Esercitazioni militari in Sardegna e generali a processo

Autore
Davide Pinna


L’ultima manifestazione sarda contro le basi, il 2 giugno nella spiaggia interdetta del poligono di Capo Teulada

La tregua sta per finire, nell’unica regione dell’Europa occidentale dove si svolgono per nove mesi all’anno manovre militari e bombardamenti. Dal primo ottobre ricominceranno infatti le esercitazioni militari in Sardegna, dove da settant’anni sono operativi tre grandi poligoni di tiro militari: Capo Frasca, Capo Teulada e il Poligono Interforze del Salto del Quirra (questi ultimi due sono i più grandi d’Europa). Andranno avanti sino al 30 maggio, quando si interromperanno per l’estate come accade ormai da qualche anno, per poi riprendere in un ciclo che si perpetua da decenni.

I processi geopolitici si muovono, si sa, su tempi lunghi, salvo repentine accelerazioni che portano a mutamenti di scenario. Secondo molti interpreti, ci troviamo proprio ora in una di queste fasi di accelerazione, innescata dalla disastrosa ritirata occidentale dall’Afghanistan, e uno degli argomenti più pesanti sulla bilancia del dibattito pubblico è l’organizzazione militare dell’Europa. Una serie di partite in cui la Sardegna, che ospita i due più grandi poligoni militari del continente ed è al centro degli interessi economici del Qatar, ha un posto fondamentale. Ma per provare a descrivere il ruolo dell’isola in questo grande gioco rivisitato, bisogna partire dalla cronaca giudiziaria.

I processi

Non se lo aspettava proprio nessuno, ancor meno se si pensa che la notizia è stata diffusa dalle agenzie il 16 agosto nel tardo pomeriggio. Rinnegando le argomentazioni del pubblico ministero Emanuele Secci, che voleva archiviare, la giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Cagliari Maria Alessandra Tedde ha imposto alla Procura di formulare l’imputazione per disastro ambientale contro cinque generali dell’Esercito Italiano e prorogare per altri cinque mesi le indagini su un altro capo di imputazione, quello di omicidio colposo plurimo. (Ansa: Capo Teualda, Gip ordina imputazione per disastro ambientale)

I cinque generali indagati sono gli ultimi capi di stato maggiore dell’Esercito: Giuseppe Valotto, Claudio Graziano, Danilo Errico, Domenico Rossi e Sandro Santroni difesi dal legale Guido Manca Bitti. Loro, secondo gli avvocati di parte offesa Giacomo Doglio, Roberto Peara, Gianfranco Sollai e Caterina Usala – che avevano raccolto le denunce di militari e familiari di persone decedute per gravi patologie che vivevano o lavoravano nell’area attorno alla base di Teulada -, avrebbero dovuto vigilare su quello che accadeva nel poligono.

Per la cronaca, ieri 9 settembre la procura di lanusei ha formulato le proposte di condanna in primo grado per i generali di Quirra. Sono stati richiesti quattro anni di reclusione per i generali Fabio Molteni, Alessio Cecchetti, Roberto Quattrociocchi, Valter Mauloni, Carlo Landi e Paolo Ricci, comandanti del Pisq dal 2004 al 2010, e tre anni per i comandanti del distaccamento a mare di Capo San Lorenzo, Gianfranco Fois e Francesco Fulvio Ragazzon. Il capo d’accusa non è di quelli altisonanti: omissione aggravata di cautele contro infortuni e disastri, ma è già qualcosa.

Sul piano ambientale, la zona più calda del poligono militare di Capo Teulada nella zona sud-occidentale dell’isola (72 mila metri quadrati di estensione a terra, 750 mila di spazio aereo interdetto e 30 chilometri di coste interdette alla navigazione) è la cosiddetta Penisola Delta, quasi tre chilometri quadrati. Qui, come riferisce l’Ansa, le indagini della Procura hanno svelato che fra il 2008 e il 2016 sono stati sparati 860 mila colpi (11.875 missili, pari a 556 tonnellate di materiale bellico). I magistrati inquirenti stessi hanno riconosciuto nelle loro indagini il disastro ambientale conseguente, di cui però non ritenevano responsabili i cinque generali indagati.

Per quel che riguarda i danni alla salute e l’ipotesi di omicidio colposo plurimo, le vittime sono civili teuladini e militari che operavano nel poligono. Qui la sfida, molto complessa e dall’esito incerto, starà nel dimostrare una correlazione penalmente rilevante fra l’inquinamento prodotto dalle esercitazioni e le patologie oncologiche denunciate negli esposti che hanno dato il via alle indagini. La posizione di uno dei generali, Claudio Graziano, è già stato archiviata, dato che il suo incarico si è svolto in un periodo successivo a quello delle indagini. In questo caso, un eventuale rinvio a giudizio rappresenterebbe un momento storico, dato che fino ad oggi questa correlazione è stata riconosciuta solo da magistrati amministrativi e civili, che però operano secondo criteri meno stringenti di quelli del diritto penale.

Dopo le reiterate richieste di archiviazione formulate dalla Procura, in molti nel movimento sardo contro le basi e l’occupazione militare non credevano che la situazione si sarebbe potuta ribaltare in maniera così radicale. Certo, ora bisognerà affrontare un processo che si preannuncia lungo e l’esempio dell’analogo procedimento in corso al Tribunale di Lanusei per quanto accaduto al Poligono Interforze del Salto di Quirra, su cui incombe la prescrizione, non lascia ben sperare. Ma dal fronte giudiziario, non arrivano solo buone notizie.

La locandina del presidio del 14 settembre davanti al Tribunale di Cagliari

Il 14 settembre, infatti, si terrà l’udienza preliminare in cui si potrebbe decidere sul rinvio a giudizio di quarantacinque attivisti del movimento sardo contro le basi militari. L’inchiesta della Direzione Distrettuale Antimafia di Cagliari coordinata dal pubblico ministero Guido Pani è stata denominata operazione Lince e per cinque indagati, contro i quali è stata proposta anche la misura della sorveglianza speciale, è stata ipotizzato il reato di associazione eversiva.

I quarantacinque sono, o sono stati, attivisti in diverse organizzazioni che compongono il variegato ed eterogeneo movimento sardo contro le basi e l’occupazione militare e le accuse riguardano fatti avvenuti fra il 2014 e il 2017, durante una fase di ripresa della mobilitazione contro le basi nell’isola. Per A Foras – Contra a s’ocupatzione militare de sa Sardigna, l’assemblea che riunisce molti individui e collettivi del movimento, si tratta di un attacco politico ben studiato:

«La notizia della costituzione di parte civile della Presidenza del Consiglio dei Ministri e del Ministero della Difesa per noi è la conferma della natura politica di questa indagine e del processo che potrebbe seguirne. Il vero obiettivo non è accertare ciò che avrebbero fatto i 45 indagati e indagate, ma criminalizzare un intero movimento politico come quello contro le basi, che gode di un largo consenso in seno al popolo sardo» affermavano in una nota dopo la prima udienza il 27 gennaio. In favore dei quarantacinque operano anche le Madri contro l’operazione Lince, che ogni giovedì mattina si riuniscono in presidio davanti al palazzo di giustizia: «Ci ritroviamo davanti al tribunale di Cagliari per chiedere, attraverso la nostra presenza, che sia posta fine a questa volontà repressiva mirata ad annichilire gli ideali, i sogni e i progetti, non solo dei nostri figli, ma di un’intera generazione, attraverso operazioni poliziesche e giudiziarie persecutorie che hanno prodotto accuse gravissime ed esorbitanti rispetto alla realtà dei fatti cui si riferiscono». A Foras, Madri e altre realtà solidali la mattina del 14 settembre manifesteranno davanti al Tribunale di Cagliari, in occasione dell’udienza che potrebbe concludersi con il rinvio a giudizio degli indagati.

Uno scenario che cambia

Lo strabismo giudiziario –  con la magistratura che indaga contemporaneamente sui responsabili dell’occupazione militare della Sardegna, accusandoli di reati ambientali e contro la persona, e su chi si oppone a questo fenomeno accusandolo di avere mire eversive –  può anche essere visto come il sintomo di un processo di mutamento in atto. La direzione verso la quale si orienterà il futuro delle basi militari in Sardegna è molto difficile da prevedere, ma che le cose stiano cambiando è evidente. Da un lato, appunto, una parte dello Stato sembra – ma l’apparenza potrà essere confermata solo dalle sentenze – aver deciso di osservare finalmente con occhio critico la questione delle basi militari in Sardegna, quantomeno ipotizzando che esistano gli estremi per riconoscere giuridicamente i danni che l’isola ha subito in questi settant’anni di occupazione.

Aeronautica militare, il Presidente Solinas a cerimonia posa prima pietra “International flight training School” a Decimomannu, 16 settembre 2020

Contemporaneamente, la classe politica regionale sembra aver ammorbidito di molto le proprie posizioni. Fino almeno al governo di Renato Soru fra il 2004 e il 2009, la Regione pur non mettendo mai in discussione l’esistenza in sé delle basi, adottava di tanto in tanto, come in ogni trattativa, un atteggiamento più battagliero nelle proprie rivendicazioni nei confronti dello Stato per un riequilibrio su tutto il territorio italiano del peso delle servitù (l’isola ospita i due terzi delle servitù militari italiane) e del demanio militare.

Tanto che si era fatta largo all’interno della classe politica più moderata, Partito Democratico in testa, l’ipotesi di una chiusura di uno o due poligoni (Capo Frasca e Capo Teulada) e la concentrazione di tutte le attività a Quirra, con un programma che avrebbe visto, nel corso degli anni, la progressiva sostituzione delle attività prettamente militari con quelle legate alla ricerca aerospaziale, caratterizzata dalla sua natura dual use.

Un compromesso al ribasso, secondo l’interpretazione del movimento contro le basi, ma comunque un passo in avanti di cui ora si è persa qualsiasi traccia. Se, infatti, prosegue il percorso di implementazione della ricerca aerospaziale a Quirra, con il progetto da 27 milioni di euro per la realizzazione di una piattaforma per i test sui motori dei razzi Vega firmato da Avio (gruppo Leonardo) e appoggiato da governo e regione, la dismissione dei poligoni di Capo Frasca e Capo Teulada è sparita dal dibattito pubblico. Mai ne ha parlato Christian Solinas, presidente della Regione eletto nel 2019, e segretario di quel Partito Sardo d’Azione che, vista la sua storia, dovrebbe avere al centro del proprio programma la progressiva eliminazione delle basi militari nell’isola.

È successo qualcosa, in questi anni, in Parlamento. Per esempio la vicenda del deputato Pd Gian Piero Scanu, presidente della commissione d’inchiesta sull’uranio impoverito, e principale sostenitore del compromesso che vedeva la dismissione di Capo Frasca e Capo Teulada e la riconversione di Quirra. Nonostante la sua forza nel proprio collegio, la Gallura, nel 2018 il segretario Dem Matteo Renzi decise di non ricandidarlo.

Molto simile la storia di Roberto Cotti, senatore del Movimento 5 Stelle, storico esponente del mondo antimilitarista e pacifista sardo, escluso dalle parlamentarie nel 2018. Il suo ruolo, quello di portavoce sardo più attento alle questioni militari, lo ha preso la deputata cagliaritana Emanuela Corda che però, dopo un inizio battagliero, si è sempre più appiattita sulle posizioni dell’ex sottosegretario alla Difesa grillino Angelo Tofalo e dell’ex ministra, sempre in quota 5 Stelle, Elisabetta Trenta, abbandonando infine ogni velleità anche solo di ridurre il peso della presenza militare in Sardegna.

Nel frattempo in Sardegna è scoppiato anche un altro bubbone, quello della RWM, la fabbrica di bombe di Domusnovas che fa capo alla tedesca Rheinmetall. Numerose inchieste internazionali hanno dimostrato che le bombe prodotte nello stabilimento sardo sono state utilizzate contro i civili dall’aviazione saudita in Yemen (Avvenire: Yemen, bombe «italiane». Ecco le nuove prove). Da qui è partita una mobilitazione, sostenuta principalmente in Sardegna dal mondo pacifista e antimilitarista laico e cristiano, dal movimento sardo contro le basi, dai sindacati di base e da pezzi della società civile e boicottata da gran parte del sindacalismo confederale e della politica. La mobilitazione ha portato, nei primi mesi di quest’anno, ad una revoca definitiva delle licenze di esportazione, ma nelle ultime settimane l’azienda tedesca è tornata alla carica.

Un frammento di ordigno ritrovato in Yemen dopo un raid che uccise 4 minori che, secondo l’organizzazione non governativa Mwatana, sarebbe stato prodotto dalla RWM

Il 29 luglio l’amministratore delegato di RWM Italia Fabio Sgarzi è stato convocato in audizione davanti alla commissione Difesa della Camera. Qui, dopo aver descritto le attività dell’azienda, ha chiesto che governo e parlamento riconsiderassero la revoca delle licenze di esportazione verso Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti (Analisi Difesa: RWM Italia, l’audizione dell’ad Fabio Sgarzi alla Commissione Difesa della Camera). Il 4 agosto la commissione Esteri della Camera ha dato seguito alla richiesta, con una risoluzione che invitava a superare le misure restrittive assunte in precedenza. È arrivata subito la benedizione del ministro degli Esteri Di Maio, al telefono con l’omologo emiratino (Analisi Difesa: verso lo sblocco delle forniture militari agli Emirati Arabi Uniti).

In questa evoluzione, che sembra preludere a una riapertura anche nei confronti dell’Arabia Saudita (con lo scopo di supportarne il Rinascimento in atto, si può immaginare), non ha contato solo l’azione di lobbying di RWM, che peraltro è iscritta all’Associazione Aziende Italiane per l’Aerospazio, la Difesa e la Sicurezza presieduta dall’ex parlamentare di Fratelli d’Italia Guido Crosetto, ma anche la volontà del governo di ricucire i rapporti con gli Emirati, dopo il grave incidente diplomatico dell’8 giugno scorso. In quell’occasione Abu Dhabi negò ad un aereo militare italiano diretto in Afghanistan il transito nel proprio spazio aereo.

Il Qatar…

Ma nel calderone della penisola araba gioca un ruolo fondamentale, e in parte contrastante con gli interessi sauditi ed emiratini, il Qatar. Il paese arabo, oltre a organizzare i mondiali 2022 e a fare sfaceli nel calciomercato estivo 2021 attraverso il Paris Saint-Germain, ha forti interessi in Sardegna. Per esempio è di sua proprietà il nuovo ospedale di Olbia, il Mater, sorto sulle ceneri del vecchio progetto appoggiato da Berlusconi di una sede sarda del San Raffaele. Interessante notare che fra i principali attori della partita, sul piano locale, c’era proprio Gian Piero Scanu.

Nel luglio 2019 il Consiglio regionale approvò una variazione di bilancio che autorizzava un finanziamento da 150 milioni in tre anni per l’ospedale privato del Qatar. Il Qatar, però, è impegnato anche in altre partite nell’isola: nei giorni scorsi La Nuova Sardegna ha infatti svelato che la società pubblica Qterminals sarebbe pronto all’acquisizione del porto canale di Cagliari (La Nuova Sardegna: il Qatar a un passo dal porto canale di Cagliari). Non basta, perché negli anni scorsi il Qatar si è garantito anche il controllo  del Consorzio Costa Smeralda, fondato nel 1962 dal principe e imam ismailita Karim Aga Khan. E anche un’altra creatura dell’Aga Khan è in mani qatariote: si tratta di Air Italy, la società nata dal fallimento della compagnia aerea sarda Meridiana e ormai non più attiva.

Il Qatar è peraltro il principale alleato, per quanto non ufficiale, dei Talebani che in questi giorni sembrano completare la conquista dell’Afghanistan, dopo conquistato anche la valle del Panshir. A Doha era la sede dell’ufficio politico talebano in esilio e sempre nella capitale qatariota si sono svolti colloqui che hanno portato all’accordo Trump-Talebani per il ritiro delle truppe Usa (e di conseguenza occidentali) dal paese centro-asiatico.

Oltre la Nato

Evidentemente il ruolo della Sardegna nella questione afghana è marginale se non inesistente, ma ci sono una serie di aspetti che collegano i due territori. Oltre, appunto, al ruolo del Qatar c’è una questione che decisiva per il futuro dell’Unione Europea: quella della politica comune in materia di difesa.

Il fatto è che la disastrosa ritirata, ma sarebbe meglio definirla rotta, americana dall’Afghanistan ha reso evidente secondo molti esperti il fatto che, Trump o no, gli Stati Uniti sono indirizzati verso una nuova fase di isolazionismo. Certo, non quello che ne ha segnato la storia fra Ottocento e prima metà del Novecento, ma comunque un ritorno a una politica estera slegata dagli interessi europei che mette in discussione la stessa sopravvivenza della Nato, al punto che nell’autunno 2019 il presidente francese Macron definiva l’alleanza atlantica in stato di morte cerebrale.

Un’immagine simbolo delle esercitazioni miltari in Sardegna | Fonte: ESA

Per decenni in Sardegna la Nato è stata vista dai movimenti come la principale controparte nella questione dell’occupazione militare dell’isola. Nel corso degli ultimi anni si è verificata, soprattutto per quel che riguarda A Foras, un’evoluzione che ha posto al centro della questione lo stato italiano e l’atteggiamento di sudditanza della Regione. Anche perché, l’egemonia statunitense è stata praticamente cancellata nel 2008 con la dismissione della base per sommergibili nucleari de La Maddalena e quella Nato ha subito un duro colpo con la partenza della Luftwaffe dall’aeroporto militare di Decimomannu nel 2016.

Ora, con pesanti prese di posizione in favore della creazione di una forza militare comune all’interno dell’Ue, è chiaro che il ruolo delle infrastrutture militari presenti nell’isola potrebbe diventare decisivo, sempre che i paesi promotori riescano a trovare una soluzione all’eterogeneità delle posizioni presenti all’interno dell’Unione (il manifesto: Difesa comune, la bussola improbabile dell’Ue).

In Italia, si è espresso in questa direzione persino il presidente Mattarella, ma l’intervento che ha fatto più discutere è probabilmente quello di Claudio Graziano, l’ex capo di stato maggiore che oggi ricopre il ruolo di presidente del Comitato Militare dell’Unione Europea. Graziano, e questo basterebbe per chiudere almeno simbolicamente il cerchio, è fra i cinque indagati per disastro ambientale nell’inchiesta di cui si parlava sopra (è stata invece archiviata la sua posizione in merito all’omicidio colposo plurimo).

«Non ci sono alternative, – ha dichiarato Graziano a Il Foglio – è ormai chiaro che la difesa degli interessi comuni dell’UE e la sicurezza dei cittadini sono perseguibili solo insieme, esprimendo una singola, autorevole e credibile voce europea, nell’ambito delle storiche relazioni transatlantiche». Ancora più deciso il responsabile degli Esteri e vice presidente della Commissione, Josep Borrell: «La UE dev’essere in grado di intervenire per proteggere i propri interessi quando gli americani non vogliono essere coinvolti con la “First Entry Force. E’ il momento di costituire una forza europea di pronto intervento, perché gli americani non combatteranno più le guerre degli altri e come europei, dobbiamo usare questa crisi per imparare a lavorare di più insieme».

La sensazione è che l’isola avrà un ruolo in questa partita, quali che siano i suoi sviluppi, ancora una volta senza che nessuno si prenda la briga di consultare la volontà della sua popolazione. Come accadde con il Bilateral Infrastructure Agreement degli anni Cinquanta, trattato Usa-Italia ancora secretato e mai ratificato dal Parlamento, che avviò la stagione dell’occupazione militare della Sardegna con la nascita dei tre poligoni militari ancora in attività, Capo Frasca, Capo Teulada e Quirra.

Poco interessa, a Bruxelles come a Roma e come a Washington, il destino di quelle comunità che non hanno potuto scegliere se cedere le loro terre al demanio militare e che oggi assistono alla crescita dei settori enogastronomico e turistico nei comuni confinanti non gravati da servitù, mentre, stando ai dati riportati nei dossier di A Foras dedicati ai poligoni di Quirra (qui)  e Teulada (e qui), la propria popolazione e il proprio reddito pro capite diminuiscono senza sosta e mentre malattie oncologiche colpiscono civili e militari senza che nessuna istituzione si prenda la responsabilità di dire una volta per tutte se esiste una correlazione fra le esercitazioni e questi eventi funesti.


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