Mirtilli. o L’importanza delle piccole cose | Recensione di Cinzia Picchioni

Henry David Thoreau, Mirtilli. o L’importanza delle piccole coseLindau, Torino 2018, pp. 87, € 9,50

Fuori…

La premessa: se tutti guardassimo tutto con questa passione, attenzione, riflessione, amore, sarebbe un mondo migliore (non foss’altro perché avremmo meno tempo per inventare macchine di tortura e metodi di annientamento degli altri, innalzare muri, scrivere e promulgare Leggi inique).

Ora mi chiedo: dove (nei boschi) e come (camminando, non fotografando) Thoreau (1817-1862) ha trovato tutte le decine di informazioni su un unico frutto racchiuse in questa delizia (in effetti si tratta di mirtilli!) di volumetto? E perché – leggendolo – mi è venuta voglia di individuare il mio «frutto della passione» per scriverne in un altro piccolo libro? E poi ancora: qual è il mio «frutto della passione»? Ma è ovvio! È il frutto della passione! No, non è vero. Se ci penso velocemente è la noce. Che però forse è un seme, più che un frutto. Ecco vedi? Ha ragione Henry David Thoreau (morto a 45 anni… e a 37 aveva già scritto un capolavoro come Walden!): l’importanza delle piccole cose («o l’importanza delle piccole cose» è il sottotitolo del libro di cui stiamo leggendo, Mirtilli).

Nonostante il titolo, che non si pensi a un libro con molte foto a colori e scheda botanica. È invece il diario di una relazione tra uomo e Natura, tra un uomo che ha guardato (e il mirtillo fa anche bene agli occhi) il piccolo frutto così a lungo, in così tante stagioni diverse, in luoghi di crescita così vari da riuscire a scriverne un intero librino di 85 pagine. Con copertina del colore dei mirtilli (ma questo è merito dell’editore). Che finezza eh? Un piacere per la vista.

Dentro…

            Dopo aver apprezzato la bella copertina, mi sono inoltrata nel libro e il mio cuore ha sobbalzato leggendo che i mirtilli sono detti anche «bacche dei cervi», il che mi ha fatto venire in mente Geordie, la ballata che narra la triste storia di un uomo che «rubò 6 cervi nel parco del re, vendendoli per denaro», e che per quel reato sarebbe stato impiccato (Fabrizio De Andrè, un altro mito – come Thoreau – per me). Ma non basta. Ho scoperto (ha scoperto, e per fortuna condiviso, Thoreau, che a sua volta l’ha ripreso dallo storico David Crantz, 1723-1777) che in Groenlandia cespugli di mirtillo nero sono usati per rivestire le case, insieme a zolle d’erba e terra. E il grande popolo indiano (intendo i Nativi) faceva ampio uso delle preziose bacche «essiccate sotto forma di focaccia […] porridge […] pudding» (p. 47). 

Invece del fumo

            Giacché l’autore del libro è Henry David Thoreau non vi poteva mancare una critica, che troviamo alle pagine 52 e 53:

            «[…] la promessa-di-bacca del fiore delle Vaccinieae. [un tipo di mirtillo, NdR] È un raccolto che cresce spontaneo in tutto il Paese, benefico, copioso e senza spesa […]. Eppure gli uomini, sciocchi mostri che non sono altro, si dedicano alla coltura del tabacco, escogitando a tal fine la schiavitù e mille altre disgrazie […] e quello è il loro prodotto principale al posto dei mirtilli. Volute di fumo di tabacco si alzano da questa terra, unico incenso che i suoi abitanti bruciano in onore degli dei. Con quale autorità possiamo noi distinguere tra cristiani e maomettani? Quasi ogni genere di interesse commerciale trova rappresentanza nel parlamento […] ad esempio quello della pesca del merluzzo e dello sgombro, ma non quello dei mirtilli».

Invece del vino

            A proposito dell’idea di compiere il minor numero possibile di passaggi tra il frutto così com’è e la nostra bocca:

            «Campi e colline sono una tavola perennemente imbandita. Bevande dietetiche, cordiali, vini di ogni genere e qualità sono racchiusi nella buccia di infinite bacche per il nostro ristoro, offrendoci la possibilità di tracannarne abbondantemente in ogni momento […] un invito a banchettare con la Natura» (p. 54). «Dissetatevi dell’influsso di ogni stagione come da una fiala […]. Le fiale dell’estate non hanno mai fatto ammalare nessuno, se non quelle che qualcuno aveva conservato in cantina. Sorseggiate i vini imbottigliati dalla Natura, quelli conservati non in un otre di capra o maiale, ma racchiusi nelle bucce di migliaia di deliziose bacche. Lasciate alla Natura l’incarico di imbottigliare, e così pure di preparare le conserve» (pp. 84-85).

Invece della scuola

A proposito del famoso monito di Carlo Petrini «non si possono mangiare i computer»:

            […] mi avventuravo nei campi in compagnia del mio secchio […] in vacanza da scuola per un   giorno intero, e non avrei cambiato quell’espansione del mio essere per tutto lo studio del mondo. […] Di colpo capivo i miei libri assai meglio […]. Mi trovavo in un’aula in cui non potevo fare a meno di vedere e sentire cose degne di essere viste e sentite, dove non potevo fare a meno di ascoltare la mia lezione, perché la lezione era diretta a me» (pp. 64-65). «Ci vantiamo moltissimo del nostro sistema scolastico, ma perché limitare la nostra attenzione a   direttori e scuole? Siamo tutti direttori e la sede della nostra scuola è l’universo. Frequentare solo la scuola e i suoi banchi e trascurare lo scenario in cui essi si trovano è assurdo. Se non facciamo attenzione, alla fine rischiamo di scoprire che il nostro elegante edificio scolastico sorge al centro di un recinto per vacche» (p. 83).

 

Invece di invece

Infine la storiella alle pagine 67 e 68 narra di una possibile soluzione «e… e…» (al posto della solita contrapposizione «o… o…»), in stile nonviolento:

         «A, raccoglitore di mirtilli di mestiere, ha preso in affitto il campo di B e in questo momento,    immaginiamo, sta raccogliendo i frutti con  un rastrello a cavalli brevettato. C, cuoco dichiarato, sta controllando la cottura di un pudding confezionato con parte delle bacche. Nel frattempo il   professor D, per ci viene cucinato il pudding, è rinchiuso nella sua biblioteca a scrivere un libro, un’opera sulle Vacciniae [un tipo di mirtilli, NdR], si capisce. E così il risultato di un   simile sventurato corso di eventi emergerà nell’opera finale, che avrebbe dovuto rappresentare il frutto supremo prodotto dal campo di mirtilli. Il libro sarà privo di ogni valore. Non conterrà un solo grano di spirito del mirtillo […]. Personalmente credo a un diverso tipo di divisione del lavoro, in cui il professor D viene incoraggiato a dividere liberamente il suo tempo tra la biblioteca e il campo di mirtilli».

In questa storiella è racchiusa un po’ anche la risposta alla mia domanda iniziale: dove e come l’autore ha trovato tutte le informazioni sul mirtillo? Le ha trovate guardando tutto, guardando tutti, non solo camminando, non solo leggendo, non solo assaggiando, non solo scrivendo, non solo «sentendo», non solo ascoltando, non solo con il corpo, non solo con la mente, non solo con lo spirito, ma tutto insieme. Studiando e camminando. Leggendo e assaggiando. In estate e in inverno. Tacendo e parlando. Tutto insieme. Perché, come recita il motto degli indiani Lakota, Mitakuye Oyasin (Tutto è collegato).

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