Notizie sul clima e azioni del pubblico

Autore
Jake Lynch


Notizie sul clima e azioni del pubblico
Photo by Markus Spiske on Unsplash

Paradosso. Il periodo in cui l’interesse pubblico globale per il cambiamento climatico è aumentato più rapidamente – grosso modo, nei 5 anni dopo il 2013 – è anche quello in cui sono stati eletti a funzioni pubbliche partiti politici in paesi chiave per emissioni di anidride carbonica il cui scopo fondamentale comporta ignorare, negare o addirittura non tenere in minimo conto le prove del riscaldamento globale mentre i loro membri e clienti continuano a far soldi con le industrie estrattive.

Campione significativo di prim’ordine potrebbe essere il Regno Unito (UK), pur avendo ospitato il recente vertice sul clima COP26 a Glasgow. Ascoltare l’aria fervorosa emanate dal primo ministro Boris Johnson indurrebbe a credere che la GranBretagna ‘guidi’ gli sforzi per contenere le emissioni. Ma questo è il governo che ha revocato un obbligo per i valorizzatori (edili) di territorio (antichi donatori al partito Conservatore) per garantire la neutralità dei nuovi edifici abitativi, approvando intanto una nuova miniera di carbone in Cumbria [regione inglese NW – ndt] e rilasciando licenze esplorative per il gas nel Mare del Nord. Frattanto restano variate le accise sulla benzina, il che vuol dire che l’UK sovvenziona i combustibili fossili più che ogni altro paese europeo, secondo le norme OECD che ha approvato, seppure i ministri le rinneghino nella retorica pubblica.

Ci si potrebbe aggiungere un registro presenze noto alla nausea di simili trasgressori, compreso Donald Trump, eletto nel 2016. Asseriva famigeratamente che il cambiamento climatico fosse una montatura; Jair Bolsonaro, che ha dato via libera alla distruzione della foresta pluviale amazzonica del Brasile al suo ingresso in carica a inizio 2019; e per l’India Narendra Modi, pioniere nella ritirata all’ultimo minuto per indebolire l’accordo di graduale abbandono del carbone alla COP26.

In molti casi del genere, i partiti o le fazioni dominanti possono contare sul sostegno di elettorati rurali o regionali lontani dalli grandi città. È di certo il caso in Australia, dove una coalizione Liberal-Nazionale con Tony Abbott è entrata in carica nel 2013 e adottato, come suprema priorità legislativa, l’obiettivo di abrogare una tassa sul carbonio introdotta dal proprio predecessore Laburista per disincentivare emissioni eccessive di gas ad effetto serra, fra le massime pro capite del terzo esportatore mondiale di carbone, il che rende il paese strumentalmente responsabile anche di una quota sostanziosa delle emissioni di altri paesi.

Una ricognizione delle preferenze politiche sulla mappa dell’Australia mostra vaste chiazze rosse dei laburisti nei capoluoghi degli stati e dei territori, con un unico punto verzolino nella parte centrale di Melbourne. Gli hinterland quasi invariabilmente virano a destra, con molti rappresentati dalla componente del partito Nazionale della coalizione al governo (per gli inesperti: prevalentemente bianchi e maschi, che tendono ad aver su un cappello a tesa Akubra quando parlano in riprese televisive; che han dovuto essere trascinati, riluttanti e all’ultimo momento, a soddisfare l’impegno governativo alla COP26 per emissioni a zero netto entro il 2050).

Perché dovrebbe essere così? Ci sono ovviamente traslati famigliari di sapientoni cittadini che dicono alla gente di campagna il da farsi. Tali divisioni culturali sono – non sorprendentemente – un elemento fisso d’analisi nei media di destra, molti dei quali controllati dalla News Corporation di Rupert Murdoch. Anthony Klan, uno dei rari scopritori d’altarini del quotidiano ammiraglio Australian, ha detto a un intervistatore che il giornalismo NewsCorp è “incredibilmente in tasca ai lobbyisti dei minerali, delle miniere, del gas e delle grosse banche”. Gli oppositori all’agenda estrattivista, e i soldi che ci stan dietro, vengono tipicamente dipinti come membri di una ‘élite metropolitana dedita a sorbire latte macchiato’.

Ma ci sono segni, almeno in una parte dell’Australia rurale, che la marea possa star cambiando. Uso questa metafora (ammetto, piuttosto stanca) perché riguarda un tratto originario della costa sud del New South Wales. Riguardando la mappa politica dell’ultima elezione si distingue una enclave – quella di Jervis Bay, un distretto del Territorio della Capitale [Federale] australiana, che insieme alla contigua divisione federale di Gilmore, costituisce l’unico seggio guadagnato dai laburisti alla Coalizione nel 2019. (Interesse dichiarato: sono un residente di Jervis Bay).

Già da allora si è radicata ex novo l’urgenza del cambiamento climatico e di escogitare misure efficacy per limitarlo e ridurne gli effetti. E qui sono indelebilmente scolpite nella psiche politica Australiana le immagini di padroni di casa sul tetto della loro abitazione con l’idrante in mano per annaffiare le fiamme della catastrofica stagione d’incendi della boscaglia d’inizio 2020. Fra i più memorabili localmente furono quelli di Sussex Inlet, separata dai sobborghi della riva principale della baia a nord solo da uno stagno costiero – che potrebbe averli salvati fermando l’incursione infernale, sospinta da venti meridionali.

“Urgenza” è un marcatore chiave dell’efficacia della rappresentazione del cambiamento climatico nelle notizie, avanzata qualche anno fa dal professore di comunicazione Robert A Hackett, brillante studioso e scrittore, e attivista mediatico nel suo nativo Canada su una gamma di tematiche interconnesse di giustizia sociale e ambientale, per cui Bob è diventato un guru del movimento di Giornalismo di Pace globale. Il suo modello equivalente per il giornalismo ambientale, pubblicato in una edizione speciale di Ethical Space nel 2013, l’urgenza dev’essere collegata con l’ “agire” – rendere visibile e accessibile i passi di transizione dalla diagnosi dei problemi alle raccomandazioni sulla cura; connessioni che – sosteneva – si fanno sovente al meglio a livello locale:

Cornici locali potrebbero situare la gente entro un più ampio ambiente sociale, che implichi la comunità nel suo ruolo nel degrado ambientale, gli effetti conseguenti sulla sua ubicazione, e le opportunità per un cambiamento… I giornalisti potrebbero influenzare la consapevolezza pubblica delle conseguenze locali verso i processi sistemici e apparentemente astratti del cambiamento climatico (pag. 39).

Il riscaldamento globale sospinge il clima australiano ancor più agli estremi – di bagnato, come anche di caldo e di secco. Gli incendi del 2020 f furono rapidamente seguiti da eccezionali alluvioni. Queste fornirono immagini altrettanto impressionanti di case rivierasche fluviali ghermite e portate via dalle acque. Le conseguenze immediate, almeno, sono sovente le più palpabili nella ‘boscaglia’ – patria tradizionale della destra politica. Così l’Australia rurale e regionale sarà convinta, con l’approssimarsi  per il governo di Coalizione, adesso guidato da un clone di Abbott lievemente più filo-elettore in Scott Morrison, della prossima elezione con il suo ‘piano’ per emissioni a zero netto entro il 2050? Appaltata a consulenti gestionali anziché prodotta da dipendenti dell’amministrazione pubblica, la politica è stata criticata per il suo evitare impegni per qualsivoglia azione specifica.

Lo stesso si potrebbe dire per i suoi capi-claque nella stampa di Murdoch, che ha professato un paio di mesi fa di aver subìto una conversione rispetto alla sua precedente posizione negazionista. Un intervento sull’Australian del Redattore per la Ricchezza James Kirby attirava l’attenzione sulle opportunità per l’estrazione di minerali: “Una ricerca sempre più disperata di alternative di robustezza industriale a carbone e petrolio nel percorso verso la conferenza climatica COP26 di Glasgow sta cambiando rapidamente le prospettive per l’uranio”. Senza badare all’assenza di una modalità sicura nota per disfarsi dei sottoprodotti radioattivi dell’energia nucleare. I minatori australiani che vogliano dare il proprio contributo per evitare la catastrofe sarebbero in grado di passare semplicemente, parrebbe, da un’attività estrattiva … a un’altra.

Frattanto, tornando a Jervis Bay, i locali hanno scorto qualcosa di dubbio nei piani di espansione del turismo del governo del New South Wales; con particolare riferimento alle navi da crociera costiere. Anche il parlamento statale, gestito dalla Coalizione dal 2011, è sistemato comodamente nel marsupio delle ricche lobby industriali e bancarie. Alle navi da crociera non è permesso entrare nella Baia senza un permesso della direzione del locale Parco Marino. Ma questo non ha mpedito all’area di apparire su itinerari pubblicizzati da armatori di crociera.  La storia è venuta a galla ed  è stata ventilate su due media locali: Il South Coast Register ha citato un’attivista locale della Coalizione Navi da Crociera della Comunità di Jervis Bay,  Penny Davidson, che ha detto al giornale:

“Siamo incredibilmente delusi di vedere i piani ancora in opera nonostante l’opposizione locale”; ha proseguito esigendo prove dei supposti benefici economici da contrapporre all’impatto sui valori ambientali. “È l’unico parco marino che abbiamo nel Shoalhaven ed è quanto mai importante che lo proteggiamo in maniera pristina”.

E il New Bush Telegraph ha espanso il quadro di riferimento per ricordare precedenti piani di sviluppo di Jervis Bay abortiti. Compresa una proposta degli anni 1960 per una centrale nucleare. Ha inoltre richiamato l’attenzione sul ricco patrimonio aborigeno dell’area, ben rappresentato nel Booderee National Park, gestito con successo (e sostenibilmente) dalla locale comunità di Wreck Bay.

I due casi esemplificavano l’appello di Hackett al giornalismo. Deve assicurare che le posizioni politiche pro-ambiente siano “associate a valori culturali di salute e qualità della vita”. Sono indizio di uno spostamento politico. Appaiono crepe in quella che era prima un’alleanza incrollabile fra elettorati rurali e attori politici allineati con il mondo egli affari?

La prossima verifica arriverà ai primi di dicembre, alle elezioni per il consiglio Comunale di Shoalhaven. Il suo sindaco eletto direttamente è un Verde, ma una maggioranza di seggi è detenuta da raggruppamenti conservatori, benché si presentino come ‘indipendenti’. Alcuni sono stati il bersaglio della rabbia di elettori per la loro mancanza percepita d’azione sul tema delle navi da crociera.

Possono i Verdi (con eventuale sostegno dai Laburisti, attualmente con un solo seggio) emergere come il maggior partito, perfino con una maggioranza? Entro i suoi propri confini, sarebbe un terremoto politico; e forse un’indicazione di rilevanza più ampia, nel mostrare come si possono

Referimento:

Hackett, Robert A., Sarah Wylie e Pinar Gurleyen (2013) ‘Enabling environments: Reflections on journalism and climate justice’. Ethical Space: The International Journal of Communication Ethics, Vol. 10 numeri 2-3, pagg. 34-46 (Edizione speciale su ‘Re-envisioning democratic media and ethics: Transformations in journalism, news and the digital’ [Ri-immaginare i media democratici e l’etica: trasformazioni nel giornalismo, notizie e il digitale], redatto da Jake Lynch).


Jake Lynch

Jake Lynch è un professore in visita di Leverhulme per il 2019-20 all’Università di Coventry, dopo di che tornerà al Dipartimento Studi su Pace e Conflitto dell’Università di Sydney. Il suo primo romanzo Blood on the Stone: An Oxford Detective Story of the 17th Century, è pubblicato da Unbound Books. Jake ha passato 20 anni a sviluppare e ricercare il Giornalismo di Pace, in teoria e pratica. E autoredi sette libri e oltre 50 articolir eferenziati e capitoli di libri. La sua opera in questo àmbito è stata riconosciuta con l’assegnazione del Premio per la Pace del Lussemburgo 2017, da parte della Fondazione per la Pace di Schengen. Ha funto per due anni da Segretario Generale dell’Associazione Internazionale di Ricerca sulla Pace, organizzandone la conferenza globale biennale a Sydney nel 2010


Notizie sul clima e azioni del pubblico, EDITORIAL, 22 Nov 2021 | #720 |Jake Lynch – TRANSCEND Media Service

Traduzione di Miki Lanza per il Centro Studi Sereno Regis


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