Riarmiamoci e partite

Rita Vittori

Sta riemergendo l’allarme per il continuo aumento delle spese militari in Europa e di conseguenza in Italia. Negli ultimi 10 anni nei paesi NATO sono cresciute di quasi il 50%: nel 2014 avevamo una spesa di 145 miliardi di euro e oggi, alla fine del 2023, ci ritroviamo con una previsione di bilancio pari a 215 miliardi di euro… riarmiamoci e partite!

Riarmiamoci e partiteLo si legge nel recente Rapporto  Arming Europe-Military Expenditures And Their Economic Impact In Germany, Italy, And Spain, commissionato dai tre uffici nazionali di Greenpeace in Germania, Italia e Spagna.

La Germania ha aumentato la spesa militare reale del +42%. L’Italia del +30% e la Spagna del +50%. In tutti e tre i paesi questo aumento è interamente dovuto all’acquisizione di armi ed equipaggiamenti provenienti per metà dagli Stati Uniti d’America.

Insomma, l’Unione Europea si sta avvicinando all’obiettivo del 2% imposto dagli Stati Uniti e dalla NATO stessa. Interessante notare anche il vero beneficiario di questo riarmo: gli Stati Uniti, in quanto una buona percentuale di spesa deriva dall’acquisto di armi di fabbriche statunitensi.

Più spese militari meno welfare

Nello stesso documento viene esplicitato come l’aumento delle forniture militari avviene in un momento di stagnazione, inflazione alle stelle e aumento del debito pubblico dei Paesi europei a scapito di altre voci:

«Nell’aggregato dei Paesi UE della NATO, nell’ultimo decennio la spesa pubblica totale è aumentata del 20% in termini reali (circa il 2% in media all’anno), ma la spesa militare è cresciuta più del doppio, del 46%, a fronte di aumenti più contenuti nell’istruzione (+12%), nella protezione ambientale (+10%) e nella sanità (+34%)».

Quindi, mentre si aggrava la crisi economica e climatica, si continuano i tagli alla sanità pubblica, alla scuola, alle politiche sociali (casa, affitti, bollette) alla disabilità, alle politiche di genere e di accoglienza.

Per la sanità pubblica dopo il Covid è prevista una maggiorazione della spesa al +7% fino al 2024 mentre per la Difesa la crescita sarà pari al 47%. Come dire, una bella differenza!

Una precisa scelta che prefigura il piano politico del nostro Governo e la società che intende instaurare, che cozza con i principii costituzionali, di cui ormai non ricordiamo il contenuto.

Effetti economici delle spese militari

Per tutti quelli che pensano che l’industria bellica sostenga l’economia (senza prendere in considerazione il risvolto etico) ci sono cattive notizie. Al di là dei proclami di Valerio Valentini su «il Foglio» del 9 aprile 2022 dando voce a Mario Draghi: «E il dato, almeno sulla carta, è inequivocabile: a fronte di un aumento di spesa di circa 10 miliardi, tra il 2020 e il 2028, il comparto industriale della Difesa otterrebbe quasi 13 miliardi in più di ricavi, e l’export del settore aumenterebbe di quasi 8 miliardi». Certo potenziando la vendita di armi di produzione italiana all’estero (nell’articolo vengono chiamati «prodotti») e coinvolgendo le principali aziende del settore: Leonardo, Iveco, Telespazio, Avio, Mbda.

Questo dato, confutato più volte, lo è nuovamente in Arming Europe. Qui le risposte degli economisti che hanno curato la stesura del report – Chiara Bonaiuti, Paolo Maranzano, Mario Pianta, Marco Stamegna – sono piuttosto chiare. Da un lato le importazioni sono delle spese e non generano né occupazione né produzione. Esemplificando si dice che se in Germania una spesa immaginaria di 1.000 milioni di euro per l’acquisto di armi porterebbe a un aumento della produzione interna di 1.230 milioni di euro, in Italia, l’aumento risulterebbe di soli 741 milioni di euro, visto che una parte maggiore della spesa è destinata alle importazioni.

In Spagna, invece, nello stesso rapporto, l’aumento della produzione interna è di 1.284 milioni di euro. Sempre nella stessa esemplificazione si dice che l’effetto sull’occupazione sarebbe di 6.000 posti di lavoro aggiuntivi (a tempo pieno) in Germania, 3.000 in Italia e 6.500 in Spagna. Ma se gli stessi 1.000 milioni di euro venissero spesi per l’istruzione, la salute e l’ambiente, l’impatto economico e occupazionale sarebbe decisamente maggiore. Si calcola infatti che quello sull’occupazione sarebbe da due a quattro volte superiore a quello atteso da un aumento nella spesa per le armi.

In questo modo si rallenterebbe la crescita economica dei Paesi europei, aggravando la loro crisi sociale, ambientale.

Spese militari e sicurezza

L’altro aspetto su cui porre l’attenzione è quello della sicurezza. È di nuovo tornato alla ribalta il principio romano «Si vis pace para bellum», prendendo spunto dalla guerra Ucraina-Russia.

Possiamo leggerlo sul sito di Affari Internazionali, dove si ribadisce che la logica della deterrenza (si evita la guerra se si ha un apparato bellico così forte da convincere il potenziale aggressore a stare fermo) sia l’unica ad assicurare la pace.

Le parole dell’Arming Europe sono queste:

«La scelta della militarizzazione non si giustifica nemmeno sulla base delle esigenze di sicurezza dell’Europa, che sarebbe meglio garantita da accordi politici e diplomatici, iniziative di prevenzione e risoluzione dei conflitti, controllo degli armamenti e processi di disarmo. Al contrario, questa strategia può portare a una nuova corsa agli armamenti, con l’effetto immediato di destabilizzare ulteriormente l’ordine internazionale. La sicurezza, del resto, non può essere intesa solo in termini militari, come evidenziato anche dall’adozione da parte delle Nazioni Unite del concetto di “human security”, secondo cui per mantenere la pace si devono tutelare i diritti civili, politici, economici, sociali e culturali, insieme alle condizioni ambientali e climatiche».

Oltretutto si parla di «sicurezza» in termini generici. Ma sorge spontanea una domanda: chi mi assicura che questi nuovi apparati non vengano anche usati in futuro per la «sicurezza interna», cioè per eliminare i dissensi interni? Oggi si assiste a ciò che viene chiamata «criminalizzazione del dissenso»; ma già questa definizione non potrebbe preparare a operazioni più raffinate di dissuasione verso chi ha opinioni diverse da quelle che sono sempre più veicolate sui mass-media?

Spero di no.


 

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