Sansûr: censura. Giornalisti in Turchia – Recensione di Bruno Casula

cop cesario Sansuer-censura.-Giornalismo-in-Turchia_largeMarco Cesario, Sansûr: censura. Giornalisti in Turchia, Bianca & Volta, Povoletto (UD) 2012, pp. 270, € 16,00

«Sentii improvvisamente la necessità di narrare i fatti, di testimoniare anche in Italia ed in Europa cosa accadeva su questo versante del Mediterraneo, oltre i luoghi comuni del turismo di massa e dei paradigmi geopolitici raffazzonati da media desiderosi di semplificare realtà tutt’altro che semplici».

In queste poche righe, contenute nelle prime pagine del suo libro Sansur: Censura – Giornalismo in Turchia” (Bianca&Volta Edizioni), Marco Cesario, giornalista e studioso napoletano che vive a Parigi, spiega in estrema sintesi l’intento del suo lavoro. Il versante del Mediterraneo a cui si riferisce è appunto la Turchia, paese guidato da quasi undici anni dal premier islamico nazionalista Recep Tayyip Erdogan. Ciò che invece ha necessità di testimoniare nel Vecchio Continente è la durissima repressione nei confronti della libertà di stampa, messa in atto proprio dal governo Erdogan e di cui in Europa si parla pochissimo.

Una realtà nella quale Cesario si è imbattuto quasi per caso, nel settembre del 2011, esattamente nel giorno in cui avrebbe dovuto lasciare Istanbul dopo un soggiorno di alcuni mesi. Come racconta all’inizio del libro, è la giovane collega messicana Francina Villas Villanueva ad aprirgli gli occhi su quanto stava accadendo nel paese, in occasione di una partecipata manifestazione di piazza indetta per chiedere la liberazione di due giornalisti turchi rinchiusi in carcere da 200 giorni, Ahmet Sik e Nedim Sener. Da qui la decisione di Cesario di buttarsi a capofitto nell’indagare quanto ignorato fino a quel momento. Un viaggio nel mondo kafkiano della repressione della libertà di stampa in Turchia, di cui questo libro rappresenta il frutto, con resoconti dettagliati dei principali casi che coinvolgono i giornalisti, inframezzati da pagine in cui lo studioso napoletano racconta, con penna sapiente, la paura di essere a sua volta coinvolto nella repressione a causa della sua indagine.

I dati che Cesario illustra sono spaventosi. La Turchia detiene il più alto numero al mondo di giornalisti in prigione. Alla fine di agosto 2012, secondo la «Tutuklu Gazete cilerle Dayanisma Platformu», quelli ufficialmente rinchiusi nelle carceri turche erano 83. Si tratta di quasi il 50% dei giornalisti detenuti in tutto il pianeta. Il governo di Ankara sostiene che i cronisti siano in carcere per complicità con organizzazioni golpiste o terroriste, e che quelli che fanno «semplicemente il loro lavoro» godono della massima libertà. Cesario nel suo libro dimostra che in realtà le cose sono molto diverse.

Come apprende dai colleghi turchi, «una vera e propria macchina tentacolare soffoca ogni forma di dissenso, di critica o qualunque cosa non piaccia al partito di governo», l’Adalet ve Kalkinma Partisi (Akp), Partito per la Giustizia e lo Sviluppo, a capo del quale Erdogan vinse le elezioni nel novembre del 2002. Lo strumento principale per mettere in atto questa repressione è la legge 3713 sull’Antiterrorismo, approvata nell’aprile del 1991. Pensata per sopprimere la ribellione curda nel sud-est della Turchia, con l’idea di stroncare sul nascere ogni forma di minaccia terrorista, a causa della vaghezza delle sue definizioni giuridiche si è trasformata in poco tempo nel mezzo principale per mettere a tacere i giornalisti. Gran parte dei cronisti che criticano la politica del governo sono accusati di fare propaganda per conto di organizzazioni terroriste, o condannati per aver reso pubbliche preziose informazioni su complotti eversivi ai danni dello Stato. Scrive Cesario: «Normalmente un’inchiesta simile da parte di un giornalista avrebbe dovuto attirare l’attenzione degli apparati dello stato per i meriti civili, invece, come accade spesso anche in Italia, ciò costituiva fonte d’imbarazzo e bisognava dunque trovare un modo per insabbiare l’inchiesta e zittire il giornalista».

Ahmet sik (citato sopra) in carcere per aver scritto un libro, confiscato ancora prima della pubblicazione, sulla rete di potere guidata da Fethullah Gulen, organizzata per tentare di instaurare in Turchia una teocrazia islamica. Nel 2010 aveva pubblicato invece un lavoro che aveva contribuito «a scoperchiare il calderone Ergenekon», l’organizzazione segreta di militari e burocrati che voleva rovesciare Erdogan.

Dogan Hozguden, una vita passata a difendere le minoranze curde, armene, assire del paese, da quarant’anni in esilio volontario a Bruxelles. Fu costretto a fuggire dalla Turchia nel 1973 a causa dei trecento anni di detenzione complessiva che il suo governo gli inflisse nei processi per i numerosi reati d’opinione di cui fu accusato.

Hrant Dink, ucciso nel gennaio del 2008, dopo aver ricevuto numerose minacce di morte in seguito ai suoi lavori sul genocidio armeno. Minacce di cui la polizia e lo stato erano a conoscenza e contro le quali non adottarono nessuna contromisura. Questi sono solo alcuni esempi dei giornalisti maggiormente perseguitati dalla Repubblica fondata da Mustafa Kemal Ataturk. Casi documentati nel dettaglio in Sansur, anche con testimonianze dirette dei protagonisti.

La repressione, spiega Cesario nel suo lavoro, non riguarda solo i giornalisti, ma anche altri membri della società civile come avvocati, difensori dei diritti umani, professori universitari, deputati dell’opposizione, studenti. Impressionante il dato pubblicato da alcune ONG, secondo cui a luglio del 2012 gli studenti detenuti nelle carceri turche erano settecento. Scrive il giornalista napoletano: «Alla fine il messaggio che arrivava all’opinione pubblica era il seguente: se vuoi vivere tranquillo non ti conviene mettere i bastoni tra le ruote della macchina governativa».

Il libro dello studioso napoletano, dunque, racconta una Turchia diversa da quella descritta «ad uso e consumo» dell’Unione Europea, in cui il paese guidato da Erdogan tenta di entrare dal 2002, senza riuscirvi. L’immagine, peraltro già in crisi, di un paese vivace e dinamico, dall’economia effervescente e dal turismo sfavillante, che può vantare un Islam moderato, in cui le donne votano da quasi 90 anni, era solo una faccia della medaglia. Il lavoro di Cesario, inoltre, mette seriamente in discussione il ruolo di «faro», assegnato alla Turchia dai paesi protagonisti della primavera araba, Tunisia in primis. Come scrive Anna Lisa Ripanà dell’Ansa, nella Prefazione al testo, erano in tanti a Tunisi che nel corso della «rivoluzione dei gelsomini» dicevano che bisognasse «guardare ad Ankara per guardare ad un futuro possibile».

È ancora così?

Bruno Casula è giornalista di «Nuovasocietà»

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