Speranza o terrore? 20 anni dopo

Autore
Michael Nagler


VENTI ANNI FA scrissi il pamphlet, Speranza o Terrore, per sottolineare la strana coincidenza che nella stessa data, quasi un secolo prima, Gandhi aveva lanciato il Satyagraha all’Empire Jewish Theater di Johannesburg, Sudafrica: 11 settembre 1906. Li ho chiamati “segnali di due strade che possono essere prese dal genere umano”, la violenza o la nonviolenza.

Speranza o terrore

Sappiamo quale strada il mondo sembra aver scelto. Eppure, il giorno prima di morire, Martin Luther King ha avvertito il pubblico di una chiesa gremita a Memphis che l’unica vera scelta è “la nonviolenza o la non esistenza”. E questo diventa solo più chiaro con il corso degli eventi da allora ad oggi.

Ci sono segni di speranza, sono lieto di riferire. Da un lato, la marcia infinita di fallimenti in ogni guerra che gli Stati Uniti hanno intrapreso dal 1945 – fallimenti sempre peggiori e più umilianti, sembra; la consapevolezza di quello che viene chiamato “danno morale”. Il danno allo spirito umano subito dai veterani o da chiunque abbia fatto del male agli altri. Dall’altro lato, la costante ascesa globale della nonviolenza, non solo come strumento di liberazione nazionale, come la usava Gandhi, ma in applicazioni apparentemente inesauribili per il miglioramento umano ad ogni livello, dall’individuale al globale.

È sorprendente per me come la nonviolenza porti con sé una soluzione per ogni problema che la violenza getta sul nostro cammino. Cos’è il terrorismo, dopo tutto? Un acuto senso di separazione dagli altri, che porta all’alienazione dall’universo e da se stessi. Un grido di disperazione da un cuore impotente.

Eppure non c’è niente di più forte che possa capitare a un essere umano che scoprire il seme della nonviolenza nascosto in noi. Come ho constatato nella mia limitata esperienza, questa scoperta, già di per sé stimolante, rende anche inequivocabile che ciò che stiamo scoprendo non è un nostro possesso esclusivo: è l’eredità umana. Ci avviciniamo agli altri, a un livello profondo, anche quando scopriamo questo strumento per dire no al loro comportamento offensivo senza negare la loro umanità.

Al contrario, quando “offriamo il satyagraha”, per dirla con Gandhi, stiamo offrendo all’ex avversario un modo per smettere di farci del male (il che significa evitare la sua stessa ferita morale, per quanto poco se ne renda conto all’inizio) e rompere la sua alienazione: in una parola, per riscoprire la propria dignità nel processo. Infatti, la parola che usarono per ‘nonviolenza’ quando il popolo filippino si sollevò per cacciare la dittatura di Ferdinand Marcos nel 1986, la famosa “Rivoluzione del potere popolare” fu alay dangal, “offrire dignità”.

La violenza fa male in entrambi i sensi, sia al perpetratore che alla vittima. Anche la nonviolenza opera in entrambe le direzioni, ma con l’effetto opposto: guarire e riconciliare, elevare l’umanità in quella misura ogni volta che la usiamo.

Naturalmente, come usarla non è così semplice. Intorno a quella semplicità di base si costruisce molta sottigliezza, e molta lotta. Ma ne vale la pena. Ne vale estremamente la pena – non solo per noi stessi, ma per il nostro mondo, il nostro pianeta, il nostro futuro.



Un paio di note:

Nel mese di dicembre lavorerò con World Beyond War per ospitare un cerchio di studio settimanale del mio libro, La terza armonia: Nonviolence and the New Story of Human Nature. Il circolo di studio fornirà un’esplorazione approfondita della nonviolenza, come possiamo coltivarla e poi applicarla per risolvere le crisi più profonde che affrontiamo oggi. Potete trovare le informazioni per la registrazione qui.

Se volete ricevere un lotto di dieci copie stampate del nostro opuscolo Speranza o Terrore, scrivete al Metta Team e possiamo mandarvele.


Fonte: newsletter del Metta Center, 9 settembre 2021

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