«Il principio responsabilità» di Hans Jonas. Quarant’anni e non sentirli | Massimiliano Fortuna


Un ricordo personale. Agli inizi degli anni Novanta del secolo scorso, in uno dei primi esami che preparai da studente universitario, trovai nel programma del corso Il principio responsabilità di Hans Jonas, pensatore che all’epoca ancora non conoscevo. Quella lettura mi appassionò e coinvolse, e mi portò ad avvicinarmi ad altri libri dello stesso autore. Forse soltanto ora, però, dopo aver ripreso in mano queste pagine a quasi trent’anni di distanza, la loro importanza mi si è manifestata con indiscutibile evidenza.

Etica e tecnica

La traduzione italiana di Das Prinzip Verantwortung risale al 1990, ma l’edizione originale tedesca la precedette di undici anni. Il libro è stato dunque scritto e concepito durante gli anni Settanta, alcuni paragrafi infatti erano già stati pubblicati come articoli a sé nel corso di quel decennio. Visto il non poco tempo trascorso, che dire se non che Jonas si poneva già allora, con grande lucidità, alcuni problemi etico-filosofici sui quali l’interesse pubblico è aumentato di continuo e la cui imprescindibilità per le nostre società si fa sempre più evidente. Ascoltiamone direttamente la voce: «La combustione delle materie fossili pone, oltre al problema dell’inquinamento atmosferico locale, il problema globale del riscaldamento dell’atmosfera, che potrebbe entrare in singolare competizione con l’esaurimento delle risorse. Si tratta dell’“effetto serra” che si verifica quando l’anidride carbonica formatasi durante la combustione si concentra con estensione planetaria nell’atmosfera, agendo come la parete di vetro di una serra […]. L’aumento della temperatura terrestre prodotto in quel modo e da noi ulteriormente alimentato potrebbe determinare, senza che alcuno lo voglia, delle conseguenze durature per il clima e per la vita, fino all’estremo catastrofico della fusione dei ghiacci polari, dell’aumento del livello degli oceani, dell’inondazione di vaste superfici di bassopiani».

Parole, come si vede, che disegnano scenari che nel nostro presente ci siamo ormai abituati a prendere in considerazione, ma che Jonas già quarant’anni fa aveva indicato come questioni sulle quali il pensiero filosofico era chiamato a interrogarsi con urgenza, per delineare modelli di comportamento e azioni concrete da mettere in campo allo scopo di contrastare il rischio di una dissipazione delle risorse vitali del pianeta.

La riflessione di Jonas prende appunto le mosse dalla constatazione che lo «smisurato successo» avuto dalla tecnica nella «sottomissione della natura finalizzata alla felicità umana» rischia, per eterogenesi dei fini, di diventare una potenziale minaccia per la vita umana stessa. Questa minaccia rende dunque necessario un pensiero capace di elaborare un nuovo modo di agire in grado di fronteggiarla, vale a dire, come lo stesso Jonas sintetizza nel sottotitolo del libro, «un’etica per la civiltà tecnologica». Jonas si proponeva di trovare a quest’etica una fondazione metafisica, con l’intenzione di ancorare stabilmente all’essere il dover essere, l’obbligo morale, per andare oltre il «soggettivismo dei valori». Questa parte dell’opera è quella alla quale si è rivolta la maggior parte delle critiche e probabilmente anche quella, se non meno interessante, il cui interesse è riservato principalmente all’analisi più strettamente filosofica. Ma anche se alcune delle categorie concettuali chiamate in causa da Jonas possono lasciare perplessi, essere ritenute deboli o contestate, resta il fatto che, a prescindere dai suoi presupposti metafisici, i temi da lui sollevati sono divenuti negli anni oggetto di un dibattito sempre più fitto. L’idea, ad esempio, che l’etica non possa più limitare la propria sfera d’azione a una dimensione esclusivamente antropocentrica, e che dunque non solo l’uomo ma tutta la biosfera debba diventarne oggetto (e di conseguenza che la natura stessa sia portatrice di diritti), o la presa di coscienza che la nostra responsabilità morale chiama in causa anche le generazioni future, non solo chi è vivo nel tempo presente, mi sembrano ormai posizioni in un certo senso acquisite, si potrebbe persino dire che sono diventate tesi «alla moda».

Quest’etica chiamata a ripensare i propri orizzonti spaziali e temporali trova il suo cardine nella nozione di «responsabilità». La comprensione di tutto quello che è in gioco e delle conseguenze che possono derivare dal «Prometeo irresistibilmente scatenato, al quale la scienza conferisce forze senza precedenti e l’economia imprime un impulso incessante» chiama innanzitutto le nostre azioni ad una «cautela» che secondo Jonas dovrebbe diventare una sorta di parola d’ordine in un mondo così strettamente legato alla dimensione tecnica. Anche qui, se pensiamo a quanto il concetto del «principio di precauzione» si sia diffuso nel dibattito scientifico ed economico e sia stato fatto proprio dalla stessa legislazione dell’Unione Europea, abbiamo un’ulteriore conferma della carica anticipatrice che covava nelle pagine de Il principio responsabilità.

La critica dell’utopia

Una parte importante del libro è dedicata alla critica dell’utopismo marxista, quando venne scritto l’universo sovietico era, come detto, ancora in piedi, il Muro di Berlino si sbriciolerà soltanto dieci anni dopo. Una critica dettagliata, giustificata dall’idea che l’utopismo marxista intendeva la tecnica come una componente essenziale per intraprendere la realizzazione del suo «sogno» sociale e così facendo prefigurava un possibile esito della tecnica in sé, ovvero quello dell’ambizione a un’integrale trasformazione della realtà: «pertanto la critica dell’utopia è già stata implicitamente una critica della tecnologia nella previsione dei suoi estremi sviluppi». Vale a dire che «la critica dell’utopia, in quanto modello estremo, non è servita tanto a confutare un errore concettuale, sia pure carico di ripercussioni, quanto piuttosto a fondare l’alternativa che ora tocca a noi elaborare: l’etica della responsabilità che oggi, dopo secoli di euforia post-baconiana, prometeica (di cui è figlio anche il marxismo), deve mettere le briglie a quella galoppante avanzata. Dato che in caso contrario, e soltanto con un po’ di dilazione, sarebbe la stessa natura a farlo alla sua maniera implacabilmente più dura».

A Jonas il mondo comunista e quello capitalistico sembravano avere in comune un architrave essenziale delle proprie strutture economico-sociali, per tanti aspetti contrapposte: un analogo culto della tecnica appunto, finalizzato al progetto ultimo di una completa sottomissione della natura, una sua definitiva «umanizzazione», che alla resa dei conti altro non sarebbe che sinonimo di distruzione della stessa e finirebbe per aprire le porte a tutti quei rischi ecologici da lui paventati.

Una cosa non bisogna credere però, che la posizione di Jonas si condensi in un sostanziale rigetto della scienza e della tecnica o in una loro messa in stato di accusa univoca ed intransigente. È sua invece la consapevolezza della complessità dei problemi sollevati e ben gli si attaglia l’osservazione di Ulrich Beck, teorico della società del rischio, che Pier Paolo Portinaro ricorda nella sua rigorosa introduzione all’edizione italiana de Il principio responsabilità, e cioè che nella nostra società la scienza finisce per essere contemporaneamente «(con)causa, strumento di definizione e fonte di soluzione dei problemi». Jonas non vuole certo mettere la scienza al bando, la sua preoccupazione è quella di far maturare una nuova consapevolezza di fronte ai rischi che possono derivare da un uso della tecnoscienza sottratto a ogni limite e, nel fare questo, ci richiama al senso della «cura» come alternativa da perseguire rispetto agli eccessi di esuberanza faustiana.

Se pensiamo a quanto i nodi critici rilevati da Jonas in relazione alla salute del pianeta continuino a essere minacciosi per il nostro presente, anzi a come si siano in genere aggravati, pur essendoci chi nel 1979 ci aveva già così chiaramente avvertito in merito ai possibili pericoli a cui l’umanità stava andando incontro, non possiamo che constatare quanto grande sia stata in tutti questi anni la miopia della maggior parte degli attori politici e istituzionali, e non meno quella della maggioranza dei cittadini comuni. Segni di una nuova consapevolezza in merito alle potenzialità distruttive insite in un certo modo di produrre e di vivere e comprensione dell’urgente necessità di una correzione di rotta ai nostri giorni se ne vedono (anche se forse ancora in gran parte privi del risvolto concreto che si vorrebbe). A questo riguardo le pagine di Jonas continuano certamente a rivelarsi una fonte di ispirazione e una guida per il pensiero, e portano testimonianza dell’indiscutibile forza di anticipazione di cui erano cariche. Insomma, a farla breve, Il principio responsabilità, passati svariati decenni dal suo apparire, sta di fronte a noi con la statura di un classico.

2 risposte a “«Il principio responsabilità» di Hans Jonas. Quarant’anni e non sentirli | Massimiliano Fortuna”

  1. Pur avendo letto il commento di Angela, direi giusto nella sostanza, non posso esimermi dal completare il principio di responsabilità di Jonas, premettendo che non conosco questo autore che magari ne ha parlato in altri ambiti, con quello nostro di cittadini di un qualsiasi stato, nell' attuale situazione nucleare. Nei fatti abbiamo dato mandato ai ns. governi la possibilità, anche di distruggerci insieme alle persone cui vogliamo bene che avrebbero diritto a vivere la propria vita come tutti, del resto. Di questo ne ha parlato nel 1964 uno psicanalista Franco Fornari
    nel libro "Psicanalisi della guerra atomica"

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