Uccidere Gaza | Chris Hedges

Mr. Fish / Truthdig

“Killing Gaza” è visibile a richiesta su Vimeo dal 15.05.2018

Il blocco da parte di Israele di Gaza—dove i palestinesi intrappolati nelle ultime sette settimane hanno fatto proteste nonviolente lungo la recinzione di confine con Israele, con oltre 50 uccisi e 700 feriti da parte delle truppe israeliane—è uno dei peggiori disastri umanitari al mondo. Eppure viene raramente documentato l’orrore che è Gaza, dove 2 milioni di persone vivono sotto assedio israeliano senza essenziali adeguati – cibo, abitazioni, lavoro, acqua ed elettricità; dove i militari israeliani usano per prassi una violenza indiscriminata e sproporzionata per ferire e uccidere, e dove quasi nessuno può sfuggire. L’intenso nuovo film di Max Blumenthal e Dan Cohen, “Killing Gaza,” offre un ritratto risoluto e commovente di gente ampiamente abbandonata dal mondo esterno, in lotta per sopravvivere.

“Killing Gaza” entra in circolazione martedì 15 maggio, in concomitanza con quello che I palestinesi chiamano il Giorno della Nakba– “catastrofe” in arabo – in commemorazione del 70° anniversario dello sfollamento forzato da casa propria di circa 750.000 palestinesi nel 1948 da parte della Haganah, forza paramilitare ebraica, nel neo-stato d’Israele. L’uscita del documentario coincide anche con l’apertura della nuova ambasciata USA a Gerusalemme da parte dell’amministrazione Trump.

A causa del Giorno della Nakbae della rabbia per il trasferimento dell’ambasciata, ci si aspetta che questa settimana sia fra le più sanguinose della serie di manifestazioni di protesta in corso da Pasqua, chiamata la “Gran Marcia del Ritorno”. Killing Gaza illustra perché i palestinesi, con poco ormai da perdere, stanno insorgendo a migliaia rischiando la vita per tornare alla loro casa ancestrale ed essere trattati da esseri umani: il 70% dei residenti a Gaza sono profughi o discendenti di profughi.

Cohen e Blumenthal, autore del libro “Goliath: Life and Loathing in Greater Israel” [Golia: vita e schifo nel Grande Israele], uno dei migliori servizi informativi sull’attuale Israele, iniziarono a filmare il documentario il 15 agosto 2014. Le milizie palestinesi, armate con poco più che armi individuali, si erano appena confrontate con I carrarmati, l’artiglieria, i caccia, i battaglioni di fanteria e i missili israeliani in un loro assalto di 51 giorni che lasciò 2,314 palestinesi morti e 17.125 feriti. Circa 500.000 palestinesi furono sfollati e circa 100.000 abitazioni distrutte. L’aggressione del 2014, forse meglio dire il massacre, fu uno di otto compiuti da Israele dal 2004 contro i 2 milioni di palestinesi di Gaza, oltre metà dei quali bambini. Israele, che chiama questi attacchi militari periodici “sfalciare il prato”, cerca di rendere l’esistenza a Gaza così difficile da occupare per la sopravvivenza quasi tutto il loro tempo, le loro risorse ed energie.

Il film comincia nel quartiere di Shuja’iyya, ridotto a cumuli di detriti dagli israeliani. La deliberata distruzione israeliana d’interi quartieri fu accompagnata, come documentato nel film, dal cecchinaggio di civili disarmati.

“Molta distruzione ha avuto luogo nel giro di poche ore il 23 luglio” dice Blumenthal, narratore del film, all’apparire sullo schermo di rovine d’edifici, isolato dopo isolato. “Gli invasori israeliani si sono trovati sotto fitto fuoco dai resistenti locali, patendo un numero inaspettatamente alto di vittime e si sono ritirati chiamando in vece loro artiglieria e incursioni aeree, che hanno ucciso almeno 120 civili palestinesi e sfracellato migliaia di case”.

Il film comprende una breve clip di giovani israeliani a Tel Aviv che celebravano l’attacco a Gaza, un ammonimento sul razzismo e militarismo tossici che infettano la società israeliana.

“Morite! Morite! Addio!” gridano ridendo adolescenti in festa: “Addio, Palestina!” E uno strilla “Fottuti arabi! Fottuto Maometto”. “Gaza è un cimitero! Gaza è un cimitero! Ole, ole, ole, ole,” canta ballando la folla in giubilo a Tel Aviv. “Niente scuola domani! Non ci sono più bambini a Gaza!”

Le famiglie palestinesi terrorizzate si sono rannicchiate in casa durante i bombardamenti incessanti. Quelli che hanno tentato di scappare di fronte agli israeliani che avanzavano sono stati spesso abbattuti pur con le mani in alto, e I loro cadaveri sono stati lasciati a marcire nel gran caldo per giorni e giorni.

“Ero dentro casa quando hanno cominciato a sventrarla coi bulldozer”, dice nel film Nasser Shamaly, residente a Shuja’iyya. “Hanno abbattuto il muro e cominciato a sparare nella casa. Allora ho messo le mani sul capo e mi sono consegnato all’ufficiale, non a un soldato qualunque; e l’ufficiale comandante il gruppo senza una parola mi ha sparato addosso. Sono caduto e ho cominciato a strisciar via da loro”. Shamaly si nascose ferito in casa per quattro giorni, e fu fortunato.   Suo cugino 23enne, Salem Shamaly, che era a capo di un gruppo di volontari dell’International Solidarity Movement per esumare i corpi dalle rovine a Shuja’iyya, non l’è stato. “Al 14° giorno dell’offensiva, il 20 luglio 2014, io e altri quattro attivisti andammo al quartiere di Shuja’iyya, bombardato per giorni da Israele, per accompagnare le squadre di soccorso fra le macerie durante la tregua di due ore” racconta Joe Catron, uno dei membri della squadra di salvataggio dell’International Solidarity Movement“. Un giovane palestinese, che poi abbiam saputo chiamarsi Salem Shamaly, ci chiese di andare con lui a casa sua, dove sperava di trovarci la famiglia. Adesso sa di ridicolo, ma allora pensavamo che con la tregua si fosse al sicuro. Attraversando un viale con un campo di vista chiaro verso le posizioni israeliane presso la barriera di separazione, uno sparo dalla loro direzione colpì il terreno fra noi. Ci sparpagliammo in due gruppi riparandoci dietro agli edifici sui due lati. Dopo una pausa, Salem mise piede nel viale, sperando di guidare il suo gruppo dalla nostra parte, ma fu colpito da un secondo proiettile e cadde al suolo”.

Il film mostra Shamaly ferito a terra, appena in grado di muoversi e urlante di dolore.

“Mentre era sdraiato supine, altre due raffiche lo colpirono e lui smise di muoversi” continua Catron. “Gli spari c’impedivano di raggiungerlo. L’artiglieria israeliana cominciò a spararci poco sopra colpendo gli edifici dietro di noi. Fummo costretti a ritirarci, abbandonandolo. Ne abbiamo saputo il nome solo due giorni dopo, allorché sua madre, suo padre e sua sorella lo riconobbero in un video che avevo tweetato”. Sua madre, Um Salem, dice nel film “Non siamo riusciti a ricuperare il corpo che dopo sette giorni, è rimasto sette giorni al sole”.

Waseem Shamaly, fratello di Salem, che sembra avere più o meno 8 anni, si vede con gli occhi gonfi dal piangere. Racconta “Si prendeva cura di noi, come nostro padre. Anche di notte ci procurava qualunque cosa volessimo. Era solito comprarci lui tutto: c’era nulla che non ci comprasse, purché lo desiderassimo. Era solito portarci fuori per una boccata, per scacciare un po’ la nostra noia”. Waseem si strofina gli occhi e continua flebile “E adesso non c’è più. Nessuno per portarci fuori e comprarci qualcosa di speciale”. “Non ce la fa a gestire la perdita del fratello” dice il padre, Khalil Shamaly. “Non ha retto la notizia, vedendo com’è morto il fratello; è sotto shock, al punto di starsene lì smorto. Crolla. Quando lo interpello, mi racconta di come gli piacerebbe morire! Come se stesse andandosene. Se non fosse per grazia di Dio, avrei perso anche lui”.

“Le città distrutte e le abitazioni sfracellate si possono ricostruire, se ci sono le risorse” dice Blumenthal. “Ma I sopravvissuti? Come gli possono guarire le ferrite inferte alla psiche? La gioventù di Gaza è cresciuta con tre guerre, l’una più devastante dell’altra. Almeno 90% degli adolescenti a Gaza soffrono di sindrome post-traumatica. Con i servizi di salute mentale allo stremo, queste cicatrici invisibili possono non guarire mai”.

Nel film si passa alla cittadina di Khuza’a, una comunità Agricola di 20.000 persone, fatta saltare sistematicamente da Israele da quando ci sono stati uccisi tre soldati in combattimento con le Brigate al-Qassam, il braccio armato del governo di Hamas in carica a Gaza. Il film mostra un video ripreso da dentro un carrarmato israeliano mentre I soldati aspettano che gli esplosivi buttino giù edifici dell’abitato, compresa la moschea. All’esplosione, i soldati israeliani applaudono gridando “Lunga vita allo stato d’Israele!”

“Siamo rimasti colpiti a vedere tanti cadaveri per strada a Khuza’a” dice Ahmed Awwad, un volontario della Mezza Luna Rossa Palestinese. “Molti erano in decomposizione. Volevamo occuparcene, ma non sapevamo come. Una volta, quando gli israeliani ci hanno fatto entrare, abbiamo trovato una decina di corpi sparsi qua e là. Avvicinandoci, c’è naturalmente la puzza, e ci sono I vermi. Provi a tenerlo così, e si stacca la carne. Tiri su un braccio, e si stacca di netto. Non sapevamo che fare. C’era nulla che potessimo fare. Abbiamo dovuto smettere, Sarebbe stato più facile seppellirli, ma immaginavamo che le famiglie li rivolessero indietro. Alla fine, dei bulldozer li hanno caricati su camion. Non li abbiamo potuti raccogliere per conto nostro. Erano quasi tutte esecuzioni, come una vecchia signora sulla soglia di casa. C’era un giovane, un altro uomo, e un bambinetto. Le scene, onestamente, erano davvero brutte”.

La famiglia Rjeila family, compresa Ghadeer, sedicenne disabile, cerca di sfuggire al bombardamento. Mentre un fratello spinge affannosamente Ghadeer sulla sedia a rotelle (scena ricostruita mediante animazione, come molte altre del film), gli israeliani aprono il fuoco. Il fratello viene ferito, Ghadeer uccisa. La macchina da presa vaga lentamente fra le case demolite con dentro resti umani anneriti e muri e pavimenti macchiati di sangue.

Ahmed Awwad, un volontario della Mezza Luna Rossa Palestinese, descrive che cosa è successo dopo che lui e altri volontari hanno finalmente ricevuto il permesso dalle forze israeliane di portar via i cadaveri da Khuza’a. Trovano un uomo legato a un albero con spari nelle gambe. Uno dei volontari, Mohammed al-Abadla, esce da un veicolo e s’avvicina all’albero. Quando accende la torcia elettrica, secondo istruzioni degli israeliani, gli sparano al cuore e muore.

“Per 51 giorni, Israele ha bombardato Gaza con tutta la potenza d’artiglieria disponibile” dice Blumenthal. “Secondo le stime militari israeliane, durante la guerra sono stati sparati su Gaza 23.410 colpi d’artiglieria e 2.900.000 proiettili d’arma leggera”. Vale a dire, una pallottola e mezza per ogni abitante – uomo, donna, bambino – della Striscia.

C’è la ripresa di artiglieri israeliani che scrivono messaggi sui proiettili in sparo su Gaza, compreso un “Buon compleanno per me”. I soldati ridono e mangiano sushi mentre martellano di esplosivi i vari quartieri palestinesi.

Rafah è un abitato di Gaza al confine con l’Egitto. Il film chiarisce che l’Egitto, con la chiusura del confine sud di Gaza, è complice del blocco. Rafah è stat auna delle prime città bersagliate dagli israeliani. Quando le loro truppe occuparono gli edifici, presero anche in ostaggio dei palestinesi usandoli come scudi umani lì e altrove, costringendoli a stare alle finestre mentre loro sparavano da dietro.

“Mi hanno bendato gli occhi e ammanettato e portato dentro” dice Mahmoud Abu Said nel film. “Mi hanno detto di venire con loro puntandomi un M16 alla schiena. Erano forse in sei. Hanno messo giù l’attrezzatura e cominciato a frugarci. Poi hanno cominciato a sbattermi contro il muro; e ad aizzarmi contro i cani mentre ero ammanettato. Poi mi hanno messo qui, davanti alla finestra, standomi dietro e sparando fuori. Poi anche a quell’altra finestra. Poi mi hanno sbattuto al muro e mi hanno spinto giù. Hanno messo un materasso qui” dice mostrando fori attraverso il muro a livello pavimento “e ci si sono seduti per sparare da quei fori”

“Vedi quell’auto?” chiede Suleiman Zghreibv, riferendosi a un ammasso di metallo contort vicino alle rovine di casa sua. “La guidava lui” dice di suo figlio 22enne, giustiziato dagli israeliani. “Questa è l’auto che usavamo per guadagnarci da vivere, non per uso personale; era un taxi. Non so dire la sofferenza! Che posso dire? Le parole non possono esprimere il dolore. Abbiamo penato e resistito tanto, per tutta la vita; per gli ultimi 60 a causa di Israele. Guerra dopo guerra dopo guerra. Bombardamento dopo bombardamento dopo bombardamento. Ti fai una casa. Te la distruggono. Allevi un figlio. Te lo uccidono. Qualunque cosa facciano – gli stati Uniti, Israele, il mondo intero – continueremo a resistere finché muore l’ultimo di noi”.

Israele ha intenzionalmente bersagliato centrali elettriche, scuole, cliniche, condomini, interi villaggi. Robert Piper, il Coordinatore ONU per l’Aiuto Umanitario e le Attiuvità di  Sviluppo, disse nel 2017 che Gaza aveva “da lungo tempo” varcato la “soglia dell’invivibilità”. La disoccupazione giovanile è al 60%. Il suicidio è epidemico. Strutture e costume sociali tradizionali si stanno fratturando, con il tasso di divorzio in aumento dal 2% al 40% e ragazze e donne sempre più dedite alla prostituzione, qualcosa che un tempo si vedeva solo di rado a Gaza. Dei 2 million di Gazani 70% sopravvive con i pacchi di aiuto umanitario di zucchero, riso, latte, e olio da cucina. L’ONU stima che 97% dell’acqua di Gaza sia contaminata. La distruzione israleliana dell’impianto di trattamento delle acque reflue comport ache le fogne scarichino in mare, contaminando la spiaggia, uno dei pochissimi spazi di sfogo per una popolazione intrappolata. Gli israeliani non hanno risparmiato neppure il piccolo zoo di Gaza, massacrandone circa 45 animali nell’attacco del 2014.

“Mi piacevano più di tutti le scimmie” dice uno sconsolato Ali Qasem, che lavorava allo zoo. “Con loro ridevamo molto; ridevamo e giocavamo con loro; ti prendevano da mangiare direttamente dalle mani; rispondevano al massimo. C’è una sensazione greve di dolore. Qui passavo 18 ore al giorno; ero sempre qui, andavo a casa per cinque o sei ore, poi tornavo. Ci lavoravo da volontario. Questo posto l’hanno costruito poco a poco dei volontari. Eravamo eccitati di aver finito e poter invitare visitatori gratis. Per me, è stato come se avvessero ucciso degli umani; non va bene solo perché erano animali. Era come fossero esseri umani, gente conosciuta. Eravamo soliti portargli da mangiare da casa”.

The film mostra dei palestinesi, che hanno ricevuto poco aiuto per la ricostruzione nonostante le promesse dei donator internazionali, che bivaccano all’aèerto fra le rovine delle case, raccolti attorno a fuocherelli per scaldarsi e illuminare. Moeen Abu Kheysi, 54enne, fa un giro  della casa fracassata che ci aveva messo una vita a costruire; si ferma trovandosi davanti il nipotino di tre mesi, Wadie, e il viso gli s’illumina di gioia.

“Sono passati i mesi e le fredde piogge invernali hanno ceduto il campo al caldo torrido primaverile” dice Blumenthal. “A Shuja’iyya, la famiglia di Abu Kheysi viveva ancora nei resti della sua casa, ma senza il loro membro ultimo arrivato: nato durante la guerra, il piccolo Wadie non ce l’ha fatta a superare il duro inverno”.

“E’ nato durante la guerra ed è morto durante la guerra” spiega una donna della famiglia. “Viveva in una stanza senza una parete, che avevamo ricoperto con fogli di latta. Ci siamo trasferiti, ma poi siamo stati scacciati: non riuscivamo a pagare l’affitto. Così abbiamo dovuto tornare, rabberciare il muro alla meglio e stare qui. Ma faceva molto freddo: il piccolo ène è morto“. “Un giorno s’è fatto freddissimo” dice la mamma di Wadie. “Wadie si è svegliato alle 9 del mattino. Ho cominciato a giocare con lui, gli ho dato una bottiglia. D’improvviso, s’è messo a tremare per il freddo. Ho cercato di riscaldarlo, ma non è bastato”. Comincia a piangere.

“Non c’è stat tempo neppure d’arrivare all’ospedale: ha smesso di respirare giusto prima di partire da casa. Gli si è fermato il cuore d’improvviso. Suo padre ha cominciato a correre per strada con lui; è svenuto quando gli hanno gridato: il piccolo è morto! E’ subentrato lo zio del bimbo e l’ha preso su, ma non è riuscito a trovare un taxi da nessuna parte. Noi non sapevamo praticargli un pronto soccorso. Finalmente trovarono un’auto. All’ospedale fecero tutto quell che poterono, ma lui non si risvegliò più, era morto. Che posso dire? Lo ricordiamo tutto il tempo: Non riesco a togliermelo di mente. E’ come se avessi perso un pezzo di cuore. Le sue sorelline vogliono dormire nella sua culla e indossare i suoi vestiti. Questa chiede sempre dimettersi I vestiti del fratellino. Non possiamo dimenticarlo”.

“Nonno!” esclama la sorellina di Wadie “la mamma piange di nuovo”.


PALESTINE – ISRAEL, 14 May 2018  Truthdig
Titolo originale: Killing Gaza
Traduzione di Miki Lanza per il Centro Studi Sereno Regis


 

Una replica a “Uccidere Gaza | Chris Hedges”

  1. E uno scandalo mostruoso sotto gli occhi di tutti. SIAMO IMPOTENTI. L'IMPERO AMERICANO SOSTIENE APERTAMENTE IL FASCISTA NETANYAHU. L'opposizione interna ad Israele NON ESISTE. L'ONU (come sempre) è INERTE. L'Europa come entità politica reale NON ESISTE!
    Diceva Ernesto Che Guevara "«Chi sceglie di lottare può perdere, ma chi sceglie di non lottare ha già perso».
    E lui per LOTTA intendeva la guerriglia, la lotta armata del popolo contro ogni tipo di dittatura ed aggressione

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