Un programma culturale per la sinistra. Il contributo degli amici della nonviolenza – Pietro Polito

Negli ultimi vent’anni l’idea di una “rivoluzione liberale” è stata ventilata tanto dalla destra (il Sultano) quanto dalla sinistra (il Migliore).

Poiché non è questa la sede per un esame del dibattito “politico” tra gobettiani e antigobettiani, ai fini del discorso ricordo solo la versione più radicale dell’antigobettismo, il saggio La democrazia immaginaria (1996) di Ernesto Galli della Loggia, e la versione più radicale del gobettismo, l’introduzione di Paolo Flores d’Arcais all’edizione di La Rivoluzione Liberale di Piero Gobetti, presso Einaudi, 1995.

Per l’uno Gobetti non ci serve; per l’altro, l’Italia attuale non può fare a meno di Gobetti e la prospettiva di una sinistra moderna si inserisce nell’orizzonte storico, teorico e valoriale della rivoluzione liberale. Come stanno le cose? Gobetti è un liberale del passato (della Loggia) o del futuro (Flores)?

Per chi scrive, la rivoluzione liberale è il punto di partenza di una prospettiva di sinistra da costruire, ma non ne è il punto d’arrivo. In altre parole è una rivoluzione ancora in larga parte da fare in un Paese come l’Italia, ma da sola non è sufficiente.

La peculiarità della rivoluzione liberale è l’“autonomia del ciascuno”, che “può essere eretico all’altro, e perciò individuo”. Come scrive Flores d’Arcais, “una società liberale è l’ossimoro vivente, o almeno tenacemente approssimato, di una comunità di dissidenti”. (È vero che l’essenza della democrazia è il dissenso più che il consenso, ma, se è così, risulta un po’ difficile comprendere che i giudici  siano il nuovo soggetto della rivoluzione liberale).

Ebbene, un programma culturale per la sinistra non può non trovare il suo fondamento nell’individualismo, che non è da confondere con l’egoismo. Tuttavia la sinistra non può arrestarsi lì ed è a questo punto che gli amici della nonviolenza portano il loro contributo.

Se si parte dall’individuo, abbandonando la via vecchia per la nuova, la strada della violenza per quella della nonviolenza, lo sguardo sulla realtà muta radicalmente, tramuta perché il centro cessa di essere ciascuno e diventa l’altro, non più io ma tu, non più noi ma tutti. Se la società liberale è una comunità di dissidenti, la società nonviolenta è una società di tutti.

Alludo all’idea di “omnicrazia” – il potere di tutti – di Aldo Capitini, che è riecheggiata nelle assemblee del movimento degli indignati spagnoli nella forma del “potere dei molti”: “il movimento spagnolo … sta mettendo in pratica, senza teoria (o se si preferisce senza saperlo) una novità che segna una rottura e inaugura un progetto”. Le assemblee indignate sono “aperte e orizzontali”, “esigono la ricerca del consenso senza fretta, senza altre urgenze che non siano l’analisi collettiva e le decisioni condivise”. La soluzione dei conflitti non è affidata alle avanguardie ma a “tutti” (sembra di sentir parlare Capitini): “Tutti parlano, tutti ascoltano, tutti concordano e tutti agiscono. Tutti e ciascuno: una pluralità di individui provenienti da diverse tradizioni di pensiero e da diverse esperienze di vita, coscienti delle differenze alle quali non rinunciano”. Con lo scopo di diventare “una comunità di uomini liberi nelle loro differenze” (Juan Pedro Garcia del Campo).

Il filosofo italiano della nonviolenza immaginava che si potesse influire sulle strutture politiche e sociali contemporanee attraverso quattro proposte che si aggiungono alla democrazia.

Prima aggiunta: il controllo dal basso.

Per Capitini la democrazia rappresentativa e il parlamento, che ne è l’istituto fondamentale, sono una conquista della civiltà: “bisogna essere vissuti sotto una dittatura – scrive – per capire che il libero funzionamento della rappresentanza parlamentare è qualche cosa di positivo”.

Tuttavia egli, pur ribadendo la centralità del Parlamento, ne vede i limiti. Il limite principale del Parlamento è che, nonostante la sua derivazione dal metodo elettorale, “rischia di diventare «dall’alto»”, cioè “dalla capitale, da un cerchio di conoscenze speciali e di interessi riservati a pochi”. Di qui l’esigenza che il Parlamento sia integrato da centri sociali e assemblee deliberanti o consultive.

Questa integrazione è dal basso”. Invece, è evidente, il nostro Paese è governato da un Parlamento dall’alto.

Seconda aggiunta: il metodo nonviolento.

È un metodo per tutti, che si svolge non dall’alto ma dal basso, pone in primo piano non la forza fisica ma la forza dell’animo, non esclude nessuno, nemmeno gli avversari, perché è rivolto contro il male e non contro le persone. È un metodo che richiede la collaborazione di tutti, i deboli, gli inermi, le donne, gli anziani, i giovanissimi, i bambini: “è la porta aperta per non rimanere soli”.

Terza aggiunta: il centro.

Norberto Bobbio ha detto che l’utopia di Capitini è “lo stato senza partiti”. Per il filosofo della nonviolenza il partito è uno strumento inadeguato di “lavoro per la società di tutti”: “i partiti – afferma Capitini – esistono per il «potere», per acquistarlo o per sostenerlo”. Se il partito delimita, chiude, circoscrive, esclude, il centro include, è aperto al mondo circostante, “dà e non sa dove arriveranno le onde che partono da esso”.

Quarta aggiunta: l’aggiunta religiosa.

La considerazione religiosa della democrazia rimanda a un’idea di società di cui “fanno parte non soltanto i cittadini sani e attivi e producenti, ma anche i malati, gli inerti, i disfatti e i morti”. Se la democrazia “conserva riferimenti al procedere della natura, l’omnicrazia tende ad essere sempre meglio attuatrice della compresenza”.

Sia l’individuo liberale sia l’individuo democratico rimangono nel circuito della vitalità e della forza, diversamente “l’individuo unito alla compresenza ha una «forza» maggiore di tutte le forze”.

Alle aggiunte capitiniane, ne aggiungo un’altra che ricavo dall’opera di Norberto Bobbio: la politica della cultura. Perché la democrazia non degeneri in “demagocrazia”, giova riprendere in chiave ammodernata, come propone Lorella Cedroni, l’idea della politica della cultura. Un’idea coniata negli anni Cinquanta dal fondatore della Società Europea di Cultura, Umberto Campagnolo e da Norberto Bobbio, valida sia euristicamente sia operativamente.

Se nel mondo diviso di ieri, continuamente sull’orlo della crisi finale, il compito della politica della cultura, vale a dire una cultura non asservita alla politica ma attiva politicamente in quanto tale, fu quello di richiamare “il valore etico dell’azione umana … contro l’irresponsabiltà dei potenti”, oggi al chierico, che non si ritira nella torre d’avorio e che non si piega al servizio dei nuovi potenti (le Banche, i Mercati, i Media), spetta di “indicare i modi per raggiungere quei beni senza i quali l’essere umano non è umano”.

Postilla

Mediacrazia o tecnocrazia?

  A Torino dal 1949 esce il glorioso periodico indipendente “L’Incontro”, diretto da Bruno Segre. L’ultimo fascicolo (n. 9, novembre 2011) si apre con un articolo di fondo del suo direttore, intitolato: “Addio Berlusconi”.

Il direttore esprime una ragionata soddisfazione per “la fine di un regime” e perché “il duce del centro-destra” sembra fuori gioco, messo in panchina dalla sua stessa squadra.

Tuttavia, Segre, che ha la saggezza e l’esperienza necessarie per prevedere come potrebbero andare le cose del mondo, ci suggerisce preveggentemente che la partita è ancora aperta e che il suo esito finale si conoscerà con le prossime elezioni politiche generali: se Berlusconi – l’analisi è spietata – vincerà ancora, il Sultano sarà il successore del Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano e “in Italia la Repubblica finirà di assomigliare ad una monarchia”.

Un incubo.

Il destino di questo Paese appare triste se il suo futuro è legato al risultato dello scontro tra la mediacrazia e la tecnocrazia. Parimenti non mi sentirei più tranquillo se il confronto “politico” fosse tra una tecnocrazia di destra e una di sinistra. Sarei poi sconcertato se la politica si riducesse alla lotta tra due mediacrazie che si combattono non perché sono diverse ma perché si assomigliano.

Tra mediacrazia e tecnocrazia c’è uno spazio non dico per l’omnicrazia ma per la democrazia?

19 gennaio 2012 – Diario italiano. Fatti, persone, idee, valori (a cura di Pietro Polito)

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