovare accordi tra stati che rendessero meno drammatica e rischiosa la situazione. La società civile non fu mai coinvolta direttamente: i governi non fecero mai passi significativi per informare in modo trasparente e completo i loro cittadini né dell’effettiva potenza di questi ordigni (che rendeva impossibile ogni tentativo di ‘protezione’) né degli incidenti che in più occasioni si verificarono negli arsenali nucleari, creando grande allarme tra i governi e i loro consiglieri militari, portando il mondo vicino al disastro nucleare.

Può essere utile rivedere qui alcuni eventi/ iniziative che furono realizzati con l’intenzione di aiutare il pubblico a prendere coscienza della minaccia nucleare.   Ma nonostante queste, e tante altre attività che negli ultimi decenni sono state proposte in vari Paesi e a livello internazionale, non si sono più ripetute le manifestazioni oceaniche di protesta che avevano caratterizzato il decennio tra gli anni ’70 e ’80 del secolo scorso. Ed è totalmente mancata qualunque iniziativa pubblica, istituzionale, che in modo sistematico elaborasse e mettesse a disposizione dei cittadini e del sistema educativo informazioni adeguate a far capire l’estrema  pericolosità del sistema mondiale di reciproche minacce tra Stati basato su un assurdo principio di reciproca deterrenza,  e l’irreversibilità delle  conseguenze – umane e ambientali – di un possibile uso di armi atomiche.

THE DAY AFTER – IL GIORNO DOPO (USA – 1983). Il film “The Day After”, prodotto per la televisione ed adattato per il grande schermo, intendeva illustrare con intenti ammonitori le conseguenze di una guerra nucleare. Nella prima parte dello spettacolo viene presentata la vita di tutti i giorni di una tranquilla cittadina degli Stati Uniti.  Intanto la televisione, partendo da semplici avvisi, trasmette, in un crescendo angoscioso, notizie sempre più allarmanti; l’equilibrio tra le grandi potenze sembra essere arrivato ad un punto di rottura, la crisi mondiale appare irreversibile, l’Urss attacca l’Occidente invadendo la Germania. Il film illustra la fuga disordinata della folla, dall’Urss e dall’America vengono dati gli ordini di morte e dalle rampe sotterranee partono i missili a testata nucleare. Poi, il terrificante boato ed i funghi atomici riempiono lo schermo. Gli esseri umani restano da prima paralizzati, come fermati per sempre in quell’attimo, poi spariscono di colpo dissolti in cenere e tutto dintorno è distruzione e rovina. La seconda parte del film, il vero “giorno dopo”, mostra quello che accadrà al mondo nell’ipotesi di una guerra atomica: il ritorno di un Medioevo nucleare, con saccheggi, processioni di morti-viventi, appestati, assassini. Tra tanti orrori viene al mondo un bambino, simbolo di una speranza che, nonostante tutto, rinasce nel cuore dell’uomo.

NUKEMAP (USA – 2012) (https://nuclearsecrecy.com/nukemap/).  Alex Wellerstein è uno storico della scienza e della tecnologia nucleare presso lo Stevens Institute of Technology in New Jersey (USA). Da molti anni pubblica articoli su giornali e riviste divulgative per far conoscere al pubblico aspetti poco noti della storia dell’escalation nucleare. Wellerstein ha da poco pubblicato un libro – Restricted Data: The History of Nuclear Secrecy in the United States (University of Chicago Press, 2021) –  in cui fornisce importanti documentazioni dello stato di segretezza politica e scientifica in cui negli Stati  Uniti si sono sviluppate  le ricerche e sono state prese le decisioni relative agli armamenti nucleari.  Nel 2012 ha messo in rete, online, un simulatore che consente di verificare gli effetti di bombardamenti atomici: l’utente può scegliere il luogo dell’esplosione e la potenza dell’ordigno.  NUKEMAP è stato utilizzato finora da più di 25 milioni di utenti. In un commento che ha postato di recente Wellerstein osserva che, mentre sarebbe importante che la gente si preoccupasse in tempo di pace dei pericoli del nucleare, in realtà l’attenzione sale solo quando c’è una situazione di emergenza, che è poco favorevole alla realizzazione di iniziative preventive. (http://blog.nuclearsecrecy.com/2022/04/09/nukemap-ukraine-russia-war/)

2022 Come sopravvivere a New York…?

Su Citysignal, una rivista online di New York, è stato pubblicato alcune settimane fa un articolo dal titolo “Come sopravvivere a un attacco nucleare a new York o in un’altra area metropolitana”.

L’articolo è stato ripreso dall’Agenzia Reuters,  che ha riportato l’esito di un’intervista realizzata con i responsabili dell’ufficio di gestione delle emergenze di New York City, i quali hanno difeso la decisione di produrre un annuncio di servizio pubblico che consiglia ai residenti come sopravvivere a un attacco nucleare dopo che alcuni hanno messo in dubbio i tempi dell’avviso. L’obiettivo della campagna è informare il pubblico sui modi per rimanere al sicuro se le armi nucleari fossero puntate nella direzione di New York, ha detto a Reuters un portavoce del dipartimento. “Non esiste una minaccia diretta per la città, ma abbiamo ritenuto importante affrontare questo argomento”, ha affermato la responsabile dell’informazione pubblica per la gestione delle emergenze di New York.

Dalle informazioni reperibili su vari siti che si occupano di questo tema (ready.gov, Business Insider, UntappedCities, ecc.) si apprende che i suggerimenti forniti ai cittadini – dopo tanti anni – sono simili a quelli che il governo inglese diede 40 anni fa. Cambio di vestiti e strati adatti alle intemperie. Sacchetti di plastica per lo smaltimento degli indumenti contaminati. Sapone e acqua o panni bagnati per pulire la pelle, i capelli e gli animali domestici contaminati da ricadute.  Alimenti confezionati stabili a scaffale. Radio a manovella e torcia.  Forniture per animali domestici (cibo, acqua, medicinali).  Medicinali da prescrizione e un kit di pronto soccorso.  Maschera o qualcosa per coprire il viso e gli occhi. …

Finora non c’è stata alcuna reazione di PROTESTA da parte del pubblico…

L’appello delle Associazioni

Un articolo pubblicato dall’Associazione Scientists for Global Responsibility a marzo, poco prima che divampasse la guerra, lancia un appello. Con l’evolvere della guerra in Ucraina e con l’aumento delle vittime, è necessario che organizzazioni come SGR e i movimenti ambientalisti e per la pace in generale chiariscano che qualsiasi possesso di armi nucleari – e l’accettazione della “deterrenza nucleare” – è pericoloso e irresponsabile. Non esiste un uso “limitato” di armi nucleari, esso porterebbe solo a una catastrofe globale. Dobbiamo intraprendere un’azione urgente per pubblicizzare il rischio genocida, ecocida e suicida rappresentato dalle armi nucleari prima che vengano utilizzate accidentalmente, a causa di guasti alle apparecchiature o da un leader politico sbilanciato in un momento di estrema tensione. Dobbiamo sostenere che gli Stati dotati di armi nucleari dovrebbero aderire al Trattato delle Nazioni Unite per la proibizione delle armi nucleari perché stabilisce un quadro chiaro per negoziare e ridurre in modo verificabile il numero di armi nucleari a zero. Ciò porterebbe all’obiettivo finale stabilito per la prima volta nel Trattato di non proliferazione nucleare del 1968: l’eliminazione di tutte le armi nucleari.


Note

[1] Le frasi che seguono sono tratte da un testo di Luisa Benati: Catastrofe e rinascita nella letteratura di Ibuse Masuji, (in “I dieci colori dell’eleganza, Aracne 2016) di commento al libro ‘La pioggia nera’.

[2] Questa è la trama del libro: nel Giappone dell’immediato dopoguerra, Yasuko non riesce a trovare marito perché sospettata di aver contratto la “malattia atomica”. Per sgombrare il campo dai sospetti, suo zio Shigematsu che invece si è ammalato davvero, redige un diario per ricostruire quanto accadde nell’agosto del 1945 nella città di Hiroshima.

Costruito unendo elementi narrativi a finzione letteraria, il romanzo di Ibuse parte dalla descrizione della vita quotidiana dei contadini dei dintorni di Hiroshima, descrivendo con attenzione i loro gesti quotidiani, la natura che li circonda prima e dopo la guerra, rendendo perfettamente la loro inconsapevolezza e il loro stupore nei confronti di qualcosa che non potevano capire, che non potevano affrontare ma che con coraggio scelsero di non fuggire: le vittime dell’olocausto atomico rimasero per anni all’oscuro della reale entità della sciagura, rimanendone quindi vittime inconsapevoli.

[3] Hiroshima e Nagasaki censurate. Di Kiyoko Horiba. In “Dalla bomba atomica al Pikadon”, Quaderni Satyagraha n. 29,  pag. 63, 2016.

[4] Il bagliore che la gente chiamò ‘pika’.

[5] , cfr. C.M. Roberts, The Nuclear Years. The Arms Race and Arms Control, 1945-1970, New York, NY, Praeger Publishers 1970.

[6] We stand for the U. N. Charter, against all military alliances that nullify the Charter and lead to war. We are against the crushing burden of military expenditure which is responsible for the poverty of the people. We stand for the banning of atomic weapons and other methods of mass extermination of human beings […].https://www.wpc-in.org/statements/70-years-ago-first-world-congress-peace-partisans-0  

[7] , cfr P. Mayer (a cura di), The Pacifist Conscience, Chicago, IL, Gateway Editions 1967, p. 318.

[8] citato in M. Howard, The Invention of Peace, cit., p.173.

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