Le prime fragole della stagione | Alessandro Ciquera


2016-03-25 09.30.18Yachia guarda suo figlio giocare nel grande cortile alberato davanti a casa, si appoggia alla ringhiera in ferro battuto. Non avrebbe mai osato sperare di vedere questa scena.

Siamo fuggiti dalle bombe e dalle persecuzioni, la guerra ha creato dei mostri. In Siria la nostra casa, non abbiamo mai avuto problemi di convivenza tra le diverse etnie e le diverse religioni. Sono cresciuto circondato da vicini cristiani e siamo sempre stati abituati al valore della diversità

Mentre parla scorgo un bagliore di nostalgia nei suoi occhi, penso di non averlo mai visto piangere, neanche in Libano, ma Dio solo sa il dolore che quest’uomo e la sua famiglia si portano dietro. Dopo il 2011, allo scoppio delle prime manifestazioni di protesta per chiedere riforme e maggiori spazi sociali nelle città siriane, il regime di Bashar Assad e dei suoi generali ha reagito con un oscurantismo e una repressione con pochi precedenti nella storia contemporanea. A decine di migliaia sono gli attivisti, i giornalisti, i semplici cittadini arrestati con l’accusa di tramare contro “lo Stato”. Lo Stato: questo Leviatano che tutto conosce e tutto distrugge, nel nome del quale si levano guerre e su portano i figli di religioni diverse a scontrarsi e a uccidersi gli uni con gli altri. Il regime di Assad in questo non ha fatto eccezione, Yachia è diventato un bersaglio per il suo lavoro di dialogo tra le fedi e di ponte tra confessioni diverse, nella sua casa a Mitras, tra Homs e Tartus, si ritrovavano molti membri di fede diversa. In più occasioni questi incontri sono stati interrotti o aspramente criticati da parte delle forze di polizia, fino al giorno in cui dopo una trappola è stato arrestato e torturato per due settimane.

La guerra è dilagata e dilaga ancora oggi, di molti scomparsi non sappiamo neanche i nomi. Chiedo a Yachia cosa gli rimane della Siria di una volta, della sua giovinezza. Mi confessa che la Siria non era un posto idilliaco neanche prima del 2011, e che le disuguaglianze sociali, la corruzione degli ufficiali pubblici, e le oligarchie economiche dominavano la scena da decenni. Un potere trasversale a religioni e a culture, dove un capitalismo “guidato” dall’alto rendeva sempre più ricche e benestanti le fasce di popolazione più vicine alla famiglia presidenziale. Una sorta di mafia economica travestita da governo progressista. La rete soffocante di intrecci tra imprenditori locali, militari, e servizi segreti ha portato la Siria ad essere governata dalla dinastia degli Assad per un lungo tempo. Negli ultimi anni tuttavia qualcosa in questo equilibrio perverso si è rotto, e decine di comitati locali di cittadini hanno iniziato a chiedere un cambiamento nella realtà in cui vivevano. Il resto è storia, come è storia la nascita di gruppi fondamentalisti come lo Stato Islamico, sorto dalle ceneri di un Iraq sempre più destabilizzato e sofferente, preda di colonialismi europei e nordamericani che hanno reso ogni settore pubblico di difficile accesso, portando le persone a patire per accedere ad istruzione, sanità, acqua ed elettricità.

Lo Stato Islamico nasce e si diffonde come un morbo a macchia d’olio in questi contesti, dove lo Stato ha fallito nella protezione dei suoi cittadini, e dove la violenza è cresciuta ed è diventata parte strutturale del sistema di gestione del potere.

Mi ritornano nella memoria le parole di Yachia, di quest’uomo che tanto ha camminato: “Lo Stato Islamico è uno specchio del regime siriano, questo è importante comprenderlo per capire l’evolversi della situazione in Siria. Uno fa da specchio all’altro e si utilizzano a vicenda per giustificare i loro crimini contro l’umanità, nei deserti e nelle aree ad est della Siria tuttavia ci sono fiorenti commerci di gas e di petrolio tra queste due entità. Di fatto agiscono in simbiosi, e quando uno arretra strategicamente l’altro riempie lo spazio lasciato vuoto”.

Dove è la speranza? Quando tutto sembra preda del caso e del caos?”.

Lui si ferma e cerca le parole giuste per rispondere: “Vedi in questi anni non abbiamo avuto grandi ragioni per sperare, se devo dirti la verità la speranza viene dalle piccole cose, dai gesti di solidarietà tra le persone che non si sono spenti. La speranza c’è quando un musulmano per nascondersi dai bombardamenti corre a nascondersi in una chiesa, o quando un cristiano per fuggire ai colpi di artiglieria si nasconde dentro una moschea. Nei gesti quotidiani, che la guerra non è riuscita a distruggere del tutto”.

Ricordo le parole di Abu Suleiman, originario della città martire di Qusayr, che pur vivendo da profugo nel nord del Libano ripeteva che: “Ho sempre avuto una relazione di affetto e di amicizia con il mio vicino cristiano, quando una bomba ha distrutto il mio taxi e la casa tremava sotto i colpi dell’artiglieria governativa, gli ho aperto la porta e ci siamo abbracciati insieme, nell’attesta che l’incubo finisse. Avevamo molta paura, ma l’abbiamo condivisa e portata insieme”.

Oggi molte famiglie che seguivamo in Libano, al confine con la Siria sono arrivate in Italia grazie al corridoio umanitario, la famiglia di Yachia e dei suoi fratelli è una di queste. La comunità parrocchiale dei Santi Pietro e Paolo di Leinì ha preparato da mesi insieme a noi volontari l’arrivo di queste persone, ha iniziato mettendo a disposizione Casa Ferrero, dietro la Chiesa, e trovando tramite borse lavoro del Comune il finanziamento per ristrutturarla. I lavori in casa sono stati fatti da tre persone in difficoltà lavorativa a causa della crisi economica, alcuni di questi ancora oggi quando passano nelle vicinanze lasciano un sorriso e uno scambio di battute alla famiglia siriana. C’è incontro e c’è una consapevolezza che nasce in entrambe le parti: non è la guerra tra poveri che ci tirerà fuori dal pantano in cui siamo piombati.

I lavori sono andati avanti per mesi, partendo da Ottobre 2015, e sono terminati a Gennaio 2016, nel corso di questo periodo abbiamo fatto incontri in parrocchia sia per la rete che si stava costituendo, sia per la cittadinanza. Sono sorte le prime domande, le curiosità, i dubbi: “Riusciremo? Cosa sarà necessario fare?”. Poi lentamente il dubbio ha lasciato spazio alla pratica e si è insediata sempre di più l’idea che una famiglia è una famiglia in ogni parte del mondo, e per quanto culturalmente potessero esserci alcune differenze i bisogni di base sono sempre gli stessi: ricerca di un’umanità accogliente e desiderio di vivere e vedere crescere in sicurezza i propri figli. Su questi punti abbiamo eretto la casa dell’accoglienza. L’alloggio è stato arredato di mobili, stoviglie e letti, l’attenzione è stata molto profonda anche su dettagli come la presenza di quadri e vasi di fiori colorati, tovaglie, tende e tappeti in sincronia con il contesto.

Ricordo ancora con affetto la domanda di una signora: “Il verde andrà bene per le tende? Mi avevano detto che era il colore dei morti nell’Islam”. Ogni dettaglio è stato preparato con la massima cura e dedizione, ed è stata la possibilità per molti, parrocchiani e non, di scoprire capacità e relazioni.

Man mano che i giorni si avvicinavano all’arrivo il lavoro si è intensificato e si è arrivati alla conoscenza delle storie di queste persone, profughe in terra straniera. Nell’ultimo incontro abbiamo proiettato le foto e raccontato alcuni dettagli delle loro vite. Di conseguenza ecco che questi rifugiati smettevano di essere tali, e la comunità parrocchiale di Leinì iniziava a riconoscergli il diritto più grande: quello di essere chiamati per nome. Di smettere di essere numeri su di un foglio stampato.

Yachia, con la sua storia di insegnante e di perseguitato,insieme a Ibaa la donna forte che gli è rimasta a fianco anche nei momenti di ansia, i loro due figli piccoli Nour e Mira, la fonte delle loro speranze per il futuro.

Ahmed, il gigante dallo sguardo buono e fraterno che in Siria faceva l’idraulico e il muratore, che ha visto morire molti suoi vicini ed è dovuto fuggire come tanti nella notte, attraversando fiumi e colline e sentendo tutto intorno spari ed esplosioni. Khetam, che è anche moglie di Ahmed, e che in Siria faceva la maestra per i bambini, qui trasmette molta energia e vitalità.

Hosayfa, il loro nipote fuggito dalla Siria di nascosto e vittima di minacce di arresto giorno e notte da parte del regime siriano, in Libano lavorava senza contratto dieci ore al giorno in una fabbrica di pane, sfruttato e a rischio delazione da parte dei suoi direttori, ora vorrebbe ricominciare a studiare.

Poi ancora le due sorelle di Yachia e Ahmed: Faeza e Khadija, con un problema di sordità, bravissime a cucinare e a cucire: la loro madre, vedendo lontano, gli ha insegnato un mestiere concreto affinché riuscissero sempre in qualche maniera a cavarsela nella vita. Dimostrazione di come una madre spesso per amore riesca a vedere nel futuro.

Infine ultimo, ma non certo per importanza: Mostafa, anche detto Abo Antar dal nome di un celebre supereroe siriano, costretto da una malattia sulla sedia a rotelle da quando è nato, ma con una grande mente e un grande cuore, che si traduce in sorrisi calorosi per tutti quelli che incontra e che sfida a scacchi, spesso vincendo.

I loro volti si è iniziato ad imparare a conoscerli in questo primo mese di accoglienza, dalla sera dell’arrivo, carica di emozioni e di commozione fino ad oggi. Ha preso vita il Coordinamento di enti e persone che sostengono la loro accoglienza, e di cui fa chiaramente parte anche la famiglia siriana con i membri che di volta in volta scelgono di partecipare alle riunioni. Il Coordinamento ha organizzato gli spostamenti in automobile per quanto riguarda i documenti della richiesta di asilo politico, la scuola della lingua dei segni per le due signore sordomute, le lezioni di italiano a casa e a scuola per i membri della famiglia, le visite mediche e il lavoro per l’ottenimento della tessera sanitaria. Ognuno ha portato un contributo a seconda delle sue possibilità materiali in termini di tempo e di energia a disposizione, ma nessuno si è tirato indietro e se oggi questa accoglienza cammina è grazie al contributo inestimabile di tanti.

Una semplicità volontaria, quella che alcuni chiamerebbero “la banalità del bene”, che ovviamente non cancella le fatiche che nascono inevitabilmente lungo il cammino, e i nodi che si cerca di slegare su vari aspetti della quotidianità e delle attività da fare.

Con tutti i limiti di ogni esperienza umana, la parrocchia di Leinì, il Coordinamento e le tante persone che si stanno spendendo rendono questo momento storico tragico un po’ più sopportabile. Ho letto uno scritto di Guerrino, un membro della parrocchia, in cui guardando i fiori sbocciare nel suo giardino annotava: “Sembra che l’inverno sia finito”.

Siamo all’inizio di una avventura e non so sinceramente dove questa strada ci porterà: ho speranze e timori nel cuore, ma oggi pomeriggio ho mangiato le prime fragole dell’anno.

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