Come la carovana dei migranti ha innescato un esodo | Jeff Abbott

In migliaia si sono incamminati da Esquipulas, Guatemala il 21 ottobre. (WNV/Jeff Abbott)

Dopo un viaggio lungo ed estenuante, i primi gruppi di migranti e richiedenti asilo honduregni hanno cominciato ad arrivare a Tijuana[i] il 14 novembre, nella speranza di trovare asilo e opportunità negli Stati Uniti. Altre migliaia seguono da vicino. Dopo aver lasciato San Pedro Sula[ii] il 13 ottobre, le migliaia di uomini, donne e bambini dell’Honduras hanno sfidato gli elementi per raggiungere gli Stati Uniti, nella speranza di sfuggire alla violenza, alla povertà e alla repressione statale.

La prima carovana ha innescato un esodo. Piccoli gruppi di migranti si sono formati fra l’Honduras e El Salvador nelle settimane precedenti la prima carovana. Ora, almeno quattro carovane sono in viaggio verso gli Stati Uniti, nella speranza di trovare nuove opportunità al nord.

La seconda carovana era già cresciuta a circa 1500 migranti e rifugiati quando arrivò alla città guatemalteca di Esquipulas il 21 ottobre. Cesar Isaguirre, un padre single, originario di Choluteca, Honduras, camminava alla testa della seconda carovana. Isaguirre cantava “JOH Es Pa’ Fuera Que Vas” (“Juan Orlando Hernández[iii] te ne stai andando via”), una canzone popolare scritta dal cantante honduregno Macario Mejia, che ottenne popolarità nel periodo precedente la  rielezione illegale del presidente honduregno nel 2017, con altri che ne ripresero il testo.

“La situazione nel nostro paese è critica”, spiega Isaguirre mentre cammina lungo l’autostrada uscendo da Esquipulas. “Non c’erano soldi per aiutarci, quando il nostro villaggio fu alluvionato, ma c’erano soldi per reprimere le persone che cercavano di andare negli Stati Uniti in cerca di una vita migliore”.

La scelta per Isaguirre non è stata facile. “È una decisione molto difficile da prendere” dice. “Devi lasciare la famiglia e i figli senza sapere che cosa accadrà lungo la strada per gli Stati Uniti.”

Quando la seconda carovana ha raggiunto il confine messicano, altre due carovane di salvadoregni sono partite in fretta da El Salvador, nella speranza di raggiungere gli Stati Uniti. Attraverso il Guatemala e il Messico, queste carovane sono cresciute fino a 2000 persone ciascuna, secondo La Jornada.

La carovana di migranti è diventata un nuovo fenomeno nell’emigrazione di massa dalla regione. I grandi gruppi sono un mezzo di protezione per le persone che cercano di raggiungere gli Stati Uniti.

Le carovane si sono formate in gran parte tramite i social media, Facebook e WhatsApp. Per mezzo di queste piattaforme, i membri si sono coordinati in anticipo per stabilire la data di partenza. Altri gruppi stanno ancora organizzando nuove carovane dalla regione, compresa un’altra da El Salvador, la cui partenza è fissata per il 17 novembre.

La crisi in America Centrale

Gli honduregni hanno affrontato una situazione che è divenuta sempre più pericolosa dopo il colpo di stato, appoggiato dagli Stati Uniti, contro il presidente Manuel Zelaya nel 2009. Un governo di estrema destra ha assunto il potere dopo il colpo di stato e ha subito cominciato ad attuare politiche che favorivano gli investimenti delle compagnie multinazionali a scapito dei programmi sociali.

Come risultato delle privatizzazioni, gli honduregni hanno visto crescere costantemente i prezzi di beni e servizi essenziali. I servizi di base – come energia, sanità e istruzione – sono diventati quasi irraggiungibili per molti

“Il governo pensa solo a derubare il popolo” dice Nube Reyes, che ha deciso di emigrare da Tegucigalpa, Honduras, con il marito e la giovane figlia, appena tre giorni prima che la carovana arrivasse al confine guatemalteco. “Il costo di elettricità, acqua e cibo continua a crescere. Abbiamo deciso di emigrare per trovare una vita migliore.”

Al confine fra Guatemala e Messico, il 28 ottobre, un migrante guarda, attraverso la rete metallica, la polizia guatemalteca in assetto da sommossa (WNV/Jeff Abbott)

Le comunità hanno affrontato violenze crescenti da parte di bande criminali e dello stato, da quando il Partido Nacional, di destra, ha accentrato il potere. Già nel 2012, l’Honduras era ampiamente considerato uno dei paesi più pericolosi del mondo. Questa violenza ha interessato soprattutto la gioventù. Col deteriorarsi della situazione, è cominciato ad aumentare il numero degli honduregni che cercano di emigrare.

Nel 2015, gli Stati Uniti e i governi dell’America Centrale proposero l’Alleanza per la Prosperità, come mezzo per risolvere le migrazioni da tutta le regione. Il piano si concentrò soprattutto sulla promozione degli investimenti e sulla militarizzazione; secondo gli analisti, è stato fatto ben poco per eliminare le cause delle migrazioni. Per molte persone della carovana, l’aiuto finanziario inviato alla regione ha portato scarsi benefici alle loro vite.

“Ci stanno obbligando ad andarcene” dice Isaguirre. “Gli aiuti che mandano non arrivano mai a chi ne ha bisogno”.

La situazione è diventata ancora peggiore dopo la rielezione di Juan Orlando Hernández, nel novembre 2017. L’elezione fu ampiamente considerata fraudolenta e l’Honduras si mobilitò per protestare contro il furto della presidenza al candidato dell’opposizione, Salvador Nasralla.

La mancanza di lavori di qualità è uno dei principali motivi di malcontento che spingono così tanti a lasciare la regione. Quelli abbastanza fortunati da trovare un lavoro devono far fronte a cattive condizioni e salari bassi. Ci sono poche opportunità per chi ha più di 35 anni.

Molti guatemaltechi si sono uniti alle carovane, mentre queste attraversavano il paese, cercando le stesse opportunità che hanno spinto molti honduregni.

“Non c’è lavoro nel nostro paese”, dice Alexander Paz, 42 anni, di Città del Guatemala, che si è unito alla carovana dopo averne appreso dai social media. “Non cerco di stare in nessun altro paese. La mia destinazione sono gli Stati Uniti”.

Altri guatemaltechi che si sono uniti alla seconda carovana fanno eco a Paz .

“Ho bisogno di lavorare”, dice Salvador Hernández, 64 anni, di San Pedro la Laguna, Guatemala, che si è unito alla carovana dopo averne letto sui giornali. Spera di trovare lavoro per mantenere i suoi 14 figli. “Sono indebitato e non c’è lavoro nella mia città. Sono venuto qui per trovare i mezzi per lottare per i miei figli. Se troverò lavoro sulla via [verso gli Stati Uniti], mi fermerò [in Messico]”.

Davanti al “confine del 21° secolo”

L’amministrazione Trump ha considerato le carovane una minaccia alla sicurezza nazionale e ha ordinato il dispiegamento di migliaia di soldati al confine col Messico. Eppure, questo non è l’unico ostacolo che le carovane hanno dovuto superare durante la loro avanzata attraverso il Guatemala e il Messico.

Le carovane dei centroamericani hanno affrontato un’intensificazione dei controlli di sicurezza alle frontiere, con polizia e militari schierati sia al confine fra Guatemala e Honduras sia a quello messicano, per impedire ai gruppi di partire. Dopo la prima carovana, Donald Trump ha ordinato ai governi dell’America Centrale di fare tutto il possibile per impedire alle carovane di avanzare.

Posti di blocco della polizia e delle guardie di frontiera hanno punteggiato le autostrade, per scoraggiare i migranti dal prendere autobus. Alcuni piccoli gruppi sono riusciti a raggiungere in autobus la città guatemalteca di frontiera Tecun Uman.

I marine messicani pattugliavano il fiume[iv] e un elicottero della polizia federale messicana sorvolava periodicamente la zona. La loro presenza, oltre a quella della polizia e dell’esercito guatemaltechi, ha soltanto inasprito le tensioni fra i migranti e i funzionari.

La militarizzazione dei confini fa parte di ciò che è stato chiamato il confine del 21° secolo, sviluppato nel contesto della Mérida Initiative[v] del 2008. Il piano intensificò la guerra al crimine organizzato in Messico e portò a un maggior controllo del confine meridionale da parte del governo.

Nel 2014, il presidente messicano Enrique Peña Nieto annunciò l’istituzione del Programma del Confine Meridionale, che intensificò ulteriormente la sicurezza alla frontiera del Messico meridionale. Queste misure portarono a un rapido aumento delle detenzioni di migranti che cercavano di raggiungere gli Stati Uniti.

Le carovane di migranti e richiedenti asilo hanno affrontato questi controllirafforzati ai confini nel loro tentativo di raggiungere gli Stati Uniti.

Queste tensioni sono scoppiate il 28 ottobre, quando i migranti hanno abbattuto le barriere che bloccavano l’ingresso in Messico. La polizia guatemalteca ha risposto con lacrimogeni, ma la carovana è riuscita a farsi largo tra lo schieramento di polizia.

Alcune ore dopo, è cominciato un altro scontro con la polizia federale messicana, quando la seconda carovana di honduregni ha tentato di passare le barriere che sbarravano loro la via del Messico. Un piccolo gruppo di giovani honduregni ha lanciato sassi alla polizia, che ha risposto con lacrimogeni e pallottole di gomma. I funzionari dell’immigrazione avevano promesso via libera per i richiedenti asilo, ma hanno ripetutamente mancato di fornirne i mezzi.

Durante lo scontro, è stato ucciso Henry Diaz, un migrante di 26 anni di Tegucigalpa, Honduras, colpito alla testa da una pallottola di gomma. I funzionari federali messicani hanno dichiarato che la polizia non aveva armi, ma giornalisti e migranti presenti al fatto hanno contestato questa versione. Il giorno seguente, la carovana è stata obbligata a guadare il fiume Suchiate.

Migranti guadano il fiume Suchiate il 29 ottobre (WNV/Jeff Abbott)

“Abbiamo deciso di guadare il fiume perché non ci avrebbero fatti passare sul ponte”, dice Gerson Romero, un giovane migrante honduregno. “È stato un viaggio difficile per molti di noi, specialmente per le donne coi bambini. Ma grazie a Dio ce l’abbiamo fatta”.

I migranti hanno continuato ad avanzare attraverso il Messico verso gli Stati Uniti. “Non ci fa paura quel che troveremo davanti a noi”, spiega Romero. “Chiediamo a Dio di guidare il nostro cammino”.

L’esodo di massa dall’America Centrale ha portato la crisi nelle regione al centro dell’attenzione negli Stati Uniti. Le migliaia di persone che fuggono dalla regione sono una testimonianza dell’impatto della politica estera americana nella zona.

“Non ho paura della gente, ma ho paura della repressione di Donald Trump”, dice Isaguirre. “Temo che ci reprima come il governo del nostro paese. Vogliamo trovare una vita migliore”.


Jeff Abbott è un giornalista indipendente, attualmente con sede fuori dal Guatemala. I suoi lavori sono comparsi su NACLA Report on the Americas, Al Jazeera English e The Progressive. Seguitelo su Twitter @palabrasdeabajo


Note

[i]Città messicana al confine con gli Stati Uniti (NdT).

[ii]Città dell’Honduras situata nella zona nord-occidentale del Paese, non lontano dal confine col Guatemala. È reputata il cuore economico del Paese e anche una delle più pericolose città del mondo (NdT da Wikipedia).

[iii]Presidente dell’Honduras, vedi in seguito (NdT).

[iv]Si tratta del Rio Suchiate, che segna il confine fra Messico e Guatemala; vedi in seguito (NdT).

[v]La Mérida Initiative è un accordo di cooperazione sulla sicurezza fra gli Stati Uniti, il Messico e i paesi dell’America Centrale, con lo scopo dichiarato di combattere le minacce del traffico di droga, del crimine organizzato transnazionale e il riciclaggio di denaro sporco (NdT da Wikipedia).


Jeff Abbott, 16 novembre 2018, Waging Nonviolence
Titolo originale: How the migrant caravan sparked a movement
Traduzione di Franco Malpeli per il Centro Studi Sereno Regis

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