La protesta dei contadini in India si trasforma in Parlamento, il loro!

Daniela Bezzi

La protesta dei contadini in IndiaNon smette di stupire la protesta dei contadini in India, che da mesi continua ininterrotta e proprio quando sembra prossima all’esaurimento, ecco che si rilancia, in modi sempre sorprendenti.

Perché la novità è che da ieri, 22 luglio e fino al 13 di Agosto, questa mobilitazione di contadini, piccoli proprietari insieme ai braccianti, senza distinzione di censo o di caste – la più grande, compatta, organizzata rivendicazione di equità e giustizia che mai sia stata espressa nella storia del pianeta – avrà il diritto di rappresentare pubblicamente le proprie sacrosante ragioni nel Kisan Sansad, che letteralmente significa ‘Parlamento Contadino’ e tra l’altro in coincidenza con la sessione estiva del ‘normale’ Parlamento indiano che si è riaperto proprio qualche giorno fa.

Breve ripasso di quasi otto mesi d’ininterrotta mobilitazione, che il nostro sito sta seguendo in effetti dagli inizi, spesso riproponendo l’autorevole opinione di un profondo conoscitore dell’India rurale come P.N. Sainath

e attingendo ogni volta che è possibile dal magnifico Public Archive of Rural India (PARI ) il website da lui stesso fondato.

Era il 26 novembre scorso, quando dalle campagne del Punjab e dell’Haryana calarono verso la capitale indiana delle vere e proprie carovane di trattori per quella che venne chiamata Delhi Chalo, la ‘presa di Delhi’ appunto, da parte di migliaia di piccoli agricoltori determinati a far sentire le proprie ragioni circa l’inaccettabilità di quelle tre leggi frettolosamente approvate dal Parlamento indiano un paio di mesi prima, per velocizzare la liberalizzazione di un settore che nonostante la crisi, più volte denunciata in relazione ai tanti casi di suicidio, assorbe il 65% della forza lavoro del subcontinente – e da cui dipende di fatto la sussistenza di circa 900 milioni di persone.

Particolare non da poco: approfittando dello ‘stato d’eccezione’ che particolarmente in India si è venuta a creare con la pandemia, quella votazione era avvenuta senza alcun confronto con i sindacati, e persino ignorando il parere di alcuni governi locali, in primis appunto quello del Punjab.


La protesta dei contadini indiani riguarda tre leggi che sono state ratificate il 20 settembre scorso al Parlamento indiano, bypassando il normale iter procedurale: senza alcuna preventiva consultazione con i vari governi degli stati principalmente interessati, né con le organizzazioni sindacali.

In sintesi il nuovo quadro legislativo dovrebbe (nel punto di vista del Governo) introdurre una radicale modernizzazione nel settore agricolo dell’India, in tre specifiche aree:

– quella della commercializzazione dei prodotti agricoli, sostituendo al sistema dei “mandi” (ovvero mercati generali statali) una totale liberalizzazione
– quella dei prezzi e dei servizi agricoli
– quella della materie prime considerate essenziali

In pratica l’obiettivo sarebbe liberalizzare, con l’ausilio anche di piattaforme on line, un settore obiettivamente molto arretrato, in sofferenza da tempo (come testimoniano le decine di migliaia di suicidi per debiti ogni anno), caratterizzato da una proprietà terriera molto frammentaria (oltre l’86 per cento di chi lavora nell’agricoltura possiede appezzamenti di terra sotto i due ettari), e in qualche misura tutelato da una forte presenza dello Stato. Il “prezzo minimo di vendita statale” che il Fronte Contadino vorrebbe di nuovo garantito, rappresentava una minima tutela non solo rispetto alle fluttuazioni del libero mercato, ma anche in considerazione di condizioni climatiche sempre meno prevedibili.

Con la liberalizzazione da poco varata, i lavoratori del settore agricolo perderebbero anche queste minime tutele, e sarebbero alla mercé della grande distribuzione privata.


Una data non qualunque, quel 26 novembre, perché nello stesso giorno era previsto l’ennesimo sciopero generale del sub-continente: a incrociare le braccia in tutti i possibili settori, dai colletti bianchi del pubblico impiego agli addetti alle pulizie e alle più umili mansioni, furono in 250 milioni, numeri che solo l’India può permettersi contando anche sulla formidabile capacità organizzativa di una miriade di sindacati, che all’occorrenza riescono a stemperare le differenze in formidabili coalizioni.

Fu un Delhi Chalo per modo di dire perché arrivati alla periferia dell’immensa metropoli, in particolare a Singhu, i trattori vennero accolti dalle cannonate d’acqua delle forze dell’ordine, e le foto dei sikh con i loro meravigliosi turbantoni, tra loro parecchi anziani, letteralmente inzuppati nonostante il freddo di fine novembre, vennero riprese da parecchie testate non solo in India – e non fu una buona pubblicità per il Governo Modi.

E comunque i disagi degli inizi furono presto superati con la più formidabile organizzazione e fin dai primi momenti del suo sparso insediamento tutt’intorno a Delhi, il Kisan Andolan (movimento contadino) si presentò al meglio: una coalizione di decine di comitati e organizzazioni sindacali, compattamente uniti sotto la sigla del Samyukt Kisan Morcha, mirabilmente coordinati fra di loro nel più genuino spirito di comunità, sewa (= servizio), pratica del langar (condivisione del cibo). E talmente consapevoli del potere manipolatorio dei media da attrezzarsi fin da subito di un proprio canale live, il Kisan Ekta Morcha dal quale parlare dritto in camera, autoriprendersi nelle loro assemblee, e insomma farsi capire da chiunque avesse voglia di capire – e il messaggio continuamente ribadito era: noi da qui non ci spostiamo fino a che non verranno abrogate quelle tre leggi.

Una storia che per le sue componenti di maturità, consapevolezza, totale pacifismo nella resistenza, ci è sembrata fin da subito così importante e bella, da meritare un vero e proprio webinar, che intitolammo Trolley Times, anche per rendere omaggio all’omonima testata cartacea che un gruppo di giovanissimi media-attivisti avevano fondato per raccontare la straordinaria vitalità di questo movimento. Eravamo già verso la fine di marzo, e nonostante i molti momenti critici (per esempio il non piccolo tributo di vite umane, durante l’inverno più freddo che Delhi abbia sofferto da anni, per non dire degli scontri che il 26 gennaio avevano caratterizzato il Republic Day

la protesta stava guadagnando favore in parecchi altri stati dell’India. In Bengala, Madhya Pradesh, persino in Kerala, Karnataka, Tamil Nadu, in tutta l’India la determinazione delle sue rivendicazioni esprimeva un potenziale di credibile opposizione al liberismo del Governo Modi e non mancò d influenzare i risultati di parecchie tornate elettorali. 

E però poi, anche per l’India (che fino a quel momento si era ritenuta al riparo dal flagello pandemico) arrivò la seconda e terribilmente punitiva ondata del Covid – con la spirale dei contagi, la caccia alle bombole d’ossigeno, ai vaccini che non c’erano, ai letti in ospedale. Tutti avevano previsto che in simili circostanze la protesta dei contadini si sarebbe non certo arresa – ma in qualche modo interrotta, se non altro per motivi di precauzione.

E invece macchè, persino in quel periodo di acuta sofferenza, mentre nel resto dell’India i tassi di mortalità erano così alti da rendere impossibili persino le cremazioni, nelle tendopoli della protesta tutt’intorno a Delhi la vita è continuata più o meno come sempre: con contingenti molto meno numerosi di prima, a darsi il cambio dai villaggi, provvedere per i rifornimenti, assicurare quei minimi servizi essenziali al mantenimento dei presidi, ma la protesta non si è arresa. Impensabile venir meno alla promessa di resistere, fino a che le tre leggi non fossero davvero e sicuramente abrogate dal Governo stesso.

“Ed è stato il momento più duro” sottolinea lo scrittore Amandeep Sandhu, che dal suo sito oltre che dalla sua pagina FB, è diventato il fedele, accurato, informatissimo cronista di questo movimento fin dal primo giorno “perché approfittando dello stato di eccezione, dell’ansietà che in tutta l’India ha messo al primo posto questioni di primaria sopravvivenza, contando insomma sul calo di visibilità un po’ su tutti i fronti, il Governo Modi ha più volte minacciato lo sgombero di quegli accampamenti”.

E non sono mancati i momenti di tensione, tra gli agenti della NIA (National Investigation Agency) e gli esponenti più in vista del variegato fronte sindacale. Alcuni di loro sono finiti in galera con le solite imputazioni: sedizione, comportamenti anti-national etc. E per sollecitare il loro rilascio, negli ultimi giorni era entrato in sciopero della fame l’anziano (e molto carismatico) Baldev Singh Sirsa, Presidente del LBIWS, uno dei sindacati con maggior peso all’interno della coalizione che guida il movimento.

Non era per niente scontato che il fronte contadino ottenesse questo permesso di Parlamento parallelo, sottolinea Amandeep Sandhu in uno dei suoi ultimi post. “L’accordo è stato raggiunto solo nella tarda serata del 21 luglio. Niente corteo, per evitare complicazioni. In compenso ogni giorno 200 delegati del movimento e 6 delegati sindacali (a discrezione del SKM) verranno prelevati in autobus dai loro accampamenti fino al centro di Delhi e riportati alla tendopoli ogni sera, a conclusione delle sedute in Parlamento. Saggia decisione: uno scontro è l’ultima cosa di cui sia i contadini che il Governo hanno bisogno in un momento come questo… “

L’idea del Parlamento contadino era stata ventilata ai primi di luglio, come tentativo di uscire dalla situazione di stallo totale sul fronte dei negoziati, con l’obiettivo di riaccendere i riflettori sulle motivazioni della protesta che il Governo non ha mai perso occasione di svilire come anacronistiche, in un mercato libero che anche per i prodotti della terra potrebbe offrire chissà quali opportunità ben più attraenti del ‘minimo garantito’ adottato fino a ieri e che i contadini vorrebbero senz’altro restaurare. 

Come andrà a finire? Dalle varie interviste raccolte ieri sul canale Kisan Ekta Morcha si trae un’impressione di complessivo ottimismo: la centralissima area di Jantar Mantar per il Parlamento contadino è stata accordata, completa di microfono, altoparlante e pure le sedie – e però circondata da un tale dispiegamento di transenne e polizia da rendere difficile il lavoro dei media (che però erano di nuovo presenti in massa, come nei momenti migliori ). In compenso al di là delle transenne c’era anche Rahul Gandhi, oltre a una delegazione di parlamentari dal Kerala, con un lungo striscione di solidarietà con le ragioni dei contadini.

L’altra buona notizia riguarda la liberazione dei sindacalisti accusati di sedizione per cui anche l’anziano Baldev Singh Sirsa ha potuto interrompere il suo sciopero e a mezzogiorno è stato possibile allestire un bellissimo langar (pranzo comunitario), per la gioia dei fotografi.

 

La protesta dei contadini in India
La protesta dei contadini in India
Tutte le immagini nell’articolo sono tratte dalla pagina FB Kisan Ekta Morcha

E siamo solo al primo giorno. Il Ministro dell’Agricoltura Narendra Singh Tomar si è detto pronto a riprendere i negoziati. I sindacati del SKM hanno una volta di più ribadito che non c’è niente da negoziare, e che le tre leggi pro-libero mercato devono essere abrogate. Insomma muro contro muro, come dall’inizio di questa storia otto mesi fa.

Ma chissà che da qui – da questo straordinario teatro di pubblico confronto e democrazia – fino alla data del 13 agosto, non sia possibile registrare qualche progresso. Come minimo possiamo immaginare un contagio di nuove energie sul fronte dell’attivismo, come non si vedeva da tempo a Delhi.


 

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