USA, e poi? | Johan Galtung


presidenziali_usaWashington, DC

           Nessuno lo sa, ma nel regime presidenzialista USA i presidenti contano; non così diversi da una dittatura per un turno di governo.  È lì che entra in gioco la democrazia – almeno riguardo ai delegati, a quanto pare; con un sofferto procedimento di nomina, come in nessun altro paese. E poi le elezioni a novembre, dopo i congressi generali dei partiti a luglio.

          Ci sono tre partiti negli USA: Democratici, Repubblicani; e Democratici del Sud, leali al Comitato Nazionale Democratico (DNC) della dirigenza del partito e viceversa, conservatori battisti del sud, tradizionalmente per i neri, le donne, la classe operaia, le minoranze (i repubblicani del sud sono bianchi – maschi – d’ascendenza inglese). Molto diversi dai democratici yankee del nord, che producono Bernie [Sanders].

          Sicché abbiamo un gradiente sud-nord Hillary-Bernie, con delle eccezioni. C’è però anche un gradiente generazionale per ambo i generi pur se più per gli uomini: quanto più anziani tanto più per Hillary, quanto più giovani tanto più per Bernie. Se viene nominata verosimilmente Hillary, Bernie lascerà un’impronta sulla politica USA e su molti stati del nord, e tanto più col passare del tempo. Ma il socialismo, l’età e la sua vaga politica estera lo escludono da presidente.

          Poi, la storia Repubblicana, più che altro quella di Donald Trump. Anche qui un outsider, una sfida al Comitato Nazionale Repubblicano (RNC) quanto Bernie lo è per il DNC – Wasserman-Schultz.  Mentre per Bernie la sfida riguarda la classe-bancocrazia-speculazione-diseguaglianza, per Trump riguarda la razza-religione-etnicità, che “demonizza chiunque non sia bianco e cristiano – flirta con il Ku Klux Klan – stereotipizza messicani e musulmani” (Washington Post, 17.03.16). Il nodo focale sulla classe rende Bernie non-eleggibile, quello razziale-etnico rende Trump non-nominabile. Così il duello può essere Hillary vs Cruz con la belligeranza da status quo di Hillary a vincere. Sono tutt’e due un disastro per il mondo; Trump solo per gli USA.

          Però, un sospetto: l’anti-Trumpismo bipartito riguarda anche il suo rapporto con una politica estera di tipo Putin: meno guerra, meno nemici, “Cuba: mi sta bene”, “grosso errore bombardare i serbi, nostri alleati in tutt’e due le guerre mondiali” (7 marzo). Ne sentiremo ancora parecchio di quel genere.

          Chiunque vinca prende le redini di uno stato fallito. Considerate questo elenco – altro che Cosa succederà?, piuttosto Che cosa sta succedendo?, poco evidente nelle campagne elettorali.

          La guerra contro i neri, uccidere giovani a vista e renderli di nuovo come schiavi, lavoro forzato, adesso mediante l’incarcerazione.

          Il più alto tasso mondiale d’incarcerazione (seconda la Russia); prigioni privatizzate quotate in borsa, facendo sì che più delitti remunerino gli investitori.

          Analogamente facendo sì che più guerre remunerino gli investitori nei fabbricanti d’armi; nel complesso militar-industrial-parlamentar-bancario-dell’intelligentsia.

          Più guerre e uccisioni per il mondo che mai; uccisione spensierata di qualunque cosa si muova, non vincendo ma anzi producendo maggior resistenza.

          Un terrorismo suicida aumentato da 350 casi fra il 1989 e il 2003, per lo più da parte delle tigri tamil, a 1.883 fra il 2004 e il 2009, al 92% anti-americano, anti-occupazione straniera.

          “Rivitalizzare l’armamento nucleare” (INYT, 29.04.14); “minibombe-nucleari” al di sotto [della potenza di quella] di Hiroshima per un utilizzo non improbabile per “vincere”, indizio di disperazione.

          Le risoluzioni contro la Nord Corea fanno quello che le potenze con potere di veto fanno da anni: usare le armi nucleari come deterrente e minaccia.

          Fin dalla 2^ guerra mondiale lo “Stato terrorista guida” (Chomsky) ha tentato 55 volte di rovesciare governi stranieri che non gli garbavano, riuscendoci a metà, 18 volte in LatinAmerica-Caribe (Blum); ma non Batista, Pinochet e altri consimili.

          Il Quarto vertice dei capi di stato dei 33 stati latin-americani & caribici a Quito in gennaio ha accolto la Commissione Riparatoria della Comunità Caribica per gli “atroci crimini” della tratta degli schiavi e dello schiavismo. A mala pena citata sui media occidentali. E gli USA continuano a sostenere colpi di stato.

          “Migrazione strategicamente combinata come arma di guerra” (Leonid Savin), “gli appelli su Twitter ad andare in Germania sono provenuti più che altro dagli USA” possono portare a reazioni in Europa analoghe a quelle latinamericane-caribiche.

          L’aggressiva politica USA in Ucraina a sostegno di un regime di Kiev corrotto e fallimentare contro la parte russo-ortodossa [del paese] prevalentemente all’est, ha diviso la NATO su quei temi, con gli USA ben lontani dall’arena.

          Le politiche della Cina di Fascia e Strada raggiungono altri ma non i remoti USA.

          Il sogno americano fallisce per tre motivi: i figli non stanno meglio dei genitori; lavorare sodo non garantisce una vita decente mentre il valore prodotto se ne va altrove; casa-auto-università non più a portata delle tasche.

          Il sistema non è manco in grado di sostituire un giudice della Corte Suprema USA deceduto; responsabile per la disastrosa sentenza Citizens United per cui fare donazioni di denaro alla politica ricade nell’ambito della libertà d’espressione.

          Enormi aumenti nella disuguaglianza con le tre branche del governo sempre meno in grado di farci qualcosa, e inoltre in lizza l’una contro l’altra.

          La famiglia Walton proprietaria di Walmart, i cui dipendenti prendono $8 all’ora, percepisce $1.5 milioni all’ora, equivalente al valore netto disponibile complessivamente al 42% delle famiglie USA ([email protected] 03.12.14). L’1% più ricco [è costituito da] 115.000 nuclei domestici, ciascuno dei quali aumenta la propria ricchezza in media di 10 milioni di $ all’anno, mentre ci sono 138.000 bambini senzatetto; mentre si creava nuova ricchezza per 30 trilioni [=milioni di milioni] di $, il numero di bambini con buoni pasto aumentava del 70%; il programma buoni-pasto stesso veniva ridotto di 8.6 miliardi di $, pagati all’agricoltura industriale (www.nationofchange.org 16.03.15).          Le infrastrutture USA – aeroporti, ferrovie, strade interurbane e urbane, metro, sprofondano a livelli da ex-terzo mondo, dove invece stanno migliorando.

          Uno sconcertante debito totale USA multi-trilionario cui far fronte a spese di mancati servizi alla gente e alle infrastrutture.

          La disuguaglianza è alta anche in Cina, ma il “sollevamento di 400 milioni dalle condizioni più basse” fra il 1991 e il 2004 ha creato un aumento del 58% nella domanda interna tale da pareggiare la crisi del 2008; senza una tale politica l’economia USA peggiora.

          La conclusione di un autore: “Dopo aver vissuto in Norvegia, l’America [=USA] sapeva di retrogrado. Ecco perché”, di Ann Jones (The Nation, 15.02.16). Stessa conclusione di Bernie, ma non del DNC, né degli elettori’.

          Qualunque presidente dovrà fare i conti con queste 12 + 8 = 20 calamità e altre ancora. Se no, che cosa ci si può aspettare? Né sinistra né destra: giù.

          A meno che ci sia una conversione da una politica estera di guerra a una di pace; e si aiuti la gente, localmente e statalmente, ad aiutarsi.


21 marzo 2016
Tirolo originale: USA, What Next?
Traduzione di Miki Lanza per il Centro Studi Sereno Regis

Una replica a “USA, e poi? | Johan Galtung”

  1. E' molto provocatorio ma il nodo centrale è che in USA l'opinione pubblica,l'informazione sono false e suggerite dal potere economico-finanziario-militare e questo condiziona il mondo intero.

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