Mosaico femminista e transfemminista

A cura di
Aya Al Taher, Lucilla Chiesa, Chiara Foglio, Violetta Pagani, Luisa Ruffa, Giulia Siotto, Michela Tiberti, Anita Tozzi, Elsa Tranquillo, Andrea Zenoni


Mosaico femminista e transfemminista

Mosaico femminista e transfemminista e lotto marzo: del perché è necessario rivendicare spazi di lotta quotidiana per le donne e per le soggettività non conformi


Ritrovarsi in piazza, questo 8 marzo, ha sicuramente avuto un sapore diverso dal solito. 

Le modalità sono cambiate. Non più il solito corteo, ma una piazza occupata tutto il giorno per partecipare insieme alla lotta e allo sciopero femminista e transfemminista globale. 

L’atto di occupare fisicamente una piazza per una giornata intera, in un anno in cui lo spazio fisico ci è stato più volte negato, è stato un gesto ancora più simbolico, ma soprattutto concreto, un gesto per ricordarci della necessità urgentissima di crearci e appropriarci di quegli spazi di rivendicazione che continuamente ci vengono sottratti. 

Ci vengono sottratti in quanto donne, in quanto straniere o in quanto non conformi agli standard proposti da una società patriarcale che ci impone di essere in un certo modo. Ci impone di non sentirci sicure per strada, nei nostri luoghi di lavoro e persino nelle nostre case, spesso al fianco di compagni dalla mascolinità tossica che ci negano quel diritto fondamentale ad una vita libera e senza violenza. 

Quest’anno di pandemia ci ha tolto molto, ancora di più. Troppi diritti sono finiti in secondo piano, troppe libertà sono state negate, lo sfruttamento sul posto del lavoro, per chi ha potuto mantenerlo, è incrementato. Con le scuole chiuse, il nuovo modello di didattica a distanza – oltre a risultare devastante per gli e le studenti/studentesse -, è andato a sommarsi al carico domestico che generalmente pesa più sulle donne. Molte quindi hanno dovuto rinunciare al lavoro per guardare i/le figl*. L’occupazione femminile in Italia a dicembre 2020 è calata del 48,6%; il doppio, rispetto alla media europea. La crisi sanitaria, sociale e economica, ha colpito ancora una volta il lavoro femminile, migrante, non tutelato, precario, gratuito, così come in generale i settori assistenziali e di cura, spesso appannaggio delle donne.

Un altro esempio di come la pandemia abbia aggravato situazioni di genere già drammatiche è l’aumento della violenza domestica, della violenza maschile di genere. Specialmente con il primo lockdown nazionale di marzo 2020, le chiamate ai telefoni antiviolenza sono aumentate: DI.RE ha registrato un aumento del 78% delle chiamate rispetto a marzo 2018; dall’inizio di quest’anno ci sono stati 15 femminicidi e nel 2020 più di 70.

I dati parlano chiaro. Ed è giusto ricordarli, i dati. Ma in quest’anno, più che in passato, troppo spesso l’essere umano è stato ridotto ad un semplice numero: “il numero dei morti di oggi è […], i contagiati sono […]”; “le donne uccise dai propri partner sono […]”; “dall’inizio del 2020 sono state stuprate […] donne”. 

Ma l’essere umano non è un numero, l’essere umano prova emozioni e sensazioni che devono essere tenute in considerazione, prima ancora delle percentuali. La persona umana deve essere rispettata, tutelata nella sua interezza, mai oppressa o dimenticata. 

Eppure alcune testimonianze riportate in Piazza Castello l’8 marzo, a Torino, hanno sottolineato come troppo spesso invece accade ancora questo. Le donne vengono dimenticate dalla società, non sono accolte e ascoltate dalle istituzioni o da chi dovrebbe aiutarle e tutelarle. 

Per questo la partecipazione alla giornata dell’8 marzo è stata ancora più essenziale. Non è facile cambiare le dinamiche in cui siamo cresciut* e di cui siamo abituat*. In piazza Castello, però, come in tutte le altre piazze d’Italia, si è cercato di interiorizzare questa riflessione.

Disfarsi di dinamiche ormai non più accettabili; abbattere i confini, in primis quelli che abbiamo con noi stesse e stessi; accogliere la parità e le diversità di genere. Sembrano semplici slogan, in realtà, se compresi pienamente, cioè non solo a parole ma anche nei gesti e nelle azioni quotidiane, allora sì che rilevano l’importanza e la forza della piazza dell’8 marzo. Non una manifestazione esteriore, ma un vero e proprio evento; non la festa della donna cui regalare mimose, ma un vero e proprio sciopero.

L’8 marzo, infatti, non è un giorno per celebrare le donne ma un giorno di lotta voluta e promossa dalle donne. Ancora oggi è difficile ribaltare certe retoriche: la donna che dona vita, la donna immagine di dolcezza, la donna dei fiori. L’8 marzo eravamo unite in piazza proprio per affermare un discorso ed una narrativa differenti. E anche per esaltare la diversità, lanciare messaggi di giustizia sociale attraverso l’uso di linguaggi inclusivi, celebrare una ricorrenza che abbia come oggetto la necessità indefettibile del pieno raggiungimento per le donne dei diritti. Una giornata fatta di scioperi, manifestazioni e dibattiti sul tema, dedicata a fare il punto della situazione a livello globale.

Vorremmo che fosse chiaro che si deve trattare di un’occasione tra le altre per riflettere. Per ricordare il sacrificio di chi prima di noi ci ha permesso di vivere una vita radicalmente migliore. Se per noi è scontato che tutti dovremmo avere pari opportunità a prescindere dal nostro sesso e dalla nostra identità di genere; non lo è che ci siano state donne, ma anche uomini, che hanno lottato per questa uguaglianza spesso anteponendo il nostro, al loro stesso bene. E per questo ci vuole coraggio.

Anche di questo abbiamo voluto raccontare, nel nostro piccolo, nella campagna lanciata una settimana prima dell’8 marzo sulle pagine del Centro Studi Sereno Regis e BeCome Viral.

Scendere in piazza per condividere queste riflessioni, questo percorso di denuncia, questa presa di consapevolezza e di corpo, è stato necessario. “Essenziale è la nostra lotta, essenziale il nostro sciopero”, uno sciopero generale della produzione e della riproduzione, del consumo e dai ruoli sociali imposti dai generi. Uno sciopero per chiedere una parità di genere ed un’inclusione lavorativa senza false retoriche da Recovery Plan, ma effettiva.

Scendere di nuovo in piazza per ribadire tutto questo è stato surreale, ma soprattutto liberatorio. 

E lo è stato perché eravamo in tant*, con la voglia di celebrare una giornata di lotta insieme. Con la voglia di ballare, di cantare, di urlare basta alla violenza di genere, basta alle discriminazioni sessiste, alle penalizzazioni sul lavoro, ai pregiudizi, ai linguaggi discriminanti. Quest’ultimo anno più degli altri abbiamo sentito un movimento unito nella lotta, anche a distanza, tra i vari movimenti femministi e transfemministi di tutto il mondo. 

È stato incredibile trovarli e trovarci tutti in piazza, nei diversi colori, nei diversi slogan, nelle lingue, nelle testimonianze portate, nelle tante performance di denuncia. Eravamo una piazza colma, a celebrare una battaglia che include tutt*! L’energia che si è creata è stato qualcosa di unico e potente.

Riprenderci la possibilità di decidere di essere presenti con i nostri corpi in questa giornata e condividere le nostre storie e le nostre piccole lotte quotidiane è stato un monito che servirà a ribadire tutto l’anno, tutti i giorni, che la nostra resistenza non avrà fine fino a che non sapremo costruire un mondo che sappia fare delle donne, e di tutt*, persone libere di decidere delle proprie vite e dei propri corpi. Un monito che riguarda tutt*.

Ad ascoltare i racconti delle donne presenti alla manifestazione non vi erano infatti uomini, donne, giovani, anziani. Vi era una massa fucsia unita, che urlava, cantava, ballava sulle note di ‘Nì una Menos’, all’insegna della lotta con e per le donne, dalle zapatistas ad altre donne di diverse parti del mondo. 

Eravamo tutt* conness*, parte integrante di un unico mosaico, un mosaico femminista e transfemminista, avevamo lo stesso scopo. E lo abbiamo ancora, ogni giorno di più: “Ogni volta che una donna lotta per se stessa, lotta per tutte le donne.”


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