Peacebuilding strategico basato sulle arti – Michael Shank e Lisa Schirch

Le arti offrono ai professionisti di peacebuilding strumenti unici per la trasformazione di difficili conflitti interpersonali, intercomunitari, nazionali e globali – mezzi che non sono attualmente diffusi o disponibili all’interno del settore del peacebuilding. Il loro compito è trovare modalità strategiche per incorporare le arti nel settore del peacebuilding e creare uno spazio dove le persone coinvolte in un conflitto possano esprimersi, guarire e riconciliarsi attraverso l’utilizzo delle arti. La teoria alla base è poco strutturata, e vi è pochissima ricerca o analisi in materia di peacebuilding basato sull’utilizzo delle arti. Il presente articolo intende spingersi oltre l’approccio semplicistico che si limita ad asserire che “le arti sono potenti” per giungere a una più ricca articolazione su come operano nel settore del peacebuilding, quando disporne l’utilizzo, quali sono le loro potenzialità e come valutare il loro utilizzo. Questo articolo fornisce esempi e strutture concettuali fondanti il peacebuilding strategico basato sull’utilizzo delle arti.

A Dar es Salaam, in Tanzania, dove alla musica si ricorre frequentemente per discutere su temi sociali e politici, i giovani ricorrono all’hip-hop per affrontare temi quali la disoccupazione, la corruzione, le differenze di classe, l’AIDS e altri problemi1. Nel distretto di Batticoloa (Sri-Lanka), dilaniato dalla guerra, bambini e adulti si dedicano alla musica, alla pittura, al teatro, allo yoga e alla scultura nel Giardino Butterfly Peace per riprendersi dai traumi e trascenderli2. In Israele il Centro per la Pace Peres riunisce palestinesi e israeliani al fine di creare progetti teatrali comuni che favoriscano il dialogo3. In Venezuela, il dottor Jose Antonio Abreu ha creato orchestre e cori per i giovani appartenenti a fasce di basso reddito per contribuire all’integrazione sociale e all’accrescimento della stima in se stessi4. Nelle Filippine gli artisti teatrali si esibiscono in diverse zone dell’isola di Mindanao utilizzando gli spettacoli per introdurre il concetto di una coesistenza pacifica tra musulmani, cristiani e comunità indigene5.

Questi esempi illustrano l’intersezione tra le arti e il peacebuilding. Tuttavia, le organizzazioni e i progetti di peacebuilding non hanno una connotazione artistica. All’interno del settore del peacebuilding, alle arti è destinato un ruolo ancora marginale, forse perché sono viste come un approccio “morbido” (in un settore già “morbido”), in contrasto con le più “dure” questioni legate all conflitto e alla violenza, o perché i professionisti del peacebuilding provengono di solito dal campo delle scienze sociali e politiche e non da quello umanistico o più proprio delle arti, oppure, ancora, perché le metodologie in questione non sono facilmente disponibili. Per contro, all’interno della comunità degli artisti, molti di loro ritengono che l’arte non abbia bisogno di interpretazioni sociopolitiche o socioculturali, non essendovi una precisa ragione per la loro esistenza. L’arte trova ragione in se stessa, dice il proverbio, e qualunque tentativo di politicizzarla e/o utilizzarla per trasformare la società tradisce la natura propriamente espressiva dell’arte.

Perché incoraggiare un’esplicita convergenza tra i campi delle arti e del peacebuilding? Per secoli le arti sono state usate per comunicare l’esperienza umana in modi che hanno talvolta favorito la pace e talaltra incoraggiato la violenza. Benché l’arte non sia puramente funzionale, può tuttavia servire le funzioni sociali. L’arte è uno strumento che può comunicare e trasformare il modo in cui le persone pensano e agiscono. Le arti possono mutare le dinamiche all’interno di complicati conflitti interpersonali, intercomunitari, nazionali e globali.

Dal momento che nel settore del peacebuilding sono richiesti strumenti tanto variegati e complicati quanto lo spirito umano, le arti emergono come un valido alleato. Il compito degli operatori di peacebuilding è di trovare delle modalità strategiche per incorporare le arti nel loro settore e creare uno spazio dove le persone coinvolte in un conflitto possano esprimersi, guarire e riconciliarsi attraverso l’utilizzo delle arti. Questo articolo fornisce esempi e strutture concettuali fondanti il peacebuilding strategico basato sull’utilizzo delle arti.

Con “strategico” gli autori designano la necessità che le metodologie artistiche siano concettualmente fondate, coordinate con quelle proprie del peacebuilding, infuse in una prospettiva a lungo termine capace di far fronte alla natura del cambiamento sociale, e affidabili circa la valutazione della loro efficacia e del loro impatto. Così come le metodologie di peacebuilding sono generalmente criticate per la loro assenza di strategia, il peacebulding basato sull’utilizzo delle arti sembra fallire ancora più di frequente nel soddisfare tale requisito. Un approccio strategico al peacebuilding che preveda anche l’utilizzo delle arti può fare la differenza tra un tentativo ottimista di usare le arti per affrontare i conflitti e un efficace, coordinato piano di usare le arti per funzioni specifiche che contribuiscano in maniera sostanziale al peacebuilding.

Con “arti” gli autori indicano un veicolo espressivo per effettuare una comunicazione. L’arte si sottrae a una facile categorizzazione. In questo articolo gli autori ne danno un’ampia definizione per includere sia gli aspetti volatili delle arti sia quelli più classici al fine di abbracciare l’ampia varietà di forme artistiche che includano le arti visive, letterarie, d’interpretazione e di movimento6.

Con peacebuilding gli autori indicano un’ampia gamma di sforzi intesi a prevenire, ridurre, trasformare e aiutare le persone a guarire dalla violenza in tutte le sue forme, a ogni livello sociale e a tutti gli stadi del conflitto. Se le arti si riveleranno utili al settore del peacebuilding, sarà necessario conoscere quali contributi esse apportano in tale settore, quando l’uso di differenti forme d’arte si rivela più appropriato nel ciclo del conflitto, e in che maniera le arti risultano efficaci per realizzare gli obiettivi del peacebuilding. John Paul Lederach chiama tale processo analitico il “cosa strategico”, il “quando strategico” e il “come strategico” del peacebuilding7.

Tanto gli artisti quanto gli esperti di risoluzione dei conflitti hanno contribuito a gettare le fondamenta per un dibattito in materia. Il lavoro di Cynthia Cohen, esperta di risoluzione dei conflitti, offre un ricco fondamento concettuale per comprendere l’interazione tra l’estetica e le azioni di peacebuilding8. Anche gli articoli di Craig Zelizer9 sul ruolo delle arti nella risoluzione dei conflitti e di Michael Shank10 sull’attivismo artistico forniscono un utile quadro per procedere all’analisi dei contributi che l’arte ha fornito al processo di costruzione della pace. John Lederach in Moral Imagination e Lisa Schirch in Ritual and Symbol in Peacebuilding11 identificano il processo creativo come un elemento centrale del peacebuilding12. In Arts approaches to Conflict la terapista Marian Liebman affronta in prospettiva terapeutica le funzioni dell’arte nell’ambito del peacebuilding 13.

Ci sono molti altri articoli e libri scritti da artisti su questi temi. Il testo di Bronson, Conte e Masar esplora come integrare la risoluzione dei conflitti nei programmi d’arte destinati ai giovani14. I testi di Augusto Boal, Jan Cohen Cruz, Michael Rohd e Patricia Sternberg esaminano il ruolo del teatro nell’esplorazione delle questioni del conflitto e della giustizia sociale15. Il programma Animating Democracy aiuta gli artisti a sviluppare capacità dialogiche per coinvolgere il pubblico in una riflessione su problematiche pubbliche e tematiche civili collegate alle loro opere16.

Questo articolo è costruito a partire da questi testi di riferimento sull’arte e il peacebuilding. Organizza concettualmente e riassume parte della letteratura sulla risoluzione dei conflitti dedicata all’arte e traduce gli scritti degli artisti sulle funzioni sociali delle loro opere in una forma mirata a un pubblico di lettori interessati al peacebulding. Nella prima parte dell’articolo gli autori esplorano ciò che può essere compiuto dal peacebuilding che si avvale dell’utilizzo delle arti e prevede un’applicazione diretta dei quattro stadi descritti da Lisa Schirch nel suo Little Book of Strategic Peacebuilding. Nella seconda parte gli autori propongono quando ricorrere al peacebuilding che preveda l’utilizzo delle arti attraverso l’esame sull’appropriatezza di approcci specifici in riferimento agli stadi e all’intensità del conflitto. Nella terza e ultima parte dell’articolo gli autori esplorano come gli approcci del peacebuilding che si avvale dell’utilizzo delle arti siano particolarmente utili a questo settore, evidenziando la natura induttiva, contestualmente appropriata, non verbale e trasformativa delle tecniche artistiche.

IL “COSA” STRATEGICO DEL PEACEBUILDING BASATO SULLE ARTI

In quale modo i peacebuilders decidono quale approccio è più adatto quando ricorrono all’utilizzo delle arti? Le opzioni sono limitate, in quanto il peacebuilding coinvolge e richiede una determinata gamma di approcci: attivisti nonviolenti che lottano per i diritti umani; peacekeepers che separano i gruppi in conflitto e smobilitano i combattenti; leader religiosi che incoraggiano i loro seguaci a costruire la pace coi propri vicini; operatori che lavorano per i soccorsi e forniscono aiuti; mediatori nelle comunità e praticanti della giustizia ristorativa che facilitano il dialogo tra le parti in conflitto; uomini d’affari che forniscono aiuto materiale alle vittime; capi di governo che innescano il cambiamento attraverso le politiche pubbliche.

Benché le opzioni siano limitate è utile classificare concettualmente questi approcci in temi e funzioni. Raggruppati questi approcci in quattro categorie che si concentrano su funzioni specifiche – per esempio, condurre il conflitto in maniera nonviolenta, ridurre la violenza diretta, trasformare le relazioni, e costruire le capacità17 -, la mappa sottostante e le descrizioni dettagliate che seguono mostrano la natura ciclica degli approcci di peacebuilding e le varie attività che ricadono in ciascuna categoria. All’interno di ognuno delle quattro sezioni dettagliate sotto la mappa sono stati esplorati e delucidati esempi di appropriate e rilevanti iniziative di paecebuilding che si sono avvalse dell’utilizzo delle arti. E’ qui che inizia la discussione sul “cosa”, il “quando” e il “come” (Fugura 1).

Conduzione nonviolenta dei conflitti

Nei conflitti dove il potere è sbilanciato e le persone hanno poca consapevolezza circa le questioni a esso relative è spesso difficile ricondurre le parti a negoziare tra loro. In tali casi può essere importante condurre il conflitto in maniera nonviolenta. Lontano dall’essere passiva, la nonviolenza strategica è una forma diretta e assertiva di affrontare il conflitto. Le azioni nonviolente mirano a innalzare la consapevolezza e la comprensione del pubblico, incrementano la conoscenza di quanto i gruppi in conflitto sono interdipendenti e riequilibrano il potere convincendo o costringendo gli altri ad accettare i bisogni o i desideri di tutti coloro coinvolti. In siffatto approccio al peacebuilding, sostenitori e attivisti cercano di guadagnare supporto per il cambiamento incrementando il potere di un gruppo al fine di affrontare le problematiche e maturare le condizioni necessarie per la trasformazione delle relazioni e delle strutture.

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Figura 1. Mappa del peacebuilding © Lisa Schirch 2004

Nell’ambito di un conflitto condotto in maniera nonviolenta, gli artisti possono contribuire a un riequilibrio del potere creando una piattaforma artistica che sia di elevato livello immaginativo e stimolante e che richieda una grande attenzione. Gli artisti possono condurre a una maggiore presa di consapevolezza circa le problematiche locali latenti e i conflitti (ad esempio, l’ingiustizia sociale) attraverso l’ausilio di specifici mezzi artistici d’informazione mediatica, aumentando l’intensità del conflitto in modo che non possa venire ignorato. Le forme d’arte che ricadono potenzialmente sotto la categoria della Conduzione Nonviolenta dei Conflitti possono essere (ma non ridursi a): teatro invisibile, reinterpretazione simbolica, spoken word, hip-hop, film-documentari e murales, agitprop, installazioni e canti.

In Messico i murales vantano una lunga storia di conduzione dei conflitti in maniera nonviolenta in quanto a essi si è fatto ricorso per comunicare il dissenso contro istituzioni sociali, politiche ed economiche. Artisti quali Diego Rivera e José Clemente Orozco, per esempio, hanno sfidato le istituzioni economiche che favorivano l’élite attraverso la realizzazione di murales pubblici glorificanti le lotte rivoluzionarie della classe lavoratrice18. I murales messicani divennero famosi per essere un metodo per parlare a proposito delle ingiustizie sociali. A titolo esemplificativo, i lavori del muralista messicano Jose Clemente Orozco “Distruzione del Vecchio Ordine”, “Gli Aristocratici” e “La Fossa e la Trinità” intendono comunicare le dinamiche sociali tra i lavoratori, i soldati e i contadini. Murales quali quelli di Orozco innalzano la consapevolezza pubblica circa il tema del conflitto agendo come uno specchio per la società, mostrando con colori talvolta esagerati e vividi un ritratto simbolico dell’oppressione e del conflitto intercorrenti tra gruppi sociali diversi. I murales possono inoltre ritrarre una visione idealistica del futuro, come “L’uomo all’incrocio” di Diego Rivera. Commissionato nel 1933 dalla famiglia Rockfeller a New York, il murales futuristico realizzato da Rivera raffigura una grande manifestazione per il 1° Maggio che simboleggia la ricerca di cambiamenti sociali, politici, industriali e scientifici19. Piuttosto che impugnare le armi per diffondere un messaggio di opposizione alla classe governativa, questi e altri artisti di altre parti del mondo utilizzano i murales per dare continuità alle loro voci all’interno della sfera pubblica. E contrariamente alla natura sfuggevole e temporanea di altre forme d’arte, il messaggio di un murales è duraturo, costantemente riproposto ai passanti, rendendo con ciò il murales uno strumento potente per condurre il conflitto in maniera nonviolenta.

La musica hip-hop è un altro eccellente esempio della capacità che l’arte ha di condurre i conflitti in maniera nonviolenta. L’artista hip-hop Chuck D, ad esempio, appartenente al gruppo musicale statunitense Public Enemy, è un devoto credente nel potere politico della musica hip-hop. Negli anni 1980 Chuck D utilizzò la musica hip-hop per esprimere la rabbia dei neri con l’album “It Takes a Nation of Millions to Hold Us Back” e sta ora utilizzando l’hip-hop per protestare contro il coinvolgimento militare americano in Medio Oriente20. Le musiche di Chuck D si focalizzano in maggior parte sulla riforma del sistema carcerario, sui fondi alle scuole, sulla riduzione delle tasse alla classe benestante e sugli inni contro la guerra. La sua musica è divenuta un mezzo per trasmettere messaggi o, come Chuck D disse con una battuta, l’hip-hop è “la CNN dei neri”21. Artisti hip-hop quali Talib Kweli, Mos Def, OutKast, i Black Eyed Peas e innumerevoli altri stanno seguendo le orme dei Public Enemy e, “iniziandosi alla politica”, stanno contestando il ruolo del governo americano nelle guerre globali. Questi insigni artisti sollecitano i propri fan a divenire maggiormente attivi in politica e sfidano direttamente le politiche dell’Amministrazione Bush in Iraq e in Africa.

Oggigiorno l’attivismo hip-hop è diffuso in tutto il mondo. In Africa artisti e attivisti lo utilizzano come piattaforma per riunire i giovani, per provocare cambiamenti politici e sociali e accrescere la consapevolezza circa questioni quali la globalizzazione, la fame, la povertà, la corruzione, l’AIDS e l’orgoglio nero22. Ad Accra, in Ghana, ad esempio, è emerso un ibrido dell’hip-hop chiamato Hiplife23, che combina elementi dell’hip-hop in stile americano con un genere popolare ghanese conosciuto come high-life. Attraverso la musica Hiplife questi artisti stanno portando a maturazione le condizioni per il cambiamento mettendo in luce la crisi dovuta alla povertà in Ghana, alla corruzione politica e sociale, allo stupro, all’abuso dei minori e alle ingiustizie.

Ridurre la violenza diretta

Gli sforzi compiuti per ridurre la violenza diretta mirano a frenare i perpetratori di violenza, a prevenire e alleviare l’imminente sofferenza delle vittime e a creare uno spazio affinché possano svolgersi attività di peacebuilding. Questa categoria dei processi di peacebuilding richiede il compimento di sforzi tanto sul piano giuridico, quanto sul piano dei sistemi giudiziale e militare, il ricorso al peacekeeping civile e lo svolgimento di programmi diretti alla questioni dei campi per rifugiati che forniscano alle persone un luogo sicuro in cui vivere. Tali programmi tendono a interrompere il ciclo della violenza e pongono le basi per promuovere le attività di peacebuilding in tre modi: prevenire la vittimizzazione, frenare i perpetratori di violenza e creare degli spazi per intraprendere azioni ulteriori.

Gli artisti che lavorano per ridurre la violenza diretta possono interrompere il ciclo della violenza emotiva, spirituale, fisica e/o psicologica attraverso forme artistiche visive, letterarie, di spettacolo e/o di movimento. Gli artisti possono altresì utilizzare l’arte per creare un luogo idoneo ove le vittime possano trovare tregua e sicurezza da persistenti conflitti di natura razziale, politica o economica. La seguente storia offre una testimonianza sul potere trasformativo che le arti, in particolare la musica, hanno di interrompere persino il più brutale ciclo di violenza. L’utilizzo delle arti per interrompere o ridurre la violenza diretta è tutt’altro che semplice. Pur essendo difficile che riescano a fermare un proiettile, tuttavia le arti hanno la capacità di prevenire, anche solo temporaneamente, un’ulteriore vittimizzazione. La rivoluzione avvenuta in Sud Africa mediante la musica è un esempio di come a questa e alla danza sia stato fatto ricorso per proteggere centinaia di persone dalla violenza immediata.

Nella lotta per la liberazione dall’apartheid in Sud Africa, soldati precedentemente esiliati appartenenti all’ ANC (African National Congress, Congresso Nazionale Africano) introdussero una forma innovativa e creativa di peacekeeping civile24 conosciuta come toyi-toyi. In parte danza, in parte resistenza civile (alla violenza diretta), “questa potente danza incalzante di piedi che sbattono, venne copiata dai combattenti per la libertà dello Zimbabwe e divenne presto parte integrante della vita nei campi25”. Diffusasi rapidamente anche nelle città, la toyi-toyi lasciò un segno indelebile durante le dimostrazioni degli anni 1980.

I poliziotti bianchi del servizio di sicurezza del Sud Africa, intervistati nel documentario Amandla! circa l’efficacia della danza toyi-toyi “militare” nonviolenta, descrivono quanto fosse intimorente “per i giovani soldati bianchi la folla in canto e quanto fosse arduo incitare le giovani reclute a non abbandonare il terreno. Era l’incubo della nazione bianca: un’immensa folla nera… voci e piedi battenti, che avanzavano impetuosamente, come fossero loro a detenere il potere.”26 Il movimento del toyi-toyi fu in grado di interrompere il ciclo della violenza mostrando una forma di potere nonviolenta, impenetrabile dalla minaccia del tradizionale potere violento – rendendo le pistole impotenti all’interno di quel nuovo sistema.

Una rivoluzione a quattro parti armoniche, la chiamavano, e in effetti lo fu. Nessuno di coloro che andarono a un incontro dell’ANC tenutosi a Maputo o a Lusaka “mancò di essere ispirato dalla spontanea comunanza dovuta al canto e alla danza”27. Questa forza civile nonviolenta ha evitato un’ulteriore vittimizzazione da parte delle forze governative attraverso la manifestazione del potere collettivo e coordinato della comunità. Come osservò il giornale The Guardian, “le scene di folle immense che facevano scaturire la forza dal suono delle loro stesse voci può portare a domandarci come la storia recente sarebbe potuta essere diversa se i palestinesi, gli esponenti del movimento No-global e antimilitarista di Londra avessero cantato canzoni così potenti come quelle che la gente del Sud Africa ha cantato per avanzare nella loro marcia verso la libertà28.

Trasformazione delle Relazioni

Affinché la pace sostituisca la violenza, sono state ricomposte delle relazioni interrotte utilizzando una varietà di processi per affrontare i traumi, trasformare i conflitti e realizzare la giustizia. Tali processi forniscono alle persone l’opportunità di creare soluzioni sostenibili e a lungo termine per il soddisfacimento dei propri bisogni. La trasformazione è un principio chiave di tutti i programmi di peacebuilding.

Artisti desiderosi di trasformare le relazioni possono utilizzare il metodo artistico per rimarginare traumi personali e/o collettivi, trasformare l’energia negativa in positiva e provocare una richiesta pubblica per la giustizia. Le modalità artistiche utilizzabili all’interno del settore della Trasformazione delle Relazioni possono includere (ma non ridursi a): terapia delle arti visive, drammaterapia, terapia del movimento, musicoterapia, playback theatre, rituali e teatro immagine. (Gli autori riconoscono che i trattamenti terapeutici a cui si è fatto riferimento sopra non sono “arte” di per sé, ma rappresentano piuttosto l’integrazione delle modalità artistiche nel contesto terapeutico). Benché innumerevoli organizzazioni che implementano il lavoro terapeutico attraverso il ricorso all’arte esistano a livello globale, l’opera dell’Associazione Children’s Movement for Creative Education (CMCE) per il risanamento dei traumi è particolarmente degna di nota.

La missione di questa Associazione è di aiutare bambini e giovani a comprendere e superare gli effetti degli eventi violenti che avvengono nel mondo, sia a livello personale sia a livello di gruppo, attraverso lavori basati sulla metodologia artistica29. Children’s Movement lavora con le classi delle scuole nei quartieri più poveri di New York e utilizza le arti visive, letterarie, di esibizione e di movimento al fine di aiutare gli studenti a gestire il trauma derivante dall’aver assistito e subito gli eventi dell’11 settembre. Inoltre la CMCE ha lavorato in Bosnia con gli adolescenti che sopravvissero alla guerra che si svolse tra il 1989 e il 1995, per creare progetti artistici e farne un mezzo per esprimere eventi passati, sofferenze presenti e speranze per il futuro.

Nel 2002 Children’s Movement ritornò a Sarajevo per “iniziare a lavorare con 25 adolescenti, prevalentemente musulmani e croati che vissero negli anni 1992-95 durante l’assedio della città. Nel corso dell’anno seguente i ragazzi produssero una vasta collezione di opere d’arte e scritti sulle loro esperienze di guerra. Nell’estate del 2003 queste opere vennero esibite alla galleria del Centro Internazionale per la Pace con il titolo “Ritratto di una generazione sotto assedio”. Il lavoro congiunto di arte e scrittura dei ragazzi di Sarajevo e Lukavica al momento forma la maggior parte di ciò che compone la mostra itinerante dal titolo “Scosse di assestamento: arte e memorie sul crescere nell’indomani”, che fu esposta al quartier generale delle Nazioni Unite negli USA e in gallerie di tutta Europa.” 30

Un altro vivido esempio è dato da “Shakespeare dietro le sbarre”, uno spettacolo teatrale realizzato in carcere e diretto da Curt Tofteland, direttore del Festival Shakespeariano del Kentucky. I prigionieri del Complesso Correzionale “Luther Luckett” a LaGrange, nel Kentucky, non solo studiano Shakespeare, ma producono e recitano la versione originale della prima pubblicazione delle opere di William Shakespeare, con ciò consentendo ai prigionieri di confrontarsi con delle emozioni in una maniera così protetta che non avrebbero la capacità di ritrovare altrimenti. “Shakespeare dietro le sbarre” venne pensato per “consentire alla popolazione adulta delle prigioni l’opportunità di porre sotto esame rilevanti questioni di natura personale, familiare, interpersonale e attinenti alla società in generale all’interno di un contesto gradevole”31. Questa forma di peacebuilding basata sull’arte offre ai partecipanti l’opportunità di avere un cauto approccio a questioni complesse e incoraggia lo sviluppo di abilità interpersonali che possono contribuire al successo della reintegrazione nella società della popolazione adulta delle prigioni – e la cessazione effettiva del ciclo della violenza.

Costruzione delle Capacità

I risultati più a lungo termine del peacebuilding si concentrano sulla coltivazione di capacità e abilità esistenti in maniera da andare incontro ai bisogni umani. Essi includono l’educazione e la formazione, lo sviluppo, la ricerca e la valutazione. Tutte queste attività mirano a costruire strutture finalizzate al supporto di una cultura di pace sostenibile. Oltre a interrompere i conflitti violenti, il peacebuilding tenta altresì di creare le capacità per una cultura di Pace Giusta (ovvero, pace attraverso la giustizia). La sostenibilità è un principio chiave per questa categoria di peacebuilding. Richiede una visione e una pianificazione a lungo termine, modelli di relazione costruttivi tra le persone e il loro ambiente e l’abilità e la disponibilità di risorse umane per la gestione di tali processi, in modo che il soddisfacimento dei bisogni umani sia realizzato per numerose generazioni a seguire. La costruzione delle capacità include programmi educativi e formativi, di sviluppo e trasformazione.

Gli artisti possono ricorrere alle arti visive, letterarie, di spettacolo e di movimento come a dei mezzi di costruzione delle capacità per accrescere la fiducia in se stessi, facilitare l’espressività e sviluppare le capacità di leadership, di oratoria in pubblico e di ricerca di soluzioni creative. Le forme d’arte che ricadono nella categoria della Costruzione delle Capacità possono includere (ma non ridursi a): teatro forum32 e programmi educativi sull’arte. Il Centro Interactive Resource (IRC) a Lahore, in Pakistan, è una di quelle organizzazioni artistiche che lavorano per la costruzione delle capacità a livello comunitario attraverso l’utilizzo specifico del teatro forum.

Il Centro Interactive Resource (IRC) si batte per la costruzione di una “coscienza fra sezioni marginalizzate della società sui loro diritti fondamentali”33 e utilizza tecniche interattive di teatro forum per facilitare una forma democratica di dialogo su questioni sociali quali i delitti d’onore, il lavoro forzato e l’uguaglianza di genere. Attori di teatro di ogni parte del Pakistan stanno assistendo all’efficacia del teatro forum nell’essere una tribuna di discussione per affrontare l’ingiustizia sociale, coinvolgere le comunità marginalizzate in un processo decisionale democratico e analizzare e risolvere conflitti pervasivi. Il teatro forum è così popolare in Pakistan, in effetti, che più di 60 compagnie teatrali sono state formate dall’IRC sulle tecniche di questa forma teatrale.

È popolare perché funziona. Storie di successo sono ovunque e hanno convinto organizzazioni internazionali non governative come ActionAid, ad esempio, a ricomprendere tecniche di teatro forum interattivo nelle loro iniziative di peacebuilding. Il rapporto triennale di ActionAid riassunse le iniziative di peacebuilding e sviluppo in Pakistan menzionando il teatro interattivo come una delle “più efficaci maniere di innalzare la consapevolezza pubblica circa la violenza domestica, l’abuso di minori, i matrimoni tra minori, lo stupro e l’educazione delle bambine.”34 Inoltre, i paesi nei quali le donne venivano tradizionalmente escluse dalla partecipazione alla vita pubblica o da qualunque altra sfera di essa [e che stanno prendendo parte al teatro forum in maniera continua] stanno iniziando a consentire e/o a integrare attivamente le donne nella pubblica arena35. In Pakistan sta avvenendo un cambiamento e le tecniche di costruzione delle capacità basate sul teatro sono una componente fondamentale di questo processo.

Un ulteriore esempio di costruzione delle capacità è dato dal lavoro del dott. Jose Antonio Abreu che ha fondato l’Orchestra Nazionale Sinfonica dei Giovani in Venezuela nel 1975. L’apparato orchestrale è espressamente destinato ad accogliere bambini provenienti da famiglie povere e gli è stato riconosciuto il merito di contribuire all’integrazione sociale in Venezuela. (Studi hanno dimostrato che i componenti dell’orchestra rendono meglio anche in altre aree della vita accademica e sociale). Oggi, grazie agli sforzi compiuti dal dott. Abreu, 130.000 giovani sono parte di un sistema nazionale di 180 orchestre e di una rete di cori. L’Orchestra Sinfonica Giovanile Simon Bolivar -il culmine del sistema nazionale creato dal dott. Abreu – si è esibita in numerose occasioni anche in altre nazioni ed è stata riconosciuta come il miglior esempio del suo genere nel mondo.

Al di là del fare emergere doti musicali spendibili sul mercato tra i giovani economicamente disagiati, i benefici a livello sociale derivanti da questo sistema orchestrale sono evidenti in tutto il Venezuela e, come risultato, l’intraprendenza del dott. Abreu ha ispirato la nascita di programmi simili in altri paesi dell’America Latina. Il Sistema Nazionale include inoltre corsi dove i bambini imparano a costruire e a riparare strumenti musicali, programmi speciali per bambini con disabilità o difficoltà di apprendimento e centri specializzati o istituti di fonologia e di educazione audio-visiva e musicale di alto livello. In risposta agli sforzi intrapresi per la costruzione delle capacità nelle comunità povere del Venezuela, istituzioni educative, culturali e governative hanno insignito il dott. Abreu di un’onorificenza e definito l’attrattiva generale suscitata dal sistema di orchestre come un faro di speranza in questo mondo difficile.

Sia che si tratti del dott. Jose Antonio Abreu, di “Sahkespeare dietro le Sbarre”, del CMCE, o dell’IRC, gli operatori di peacebuilding artisti riflettono tutti quanti attentamente sul ”Cosa”, il “Quando” e il “Come” mentre sviluppano i loro progetti. La sezione precedente illustra ciò che si può fare attraverso l’arte per contribuire al peacebuilding. La sezione seguente investiga su quando gli operatori di peacebuilding dovrebbero considerare di applicare le strategie artistiche basate su un’analisi dell’intensità e della fase di un particolare conflitto.

IL “QUANDO” STRATEGICO DEL PEACEBUILDING BASATO SULL’ARTE

I quattro approcci al peacebuilding menzionati nella sezione precedente – conduzione nonviolenta del conflitto, riduzione della violenza diretta, trasformazione delle relazioni e costruzione delle capacità – sono maggiormente efficaci se impiegati durante specifiche fasi di un conflitto, cioè quando un conflitto si intensifica, cresce e/o diminuisce. Nell’analisi e valutazione di un conflitto è importante, come passo prioritario all’intervento, che gli operatori di peacebuilding siano consapevoli dell’intensità e dello stadio di un conflitto. Per esempio, sarebbe inappropriato e potenzialmente dannoso condurre in maniera nonviolenta un conflitto che abbia già raggiunto un culmine drammatico. La conduzione nonviolenta di un conflitto è utile soprattutto quando un conflitto, latente o sul punto di nascere, necessita segnalazione, per scongiurare che esso sia ignorato o intenzionalmente dimenticato dall’ ordine sociale predominante che preferisce lo status quo.

Una scrupolosa analisi di una situazione conflittuale prioritaria all’intervento aiuta a controllare (ma non a garantire) che le iniziative di peacebuilding si rivelino appropriate e adatte. L’intensità di un conflitto, così come lo stadio in cui un conflitto si trova, condiziona sensibilmente le opzioni che un operatore di peacebuilding può offrire. Gli schemi sottostanti costituiscono un utile supporto per gli operatori attenti all’importanza di un’accurata analisi e strategia, a cui ricorrere in tutte le fasi del processo di peacebuilding.

Il primo schema mostra come i quattro approcci risultino adatti a un modello di iniziative riferite all’intensità di un conflitto, a partire dall’ escalation di un conflitto fino a giungere alla sua gestione, trasformazione e prevenzione. Nel settore del peacebuilding si fa ricorso a una terminologia spesso confusa, dove le organizzazioni utilizzano talvolta le medesime parole per descrivere settori di attività simili tra loro. Questo schema lega in maniera appropriata la terminologia tipica del peacebuilding a ciascuno degli stadi e delle fasi d’intensità di un conflitto. Nel secondo schema è stato costruito un modello visivo che dimostra come le arti possano essere utili nei differenti stadi di un conflitto e riporta esempi specifici di peacebuilding basato sulle arti menzionato nella sezione precedente (Figura 2).

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Figura 2 Diagramma Peacebuilding e stadi del conflitto © 2005 Michael Shank

Il secondo schema riporta una piccola porzione di tutti le strategie artistiche disponibili, tentate dagli operatori di peacebuilding. Indubbiamente, la lista è lunga e ogni operatore potrà pensare e scegliere la forma artistica più appropriata allo scenario che si troverà a fronteggiare. In ogni modo, il proposito di questo schema è incoraggiarne l’analisi strategica e l’applicazione. L’efficacia complessiva delle iniziative artistiche in questo campo aumenta quando è preceduta da un’analisi meticolosa dell’intensità del conflitto e valuti precisamente a che stadio esso si trova.

Assumendo che gli operatori di peacebuilding abbiano analizzato globalmente una situazione conflittuale, valutato appropriatamente il “cosa” (cioè, quale approccio di peacebuilding utilizzare) e il “quando” (cioè lo stadio in cui si trova il conflitto), cos’altro rimane da fare? Diffondere la voce. Dire alle persone come il peacebuilding basato sull’utilizzo delle arti sia davvero efficace. La terza e ultima sezione di questo articolo delucida una serie di ragioni per cui il peacebuilding che si avvale delle tecniche artistiche è un efficace metodo per costruire la pace all’interno delle comunità.

Forma d‘Arte Descrizione della Forma d’Arte
Teatro Invisibile Il Teatro Invisibile è una forma teatrale pubblica che coinvolge gli spettatori senza che questi lo sappiano.
Reinterpretazione Simbolica La Reinterpretazione Simbolica è una forma d’arte che utilizza l’immagine di un simbolo esistente (per esempio, una bandiera, un logo o un’icona), ma lo ”reinterpreta”aggiungendovi parole, nuovi colori o disegni.
Lo Spoken Word Lo Spoken Word è una forma musicale o uno spettacolo dove la lirica, la poesia o la narrazione sono raccontate invece che cantate. Lo Spoken Word spesso prevede un sottofondo musicale, ma l’enfasi permane su chi racconta.
L’Hip-Hop L’Hip-Hop è una sottocultura popolare degli adolescenti delle grandi città, che raccoglie la musica rap, la breakdance e il graffitismo. (hip-hop. Dictionary.com Unabridged (v 1.1) Random House, Inc. http://dictionary.reference.com/browse/hip-hop Ultimo accesso: febbraio 2013).

Film-documentari

Il Film-documentario è una forma d’arte che prevede la creazione di una vasta categoria di prodotti audiovisivi destinati alla rappresentazione fattuale e non fittizia della realtà.
Murales pubblici I murales pubblici sono disegni esposti in spazi pubblici, come ad esempio lati inutilizzati di palazzi o scomparti ferroviari.
Agitprop Agitprop, conosciuta come “agitazione e propaganda”, è una forma di propaganda politica espressa attraverso varie forme d’arte: film, teatro e arti visive.
Installazioni Le Installazioni si realizzano in un ambiente specifico (ad esempio, un parco, un palazzo governativo o una piazza) e lo trasformano temporaneamente in una galleria.
Canti I canti sono sillabe ripetute e/o vibrazioni che trasmettono una preghiera, un messaggio o un’intenzione.
Drammaterapia La Drammaterapia – o psicodramma – utilizza la simulazione, l’improvvisazione e la messa in scena per la guarigione, la catarsi, la risoluzione dei problemi e per altri scopi di tipo psicoterapeutico.
Terapia delle Arti Visive La Terapia della Arti Visive utilizza la pittura e la scultura per la guarigione, la catarsi e per altri scopi di tipo psicoterapeutico.
Terapia del Movimento La Terapia del Movimento connette la mente con il corpo e utilizza la danza e il movimento espressivo per la guarigione psichica, la catarsi e per altri scopi di tipo psicoterapeutico.
Musicoterapia La Musicoterapia utilizza il suono, la musica e altre funzionalità legate alla musica per la guarigione, la catarsi e altri scopi di tipo psicoterapeutico.
Playback Theatre Il Playback Theatre è una forma d’improvvisazione teatrale dove gli spettatori o un gruppo di attori raccontano storie appartenenti alla loro vita e le osservano rappresentate nell’immediato da un gruppo di attori professionisti.
Rituali I Rituali sono atti simbolici formali o informali messi in atto in un luogo rituale e mirano a formare o trasformare aspetti dell’opinione delle persone, il loro senso d’identità o le relazioni.
Teatro Immagine Il Teatro Immagine è un processo attraverso il quale i partecipanti realizzano delle fotografie in posa delle loro vite, delle loro emozioni ed esperienze utilizzando la comunicazione non verbale per rivelare delle verità sulla società.
Teatro Forum Il Teatro Forum è un processo teatrale attraverso cui viene mostrato a un pubblico un problema irrisolto e in seguito al quale quest’ultimo viene invitato a suggerire e a rappresentare delle soluzioni.
Educazione Artistica L’Educazione Artistica è un programma formativo che si svolge nelle scuole, all’interno delle classi, che incorpora attivamente le arti visive, letterarie, di spettacolo e di movimento.

 

IL “COME” STRATEGICO DEL PEACEBUILDING BASATO SULLE ARTI

Le arti, proprio come il sistema mediatico, legale o educativo, sono mezzi utilizzabili nel peacebuilding, che possono essere utilizzati sia in maniera costruttiva sia distruttiva. Al pari di ogni altro strumento, le arti possono essere utilizzate a fini distruttivi, come ispirare odio e divisione. In questa sezione, gli autori indagano su come utilizzare le arti per massimizzare la loro efficacia attraverso degli attenti procedimenti induttivi, la sensibilità verso alti e bassi contesti culturali, la massimizzazione delle abilità comunicative non verbali dell’arte e l’attenta pianificazione e valutazione dell’impatto trasformativo dell’arte sulle iniziative di peacebuilding.

Il Peacebuilding strategico basato sull’utilizzo della arti può essere stimolante

In seno all’emergente e in costante evoluzione settore del peacebuilding, i suoi praticanti stanno attribuendo un alto valore alle metodologie induttive e culturalmente appropriate. Sia John Paul Lederach, nel libro Preparing for Peace, sia David Augsburger, nel libro Conflict Mediation Across Culture, sottolineano con enfasi la capacità di stimolo di un peacebuilding culturalmente appropriato. Questi lavori rappresentano un primo esempio di avanzamento verso approcci induttivi e culturalmente sensibili. Le arti funzionano molto bene all’interno di questo sistema di valori, offrendo degli strumenti agli specialisti di peacebuilding interessati alle metodologie induttive.

L’approccio stimolativo al peacebuilding considera i partecipanti come risorse e non come meri destinatari. Questo tipo di approccio rispetta il contesto culturale dei partecipanti e lo considera il fondamento sul quale si basano i modelli di peacebuilding. Di conseguenza, in questo caso l’operatore di peacebuilding agisce come un catalizzatore e un facilitatore invece che come un esperto di un particolare ambito. Il suo ruolo principale è garantire un processo democratico a elevata partecipazione per facilitare la costruzione di relazioni e il processo decisionale. In un approccio stimolante al peacebuilding ognuno insegna e apprende, in modo che la leadership risulti condivisa: le esperienze e le preoccupazioni dei principianti sono valorizzate, c’è un elevato livello di partecipazione interattiva, le persone creano insieme nuova conoscenza e s’impegnano in riflessioni critiche, vi è una connessione tra il livello locale e globale e le persone lavorano insieme per il cambiamento36.

Benché le arti conservino un enorme potenziale di interazione stimolante e dialogica, la piena concretizzazione di questa capacità spesso manca. Il settore del peacebuilding offre la possibilità di coltivare delle abilità di facilitazione e di dialogo che possono aiutare gli artisti a massimizzare la natura stimolante delle loro opere. Gli operatori di peacebuilding possono facilitare la realizzazione di uno spazio protetto dove i partecipanti o il “pubblico” di un progetto artistico possono intrattenersi in un dialogo con degli artisti professionisti e altri membri del pubblico su questioni stringenti relative alla loro vita.

L’avvicinamento all’arte attraverso la stimolazione può altresì invitare le persone a rivelare le proprie conoscenze e le proprie risorse culturali attraverso i sondaggi, i giornali, gli strumenti musicali, il palcoscenico o la scultura. Gli artisti terapeuti, per esempio, possono lavorare all’interno delle comunità locali per trarre da simboli familiari e forme artistico-culturali risorse per esprimersi, in particolare quando le difficoltà espressive riguardano eventi potenzialmente traumatici o difficili da elaborare. Nei confronti di quei partecipanti che possano sentirsi a disagio nel condividere pubblicamente e verbalmente le proprie conoscenze e risorse culturali all’interno del contesto tradizionale del seminario, le forme d’arte visiva, letteraria, di spettacolo e di movimento possono costituire, per gli operatori di peacebuilding, un mezzo alternativo per estrapolare queste preziose informazioni.

Attraverso il programma americano Animating Democracy gli artisti vengono incoraggiati a essere stimolanti e a coltivare l’interazione dialogica con il proprio pubblico. Basato sulla credenza che le arti costituiscono una potente struttura per facilitare la comunicazione in questioni relative ai conflitti, Animating Democracy amplifica le abilità degli artisti nel rendere la democrazia partecipativa accessibile attraverso l’incoraggiamento del dialogo civico fra tipologie di pubblico diverse. Attraverso un insieme di conferenze, programmi formativi, scambi di apprendimento e borse di studio, Animating Democracy aiuta gli artisti a creare interazioni dialogiche volte a stimolare la conoscenza culturale37.

Per esempio, Animating Democracy ha offerto fondi e consulenze a City Lore, un’organizzazione di New York che univa giovani artisti diversi e li chiamava a riflettere, attraverso la poesia, su conflitti e altre problematicità delle loro comunità. Con il progetto di poesia dialogica intitolato “Dialoghi Poetici”, City Lore ha offerto uno spazio affinché gli artisti potessero esporre i loro poemi all’interno di una biblioteca pubblica.

Il progetto ha rivelato la sua natura stimolante e dialogica a livelli diversi. “In collaborazione con Urban Word NYC (precedentemente chiamata Youth Speaks NY) e Poets House, City Lore ha creato tre gruppi intergenerazionali di poeti, classificati sulla base della loro identità e composte da giovani poeti, vecchi insegnanti di poesia, o “maestri della poesia”, e facilitatori. In quanto partecipante al gruppo dei musulmani americani, Tahani Salah raccontò: “Durante le dieci settimane di seminario abbiamo sperimentato numerose tecniche di scrittura, dall’haiku alle metriche più lunghe, e stili differenti. All’interno di ciascun gruppo c’è stato uno scambio di generi e tradizioni poetiche. Con l’assistenza dei facilitatori, poeti giovani e più anziani hanno appreso i rispettivi contenuti e forme di poesia, discusso problematiche attinenti le rispettive comunità, pianificato e sviluppato una presentazione capace di provocare un ampio dialogo comunitario sulle questioni identificate dai gruppi”38.

Il processo di scrittura impiegato da City Lore nel progetto “Dialoghi Poetici” tese intenzionalmente all’elicitazione: previde la creazione di strutture per giovani poeti in modo che essi potessero interagire a livello intergenerazionale con poeti più anziani e maestri della poesia, scambiando esperienze, idee e forme d’immaginazione, e stimolando la creazione di un sapere culturale e l’introspezione attraverso le esperienze vissute dai giovani e dai loro maestri. Il processo dialogico incoraggiò i gruppi a scambiare tra loro generi e tradizioni poetiche – ovvero, i diversi metodi culturali per attribuire le parole a una melodia, il ritmo hip-hop, le preghiere musulmane, il balagtasan filippino39 e altre forme d’arte orale. Nella rappresentazione poetica finale, il pubblico si unì nel dialogo con i poeti sui temi sollevati con le loro poesie40, consentendo con ciò, sia agli artisti sia al pubblico, di essere parti attive di un dialogo che valorizzò le esperienze e il contesto culturale di ognuno. I valori abbracciati da Animating Democracy e da City Lore con il progetto “Dialoghi Poetici” – cioè l’importanza di comprendere e lavorare con persone appartenenti a differenti contesti culturali – sono i temi principali della prossima sezione di questo articolo.

Gli approcci di Peacebuilding strategico basato sull’utilizzo delle arti possono essere contestualmente ambidestri

I professionisti di peacebuilding che lavorano in differenti località, regioni, nazioni o continenti sanno che sono necessari stili di comunicazione diversa, a seconda del contesto culturale. Nel libro Conflict Mediation across Cultures, David Augsburger rileva l’esistenza di una diversità di stili e categorizza queste forme comunicative contrastanti e gli approcci di risoluzione dei conflitti facendo ricorso ai concetti di “alto contesto” e “basso contesto” culturale41. Secondo Augsburger le comunità ad alto contesto (cioè tipiche di quei contesti ove è mantenuto un alto livello di norme che orientano il comportamento) e le comunità a basso contesto (cioè tipiche di quei contesti ove è mantenuto un basso livello di norme che guidano il comportamento) mostrano bisogni significativamente diversi quando si entra nel settore della comunicazione e della risoluzione dei conflitti. Gli autori riconoscono che la maggior parte delle comunità non possono essere facilmente categorizzate nettamente in quanto ricadono in un’area appartenente tanto all’alto quanto al basso contesto culturale, conservano caratteristiche proprie di entrambi questi contesti e si conformano costantemente, mutando il loro status contestuale.

I professionisti che lavorano nelle comunità dai contesti più elevati possono riscontrare che i partecipanti sono maggiormente reattivi a una comunicazione di tipo indiretto, informale, relazionale, che non esponga direttamente e collettivistica. Al contrario, i professionisti che lavorano nelle comunità dai contesti più bassi possono riscontrare che i partecipanti sono maggiormente reattivi a una comunicazione di tipo diretto, formale, razionale, esplicita e individualistica.

I professionisti di peacebuilding interessati all’utilizzo delle forme d’arte per il soddisfacimento delle necessità tanto delle comunità di alto quanto di basso contesto culturale possono sfruttare la propensione del teatro per l’ambidestrismo contestuale. Applicato a situazioni di conflitto in bassi contesti culturali, il teatro si presta a soddisfare esigenze di schiettezza e obiettività rappresentando scene di conflitto che mettono in luce chiaramente quanto avviene in quelle comunità. I membri della comunità, inclusi i partecipanti al conflitto reale e gli spettatori del conflitto messo in scena, vedono loro offerta l’opportunità di analizzare il problema con obiettività, assistere alla messa in scena teatrale di opzioni per risolvere il conflitto all’interno di un contesto formalizzato e sviluppare maggiormente i processi conciliatori proposti all’interno del conflitto reale.

Comunità di alto contesto

Comunità di basso contesto

Indiretto—————————————

———————————Diretto

Informale————————————–

—————————————Formale

Relazionale———————————–

———————————Razionale

Non espone ———-

——————————-Esplicito

Collettivistico——————————–

———————–Individualistico

Applicato alla situazione conflittuale di un alto contesto culturale, il teatro può soddisfare il bisogno di evasività e l’interconnessione grazie alla sua funzione di parte terza mediatrice attraverso la messa in scena. L’adattamento del conflitto di un alto contesto alla resa teatrale richiede una sua versione romanzesca: l’utilizzo di pseudonimi, alterazione delle località e la modificazione delle situazioni. Questi adattamenti assicurano l’evasività e garantiscono un approccio facilitato per un pubblico abituato a un processo dialogico tortuoso. Idealmente gli attori provengono dalla comunità stessa per permettere un approccio relazionale e interconnesso alla trattazione del conflitto.

Fondere i metodi di peacebuilding tipici di bassi e di alti contesti manifesta l’abilità del teatro di soddisfare simultaneamente fabbisogni culturali contrastanti provenienti da questi due differenti contesti. Il teatro può fornire alle comunità tipiche di bassi contesti l’opportunità di osservare obiettivamente e guadagnare una prospettiva diversa sul conflitto che le riguarda attraverso lo svago e la ricostruzione di un conflitto isolato. Allo stesso tempo, il teatro può consentire che le comunità di alti contesti mantengano la propria reputazione assistendo alla storia di qualcun altro – che è, in realtà, la loro – rappresentata da un cast di attori locali, riconoscibili e implicati. Più importante ancora è il fatto che il teatro stimola un pubblico multiculturale e proveniente da contesti tra loro differenti al fine di trasformare un conflitto collettivamente e costruttivamente42.

Il Peacebuilding strategico basato sull’utilizzo della arti può essere non verbale

Alcune forme d’arte, seppure non tutte, hanno un’attitudine e una propensione uniche all’espressione non verbale, risorsa fondamentale nel lavoro di peacebuilding. Secondo gli esperti di comunicazione, dal 65% al 93% di quanto trasmesso a livello comunicativo è non verbale43. Le persone mandano e ricevono messaggi sia verbalmente, attraverso le parole scelte, sia non verbalmente attraverso il linguaggio del corpo, la direzione degli occhi, il tono della voce e le espressioni del viso. Se i teorici della comunicazione hanno ragione, per quale motivi chi lavora per il peacebuilding spende così tanto tempo a parlare e a insegnarlo agli altri quando la maggior parte delle informazioni sono comunicate non verbalmente? Prestare speciale attenzione ai messaggi mandati agli altri attraverso i canali simbolici dell’espressione facciale, della postura corporea e del movimento degli occhi è importante in quanto tali canali trasportano informazioni rilevanti circa le emozioni, la determinazione e il pensiero delle persone.

Il peacebuilding basato sulle arti riconosce le limitazioni inerenti alla comunicazione verbale e suggerisce ai suoi praticanti di utilizzare le arti per far emergere informazioni e trasmettere significati difficili da comunicare. Forme d’arte quali la musica, la danza, il teatro o le arti visive usano riferimenti simbolici per comunicare qualcosa a livello non verbale circa il mondo reale che probabilmente andrebbe perduto con il ricorso alla logica diretta delle parole. L’arte è in grado di spiegare le emozioni, le idee, o i sentimenti che le parole da sole non possono. Numerose forme artistiche comunicano attraverso i simboli, il non verbale, il corpo umano, i sensi, le esperienze ed espressioni delle emozioni. Di conseguenza, più vasta è la conoscenza degli operatori di peacebuilding sul corpo fisico, sui sensi, sulle emozioni e sul come farne utilizzo, più efficace sarà il loro lavoro di peacebuilding e più i loro corpi saranno ricettivi per trasmettere una comunicazione a livello fisico, emozionale e sensoriale – una capacità essenziale nelle arti dello spettacolo e di movimento. Inoltre, l’arte aiuta a rigenerare il corpo (alienato dall’oppressione, dall’abuso, dalla violenza) ed è un importante strumento per liberare, trasformare e rivoluzionare gli individui, le relazioni e le società.

La rigenerazione del corpo è un compito del peacebuilding ed è l’avanguardia nello studio della terapia della danza e del movimento, che appunto utilizzano una comunicazione di tipo non verbale, la creatività e il movimento per esplorare le relazioni e i sentimenti. All’Università del Wisconsin-Madison, per esempio, il programma di Danza e Terapia del Movimento, dove insegnano terapisti specializzati nella danza assieme alla prof.ssa Rena Kornblum, consente agli studenti non laureati di “incrementare la propria consapevolezza sugli aspetti non verbali della comunicazione umana, un’area che gli insegnanti a qualunque livello spesso sottovalutano.”44

Agli studenti vengono insegnate le regole di grammatica, matematica e scienze durante tutto il corso del periodo scolastico, ma le persone della nostra società sono lasciate a se stesse quando vogliono imparare a leggere gli stimoli non verbali e come possono a loro volta comunicare senza le parole”, riferisce la prof.ssa Kornblum. Approssimativamente, quasi l’80% delle nostre relazioni, siano esse personali o professionali, sono determinate dal linguaggio corporeo45. La prof.ssa Kornblum, oltre a offrire agli studenti universitari l’opportunità di indagare la comunicazione non verbale e la sua rilevanza rispetto alle emozioni, alle relazioni e alla prevenzione della violenza, lavora anche con i bambini di età scolare che hanno subito abusi, attraverso un programma della scuola pubblica chiamato “Prevenzione mediante il Movimento.”46

La teoria sottostante la danzaterapia è che il movimento corporeo riflette lo stato interiore dell’essere umano, e che muovere il corpo all’interno di un contesto terapeutico guidato può innescare un processo di guarigione. L’emersione dei conflitti interiori e delle problematicità dallo stato inconscio allo stato conscio di una persona sono affrontate su tutti i livelli – fisico, emozionale, mentale e spirituale. La ricerca della piena integrazione della mente con il corpo e la conduzione dell’armonia a tutti i livelli sopra citati dell’essere umano è ciò di cui si occupa la danzaterapia.”47

Le arti hanno la capacità di comunicare in una maniera stimolante, culturalmente ambidestra e non verbale. L’analisi sul “come” include altresì un’attenta pianificazione e riflessione su quale effetto trasformativo, se esiste, i progetti artistici causano.

Il Peacebuilding strategico basato sull’utilizzo della arti può essere trasformativo

Il peacebuilding riguarda il cambiamento sociale, la trasformazione della percezione che le persone hanno del mondo esterno, la loro identità e le loro relazioni con gli altri. Le arti possono aiutare le persone a cambiare la loro visone del mondo. Durante un conflitto, i problemi appaiono insormontabili e totalizzanti. Spesso il malessere proviene dalla dolorosa consapevolezza o dal rifiuto di vedere che ci sono molteplici verità e che il giusto/sbagliato e il buono/cattivo non sono categorie definite.

L’arte può costituire una struttura di riferimento per delle problematicità o relazioni che offra nuove prospettive e possibilità di trasformazione, agire come un prisma per consentire di guardare il mondo attraverso una nuova visuale. Al posto di risolvere i problemi con la negoziazione per la ricerca della soluzione migliore, le arti offrono una via diversa per interpretare il problema e le sue implicazioni. L’esperienza artistica conserva il potenziale di trasformare la visione del mondo delle persone, la loro identità e le loro relazioni48.

L’abilità che ha l’arte di coadiuvare un processo trasformativo è strettamente legata alla pianificazione. Per prima cosa, è importante avere una chiara idea dell’intenzione e dell’obiettivo sottostante al ricorso alle arti. Più chiara è l’intenzione, più sarà possibile il raggiungimento dell’obiettivo. Quale problema, transizione, relazione, emozione o fabbisogno richiede l’applicazione del metodo artistico? Quali sono le speranze, le visioni o gli obiettivi insiti nel processo artistico? Che cosa sta cercando di comunicare il professionista di peacebuilding? A quali destinatari si rivolge? Come verrà valutato il successo?

Per citare un altro esempio, Howard Zehr utilizza la fotografia per sfidare le opinioni diffuse sulle vittime e sui criminali nel sistema giudiziario. Con la realizzazione di ritratti in bianco e nero di persone condannate all’ergastolo, nel suo libro Doing Life, Zehr ha voluto incrementare la sensibilità pubblica sul lato umano di chi ha commesso dei crimini49. Con Transcending, Zehr si propose di incrementare la comprensione sul percorso che le vittime affrontano dopo aver subito un crimine e del potenziale per trascendere quell’esperienza50. Zehr lavora con gli studenti per raffinare gli obiettivi che si propongono nel momento in cui iniziano un progetto fotografico o attraverso l’utilizzo di altri mezzi artistici. Più un artista sa essere chiaro circa la pianificazione del suo progetto e del pubblico a cui vuole rivolgersi, più facilmente le sue intenzioni riscuoteranno un effetto positivo.

È importante, inoltre, tener conto di come il messaggio che si vuole trasmettere è codificato nella forma d’arte scelta. Questo è il momento in cui il talento artistico si rivela essenziale. Serve intuizione per scegliere le forme simboliche adatte a comunicare un messaggio in maniera da consentire al destinatario di interpretarlo correttamente. I ricercatori nel campo della comunicazione affermano che i messaggi migliori sono quelli che consentono agli ascoltatori di percepire che “non gli viene fornita” una soluzione completa del problema51. Piuttosto, i destinatari sono più propensi a comprendere un’idea nuova, e a cambiare opinione, quando ricevono informazioni che, lontano dall’essere complete o dal costituire un comando, consentano di tratte conclusioni proprie. Quando si utilizza una modalità comunicativa diretta, gli ascoltatori possono sentirsi controllati o sopraffatti dalle informazioni. Benché la comunicazione diretta appaia più “logica” può, tuttavia, essere la meno efficace.

Infine, è importante saper valutare l’impatto che il messaggio codificato ha sul pubblico. Che effetto ha avuto l’approccio scelto sul pubblico? Che messaggio è stato ricevuto? Che cambiamenti o trasformazioni si sono verificati a causa del progetto artistico? Cosa ha funzionato? Cosa deve essere modificato? I praticanti devono essere in grado di rispondere a tali quesiti, devono saper esprimere i loro obiettivi per apportare una trasformazione e le ragioni per cui scegliere un mezzo o uno schema per trasmettere un particolare messaggio. L’appetibilità commerciale di queste metodologie aumenterà se chi le utilizza potrà dimostrare, attraverso una solida ricerca, l’impatto trasformativo delle arti sul proprio lavoro.

Il “come” i professionisti di peacebuilding ricorrono all’utilizzo delle arti è tanto fondamentale quanto lo scoprire e l’identificare il “cosa” e il “quando”. Questa discussione sulle metodologie stimolanti, contestualmente ambidestre, simboliche e trasformative fornisce una struttura di riferimento concettuale per comprendere il contributo che le arti forniscono al peacebuilding.

CONCLUSIONE

Questo articolo mira a sviluppare una più ricca trattazione su come le arti operano nel settore del peacebuilding, su quando farvi ricorso e su come valutare il loro utilizzo. Gli autori riconoscono che è necessaria una ricerca più ampia e un’analisi più approfondita sull’argomento e fanno appello a tutti gli interessati per iniziare (o continuare) l’approfondimento sul perché e sul come le arti sono veicoli così potenti a disposizione del peacebuilding. Più si conoscono le strategie di peacebuilding basate sull’utilizzo delle arti e i mezzi più appropriati a disposizione, più produttivo sarà il settore del peacebuilding.

Il lavoro dei professionisti di peacebuilding, perciò, consiste nell’analizzare come le arti conservano questa capacità trasformativa, cosa affrontare nel peacebuilding attraverso il ricorso alle arti e comprendere quando è più appropriato utilizzare le diverse metodologie artistiche attraverso un’analisi approfondita della situazione conflittuale. È molto probabile che i lettori di questo articolo possano, in questo momento, richiamare alla mente uno spettacolo, un poema, un dipinto, una fotografia, una prosa, un balletto o un film che li abbia commossi in maniera considerevoli. Sia che si tratti di forme visive, letterarie o teatrali, sia che si tratti di forme di movimento, le arti mantengono la capacità di trasformare. Questo articolo mostra il potenziale nascosto delle arti nel peacebuilding e propone vie per sfruttarlo attraverso un’applicazione strategica delle arti visive, letterarie, teatrali e delle forme di movimento. Adesso il viaggio verso un incontro più creativo tra gli artisti e i professionisti di peacebuilding deve proseguire.

Michael Shank (Istituto per l’Analisi e la Risoluzione dei Conflitti dell’Università George Mason), Lisa Schirch (Centro per la Giustizia e il Peacebuilding dell’Università Eastern Mennonite).

Copyright © 2008 Peace History Society and Peace and Justice Studies Association. Utilizzato sotto concessione degli autori (agosto 2009).

Traduzione di Silvia De Michelis per il Centro Sereno Regis

Titolo originale: Strategic Arts-Based Peacebuilding

www.escolapau.uab.cat/img/…/strategic_arts.pdf

 

NOTE

1Alex Perullo. Heroes and Hooligans: Youth Identity and Hip-Hop in Dar es Salaam, Tanzania, Africa Today, 51/4 (Summer 2005).

2Sito Internet di War Child International: www.warchild.org

3Sito Internet di International Platform on Sports and Development:www.sportanddev.org

4Sito Internet di Right Livelihood Award:http://www.rightlivelihood.org/recip/abreu.htm

5Steven P. C. Fernandez, Contemporary Theatre in Mindanao, DULAAN: The Filipino Arts Magazine, 1995. http://www.msuiit.edu.ph/ipag/dulaan/mindthea.html (Ultimo accesso: febbraio 2013).

6Esempi di arti visive includono, senza limitarsi a esse, la pittura. la fotografia, la ceramica, le installazioni e i cartoni animati. Esempi di arti letterarie includono, senza limitarsi a esse, la poesia, la prosa, il racconto breve e la novella. Esempi di arti d’esibizione includono, senza limitarsi a esse, il teatro, la musica, gli spettacoli di burattini e la danza. Esempi di arti di movimento includono, senza limitarsi a esse, il tai chi, l’aikido, lo yoga e il kouksoundo.

7John Paul Lederach, Strategic Concepts and Capacities for JustPeace (Approfondimento per il corso di Fundamentals of Peacebuilding all’Università Eastern Mennonite, 1999).

8Cynthia E. Cohen, A Poetics of Reconciliation: The Aesthetic Mediation of Conflict. Tesi finale di dottorato non pubblicata, Università del New Hampshire, 1997. Vedi anche Leslie Yalen and Cynthia Cohen, Focus on Coexistence and the Arts, Massachusetts: Coexistence International dell’Università Brandeis, 2007.

9Craig Zelizer, Artistic Responses to the Siege of Sarajevo: The Cellist and the Film Festival in Bosnia-Herzegovina. People Building Peace II. Redatto da Paul van Tongeren, Malin Brenk, Marte Hellema e Juliette Verhoeven (Boulder, Colorado: Editrice Lynne Rienner, 2005) 301-308.

10Michael Shank, Redefining the Movement: Art Activism, Seattle Journal for Social Justice, 3/2 (2005): 531-559.

11Lisa Schirch, Ritual and Symbol in Peacebuilding (Bloomfield, Connecticut: Kumarian Press, 2004).

12John Paul Lederach, The Moral Imagination: The Art and Soul of Building Peace (New York: Oxford Press, 2005).

13Marian Liebmann, edizioni Arts Approaches to Conflicy (Bristol, Regno Unito: Editrice Jessica Kingsley, 1996).

14R. Bronson, Z. Conte e S. Masar, The Art in Peacemaking, USA: Centro Nazionale per l’Educazione sulla Risoluzione dei Conflitti. Pubblicato dall’agenzia National Endowment for the Arts e dal Dipartimento della Giustizia, 2002.http://www.arts.gov/pub/ArtinPeacemaking.pdf

15Augusto Boal, The Rainbow of Desire: The Boal Method of Theatre and Therapy (Londra: Routledge, 1998; tr. it.: L’arcobaleno del desiderio, La Meridiana, Molfetta 2010); Michael Rohd, Theatre for Community, Conflict and Dialogue (Portsmouth, New Hampshire: Heinemann, 1998); Patricia Sternberg, Theatre for Conflict Resolution (Portsmouth, New Hampshire: Heinemann, 1998).

16Animating Democracy, The Artistic Imagination as a Force for Civic Dialogue (Washington, DC: Associazione Americans for the Arts, 1999).

17 Per un’analisi più approfondita del peacebuilding strategico gli autori raccomandano la lettura del testo Little Book of Strategic Peacebuilding (Intercourse, Pennsylvania: Good Books edizioni, 2004).

18 Bruce Campbell, Mexican Murals in Times of Crisis (Phoenix, Arizona: Pubblicazioni dell’Università dell’Arizona, 2003).

19 Nel murales, Lenin guida i dimostranti che marciano con striscioni rossi. Il Centro Rockfeller obiettò sull’inclusione di Lenin. Rivera si rifiutò di coprire il ritratto di Lenin; come risultato venne ordinato l’arresto dei lavori e il murales fu distrutto.

20 Charley Rogulewski, Artists Speak Out Against the War, Rolling Stones, 21 marzo 2006.

21 Jeff Chang, Rapping the Vote: The Former Public Enemy Front Man on the Political Power of Hip-Hop, Mother Jones, settembre/ottobre 2004.

22 Andrew Gilbert, The Sound of Senegaland a Cry for Africa, Boston Globe, 30 giugno 2006.

23 L’Hiplife è una fusione tra la street music e l’hip-hop americano. Fonte: BBC News, Accra Reclaims Hip-Hop, 4 novembre 2003.

24 Vedi il testo seguente per maggiori informazioni: Lisa Schirch, Civilian Peacekeeping: Reducing Violence and Making Space for Democracy (Uppsala, Svezia: Istituto Life and Peace, 2005).

25 Gllian Slovo, Mandela did His Part. But Songs Saved South Africa, The Observer, 14 dicembre 2003.

26 Ibid.

27 Ibid.

28 Arts Friday Review, Sing When You’re Winning, The Guardian, 12 dicembre 2003.

29 Sito Internet di Children’s Movement for Creative Education:www.childrensmovement.org

30 Ibid.

31 Sito Internet del Festival Shakespeariano del Kentucky: www.kyshakespeare.com

32 Il teatro forum, inventato dall’artista teatrale brasiliano Augusto Boal, consiste in una serie di tecniche teatrali interattive progettate per aiutare le comunità a discutere e a risolvere conflitti pervasivi alle stesse. Il teatro forum adotta una metodologia per cui un problema irrisolto è messo in scena di fronte a un pubblico che viene successivamente chiamato a suggerire e a rappresentare delle soluzioni.

33 Sito Internet del Centro Interactive Resource: www.interactivetheatre.org

34 Pubblicazione di ActionAid, Fighting Poverty Together (Londra, 2004) http://www.actionaid.org.uk/wps/documents/new_pakistan_2432004_113938.pdf (Ultimo accesso: febbraio 2013).

35 Michael Shank, Theatre of the Oppressed, Manuale di formazione (Pakistan: Pubblicazioni del Centro Interactive Resource, 2004), Nota dell’autore.

36 R. Arnold, D. Barndt e B. Burke, A New Weave: Popular Education in Canada and Central America (Toronto, Ontario: Istituto dell’Ontario per gli Studi sull’Educazione; Ottawa: CUSO Developmentr Education, 1985). (ED 289 023); e L. Meckenzie, On Our Feet. A Handbook on Gender and Popular Education Workshops (Belville, Sud Africa: Centro per la Formazione Continua, Università della Provincia del Capo Occidentale, 1993). (ED 379 400).

37 Sito Internet di Animating Democracy: http://www.animatingdemocracy.org/about (Ultimo accesso: febbraio 2013).

38 Andrea Assaf, Dialogic Poetry and the Poetry Dialogues Case Study: City Lore. Sala di lettura on-line di Animating Democracy: http://animatingdemocracy.org/publications

39 Il balagtasan filippino è un processo in cui i poeti dibattono su varie problematiche e sfidano la posizione di qualcun altro in proposito.

40 Andrea Assaf, Dialogic Poetry and The Poetry Dialogues Case Study: City Lore. Sala di lettura on-line di Animating Democracy: http://animatingdemocracy.org/publications

41 David Augsburger, Conflict Mediation across Cultures (Louisville, Kentucky: Westminister/John Knox Press, 1992), 91-95.

42 Michal Shank, Redefining the Movement Art Activism, Seattle Journal for Social Justice, 3/2 (2005): 548-552-

43 Julia Wood, Spinning the Symbolic Web: Human Communication as Symbolic Interaction (New Jersey: Pubblicazioni Ablex ©, 1992), 86.

44 Università del Wisconsin-Madison, Sezione News: http://www.news.wisc.edu/8114 (Ultimo accesso: febbraio 2013).

45 Ibid.

46 Università di Wisconsin-Madison, UW Dance Program, http://www.wisc.edu

47 Evelyn Defina, What is Dance Therapy, Study Overseas.Com:http://www.studyoverseas.com

48 Vedi Lisa Schirch Ritual and Symbol in Peacebuilding per un’analisi esaustiva di queste dimensioni di trasformazione.

49 Howard Zehr, Doing Life: Reflections of Men and Women Serving Life Sentences (Akron, Pennsylvania: Associazione Mennonite Central Committee, 1996).

50 Howard Zehr, Transcending: Reflections of Crime Victims (Intercourse, Pennsylvania: Edizioni Good Books, 2001).

51 David Cohen, Rosa de la Vega e Gabrielle Watson, Advocacy for Social Justice (Bloomfield, Connecticut: Kumarian Press, 2001) 105.

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