Verso l’abolizione degli armamenti nucleari?

Elena Camino

Un appuntamento per la pace tra poche settimane

A Vienna, dal 21 al 23 giugno si svolgerà la Prima Conferenza degli Stati Parti (First Meeting of States Parties, 1MSP) del Trattato sulla Proibizione delle Armi Nucleari (Treaty on the Prohibition of Nuclear Weapons, TPNW) per un confronto sulla minaccia nucleare e il disarmo.

Si tratta del primo strumento internazionale legalmente vincolante che proibisce l’esistenza delle armi nucleari: il TPNW, approvato nel 2017 presso le Nazioni Unite ed entrato in vigore a gennaio 2021, è stato firmato da 86 Stati e ratificato da 60 (in Europa da Austria, Irlanda, San Marino, Santa Sede).

Prima dell’adozione di questo Trattato, le armi nucleari erano le uniche armi di distruzione di massa non soggette ad un bando categorico nonostante le loro catastrofiche, persistenti, diffuse conseguenze umanitarie. Il nuovo accordo riempie così un rilevante vuoto nella normativa internazionale. Proibisce agli Stati di sviluppare, testare, produrre, realizzare, trasferire, possedere, immagazzinare, usare o minacciare di usare gli armamenti nucleari, o anche permettere alle testate di stazionare sul proprio territorio. Inoltre impedisce loro di assistere, incoraggiare o indurre altri Paesi ad essere coinvolti in tali attività proibite.

L’Italia finora ha deciso, come tutti gli alleati Nato, di non aderire. 

L’Italia parteciperà come osservatrice?

Sul sito di ‘Sapereambiente’, in un articolo del 24 Maggio 2022 la giornalista Francesca Santoro fornisce alcune informazioni su un documento presentato dalla Commissione Esteri della Camera a favore del disarmo nucleare. Con la Risoluzione n. 7-00766 la Commissione Esteri della Camera propone al Governo indicazioni per fare passi concreti verso il disarmo nucleare globale[1], e sollecita il Governo ad attivare percorsi di disarmo. Il documento, che è stato approvato il 18 maggio, inizia con richiami alla minaccia atomica e alla necessità del disarmo nucleare, ricordando che l’Italia ha sempre ribadito che l’obiettivo di un mondo senza armi nucleari è uno dei cardini della propria politica estera, pur considerando l’articolata cornice degli impegni internazionali e gli aspetti di sicurezza collegati.

La risoluzione prosegue indicando il Trattato sulla proibizione delle armi come quadro di riferimento in cui perseguire tale proposito.

La risoluzione della Commissione Esteri, pur ricordando la necessaria compatibilità con le alleanze internazionali assunte dall’Italia, impegna il Governo a valutare possibili azioni di avvicinamento ai contenuti del Trattato TPNW, in particolare per quanto riguarda azioni di «Assistenza alle vittime e risanamento ambientale», considerando la grande tradizione umanitaria dell’Italia (…)». Impegna inoltre il Governo a «considerare, in consultazione con gli Alleati, l’ipotesi di partecipare come «Paese osservatore» alla Prima Riunione degli Stati Parti del Trattato di proibizione delle armi nucleari. In effetti la Conferenza è aperta anche ai paesi che non hanno ancora ratificato il trattato. Un’occasione per partecipare in qualità di osservatori e riconfermare la disumanità delle armi nucleari. Parteciperanno la Svizzera, la Svezia e la Finlandia, che non hanno firmato il TPNW, così come i membri Nato Germania e Norvegia, come sottolineato dalla risoluzione.

L’importanza dell’impegno umanitario

Il sito delle Nazioni Unite dedicato al Trattato per la proibizione degli armamenti nucleari  offre informazioni dettagliate ed esaurienti sui diversi aspetti del Trattato: dagli incontri preparatori, ai verbali delle riunioni ufficiali, al testo ufficiale, alla lista dei Paesi aderenti, alle interviste che hanno contribuito alla realizzazione di questo importante – se pur ancora parziale – successo.

A presiedere questa prima Conferenza sarà Alexander Kmentt, Direttore del Dipartimento su Disarmo, Controllo degli Armamenti e Non Proliferazione del Ministero degli Esteri austriaco. Egli è uno degli architetti  dell’Humanitarian Pledge’, l’impegno umanitario che alcune personalità coraggiose e visionarie concepirono nel 2014 per convincere il mondo a proibire queste armi di distruzione globale.

Alexander Kmentt ha pubblicato nel 2020 un libro in cui racconta i retroscena di questo lungo cammino:

The Treaty Prohibiting Nuclear Weapons: How it was achieved and why it matters (Routledge 2020)’, e descrive come un piccolo gruppo affiatato di importanti diplomatici del disarmo, accademici ed esperti di ONG –  dimostrando le inaccettabili conseguenze umanitarie e i rischi incontrollabili che le armi nucleari rappresentano per la sicurezza di tutti – abbia convinto la maggior parte degli Stati del mondo a vietare le armi nucleari e a respingere la politica di deterrenza nucleare in quanto irresponsabile e illegittima. Una lezione di fiducia, dunque, sulle possibilità della società civile di incidere sulle scelte politiche, e un incoraggiamento a continuare sulla strada del disarmo totale.

Oltre ai trattati:  informarsi e approfondire

Naturalmente ogni persona sulla Terra è direttamente coinvolta nelle decisioni che riguardano il tema degli armamenti nucleari, e dovrebbe potersi esprimere in proposito. Sappiamo che le cose non stanno così: interi popoli sono tenuti all’oscuro delle conseguenze di possibili incidenti nucleari, e dei rischi attualmente connessi alla produzione, allo stoccaggio e allo smantellamento di questo particolare tipo di arma. Anche chi ne è a conoscenza non ha la possibilità di esprimere un parere, e persino noi – minoranza privilegiata – in realtà non abbiamo informazioni sufficienti, né strumenti concettuali adeguati per esprimere pareri consapevoli sull’opportunità o meno di bandire la produzione, l’installazione e l’uso delle armi nucleari. Non solo: mancano finora le competenze necessarie per provvedere allo smantellamento in sicurezza degli arsenali e all’eliminazione delle scorie radioattive.

Quello di cui disponiamo sono per lo più pareri di ‘tecnici’ (la maggior parte militari) e schieramenti di politici, che si muovono sul vasto scacchiere geopolitico mondiale, attenti alle dinamiche di potere ma per lo più privi di conoscenze storiche e di competenze aggiornate sulla complessa filiera che dagli anni ‘40  del secolo scorso contribuisce – con la produzione di quest’arma letale – a tenere il mondo intero sotto la minaccia di un olocausto globale.

Sono andata allora alla ricerca di documenti che mi permettessero di capire qualcosa di più di questa terribile minaccia che da molti decenni incombe non solo sull’umanità ma anche sul destino degli altri viventi che condividono con noi la Terra. Come siamo arrivati a questa situazione paradossale, della quale sembra che non riusciamo a liberarci? Che cosa pensa la gente di queste armi ‘difensive’ che se usate distruggerebbero il mondo? Alla luce del moltiplicarsi di guerre sempre più tecnologicamente complesse, e del proliferare di paesi e gruppi di potere in grado di possedere ordigni nucleari, a quale livello di sicurezza possiamo affidarci?

Tra i documenti che ho consultato mi sono sembrati particolarmente interessanti quelli prodotti da due ricercatori universitari, due studiosi che hanno esplorato in modo approfondito e rigoroso due aspetti complementari del problema. Ve li presento.

 Alex Wellerstein. Statunitense, storico, specializzato nella Storia delle armi nucleari presso lo Stevens Institute of Technology nel Ney Jersey. È molto conosciuto a livello internazionale in quanto creatore di NUKEMAP, una simulazione che consente di visualizzare e calcolare gli effetti (fisici, chimici, sanitari ecc.) di una esplosione nucleare. Di recente ha messo a punto un’analoga simulazione, con la quale si possono evidenziare gli effetti di un eventuale lancio di missili.   Oltre a questi strumenti didattici questo ricercatore ha pubblicato i risultati di numerose indagini sui rischi di incidenti nucleari verificatisi nei decenni passati, che sono in parte riassunti in alcuni  articoli pubblicati sul sito del CSSR[2] . In un suo libro pubblicato di recente (Restricted Data. The History of Nuclear Secrecy in the United States ) analizza il ruolo e le implicazioni della segretezza imposta ai progetti nucleari sulle scelte politiche e sociali del Paese.

Alex Wellerstein è attualmente impegnato in un progetto che ha per titolo ‘Reinventing Civil Defence’, Reinventare la Difesa Civile. A partire dalla storia della difesa civile, questo studioso si propone di sviluppare nuove strategie comunicative per far crescere la consapevolezza dei giovani sui rischi che l’umanità sta correndo, se continua a produrre e immagazzinare armi nucleari.

Benoît Pelopidas è un ricercatore francese, titolare della cattedra in Security Studies presso l’istituto CERI (Sciences Po). Cinque anni fa ha dato avvio al Programma  ‘Nuclear Knowledges’, il primo progetto di ricerca in Francia sul tema del nucleare che sia del tutto indipendente per quanto riguarda le tematiche su cui investigare e le fonti di finanziamento.

Grazie a un approccio rigoroso e sistematico questo Autore ha esplorato la storia dello sviluppo degli armamenti nucleari nello scenario delle relazioni internazionali, raccogliendo documentazione su temi cruciali quali la proliferazione, il dilemma della sicurezza, la vulnerabilità.

Come il suo collega americano questo Autore sottolinea l’importanza della ricerca autonoma e indipendente; è inoltre particolarmente interessato a indagare l’opinione del pubblico sul tema delle armi nucleari, e a promuoverne una maggiore  consapevolezza, nell’ intento di favorire scelte autonome e democratiche da parte della società civile, che siano in grado di contrastare le decisioni che – grazie alla segretezza del potere – continuano ad essere prese dall’alto.

Pelopidas ha pubblicato pochi mesi fa (gennaio 2022) un libro dal titolo: Repenser les choix nucléaires. La séduction de l’impossible, pubblicato da Presses de Sciences Po.

I due ricercatori hanno collaborato in passato sul tema della sicurezza. Un articolo divulgativo pubblicato sul Washington Post nel 2020 e firmato da entrambi era così intitolato: “La ragione per cui non abbiamo finora avuto disastri nucleari non è l’attenta pianificazione. E’ fortuna. Il ruolo allarmante della buona sorte nella storia degli armamenti nucleari.[3]

Alex Wellerstein: quale compatibilità tra segretezza e democrazia?

In questi tragici mesi di guerra anche noi – cittadini italiani – abbiamo avuto ampie e inquietanti dimostrazioni della segretezza con cui il nostro governo sta rispondendo alle sollecitazioni del governo ucraino a inviare armi per sostenere la guerra contro la Russia. Non sappiamo quante e quali armi abbiamo inviato (e invieremo?), quanto ci sono costate, a chi saranno consegnate, verso quali bersagli… Eppure noi siamo, ufficialmente, un paese democratico, e l’articolo 11 della nostra Costituzione afferma che “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali…”.  Ma la segretezza imposta dai nostri rappresentanti ci sottrae il diritto di esprimere le nostre scelte su un tema così importante!

Un tema che Wellerstein ha approfondito con i suoi studi storici riguarda la segretezza che ha avvolto fin dall’inizio la ricerca scientifica e l’applicazione pratica nella fabbricazione delle armi nucleari. Nel libro già citato, fresco di stampa    (Restricted Data. The History of Nuclear Secrecy in the United States)  mette in luce la contraddizione che la scelta della segretezza ha portato con sé sia rispetto all’idea originaria di scienza, intesa come impresa libera al servizio dell’umanità, sia rispetto alla pratica della democrazia: fin dall’inizio, questa segretezza è stata contestata – senza successo –  come incompatibile rispetto ai valori fondanti della libera ricerca e della democrazia.

In questo libro lo studioso dimostra che la bomba atomica americana fu costruita in segreto. Dal momento in cui gli scienziati hanno concepito per la prima volta la possibilità di fabbricarla, fino ai bombardamenti di Hiroshima e Nagasaki e oltre, il sistema di potere militar-industriale e politico degli USA ha esercitato uno stretto controllo sulla diffusione delle informazioni nucleari e dei risultati scientifici che hanno reso possibili armi così potenti.

Basandosi su archivi declassificati, inclusi i documenti rilasciati dal governo USA per la prima volta grazie agli sforzi personali dell’autore, il libro ripercorre la complessa evoluzione del regime di segreto nucleare degli Stati Uniti dal primo sussurro della bomba atomica alle crescenti tensioni della Guerra Fredda fino all’inizio del XXI secolo. La bomba atomica non è stata semplicemente l’applicazione della scienza alla guerra, ma il risultato di decenni di investimenti nell’istruzione scientifica, nelle infrastrutture e nella collaborazione globale, e ha dunque condizionato profondamente la struttura e la narrativa dominante della società americana.

Le riflessioni e le conclusioni dell’Autore riguardano il caso degli Stati Uniti: degli altri Stati coinvolti nella lunga ‘guerra fredda’ non ci sono a tutt’oggi documenti accessibili al pubblico, né da parte occidentale né dall’altro lato della ‘cortina di ferro’.  Anzi: il moltiplicarsi delle conoscenze scientifiche e dei progressi tecnologici ottenuti da un numero crescente di Stati ha esasperato gli sforzi di segretezza, le dinamiche di spionaggio, le collusioni nascoste, gli accordi sotto banco che ormai costituiscono una fitta rete internazionale, mettendo sempre più in collegamento interessi geopolitici che vanno ben al di là degli schieramenti che vedevano contrapporsi paesi ‘democratici’ e paesi con regimi autoritari.

Tra le numerose recensioni che accompagnano la pubblicazione di questo libro ne propongo una scritta da Allen Ellsberg, autore del libro “The doomsday machine” (La macchina del giudizio universale) pubblicato nel 2017, che conteneva una drammatica denuncia sulla gestione USA dell’apparato tecnologico e politico degli armamenti nucleari[4].

<< Ho creduto a lungo che l’illecita segretezza adottata nelle politiche nucleari abbia messo a rischio la sopravvivenza della civilizzazione. Nel suo libro Wellerstein sostiene che l’alba dell’era atomica americana abbia inaugurato una nuova fase di segreti di stato che ha imbevuto ormai in modo permanente la pratica di governo e la cultura degli USA. Egli ci offre uno sguardo inquietante sui meccanismi nascosti dei programmi nucleari top-secret, e pone domande cruciali su che cosa accade quando la segretezza diventa routine – e che cosa implica per il pubblico globale che è tenuto all’oscuro.  La mia risposta è: “corriamo un rischio catastrofico”>>.

In conclusione – come affermano persino esperti del calibro di Ellsberg –  il carattere segreto della ricerca militare sulle armi atomiche e sull’innovazione tecnologica degli arsenali, estesa ormai al campo incontrollato del settore informatico, ha reso questa impresa definitivamente incompatibile con gli ideali della scienza e della democrazia, e sollecita la società civile – oggi – a pretendere dai governi e dalle istituzioni un cambiamento radicale.

Benoît Pelopidas: l’indipendenza della ricerca e lo studio dei futuri possibili

In una intervista rilasciata il 16 maggio scorso[5] Benoît Pelopidas richiama l’attenzione sulle relazioni – ancor oggi  inesplorate – tra la situazione di un mondo ormai ampiamente ‘nuclearizzato’ e il livello di democrazia dei Paesi detentori di armi atomiche. Dopo aver denunciato l’assenza (in Francia) di studi sulle possibili azioni politiche da intraprendere in caso di guerra nucleare, e riferendosi alla letteratura internazionale, Pelopidas  sottolinea la mancanza di  studi approfonditi e indipendenti sui cambiamenti che la nuclearizzazione del mondo ha portato nella gestione dei governi democratici.  Gli studi attuali sulla democrazia non prendono in considerazione il ruolo assunto dagli armamenti nucleari nelle pratiche politiche, come se questo radicale cambiamento di scenario non avesse alcuna rilevanza nelle relazioni internazionali, e soprattutto danno per scontato che la diffusa e crescente presenza di armi di distruzione di massa sia compatibile con la pratica della democrazia.

In passato, nel periodo della ‘deterrenza nucleare’, i governi imponevano l’installazione di sistemi di sorveglianza per individuare le minacce nemiche, senza preoccuparsi di interpellare i cittadini. Si trattava di una difesa considerata necessaria, gestita dagli apparati militari su aree circoscritte.

Secondo Pelopidas nella situazione attuale uno stato nucleare si aspetta che i suoi cittadini accettino tre condizioni, che tuttavia non sono state né indagate né richieste: che consentano di essere un bersaglio, ovunque nel Paese e non solo nei centri di potere; che accettino che il loro capo di stato utilizzi l’arsenale militare a nome dell’intera rappresentanza politica, dato che la rapidità di un eventuale attacco richiede tempi immediati di risposta;  infine, che acconsentano a che le loro tasse siano utilizzate per finanziare l’arsenale nucleare e il suo ammodernamento.

Benoît Pelopidas mette in discussione l’idea dominante, secondo la quale ci sarebbe un generale consenso tra i cittadini francesi per gli armamenti nucleari. E cita in proposito i risultati di due sondaggi (non pubblicati) che mettono in dubbio tale consenso.

Questo gruppo di studiosi sostiene inoltre che non devono più essere i militari, gli ‘esperti’ e i politici (con i media da portavoce al loro servizio) a definire lo scenario nucleare: essi stanno infatti ribadendo – senza nessuna seria documentazione a sostegno –  una narrazione ormai obsoleta, che per decenni è stata imposta all’opinione pubblica.  Il programma di ricerca “Nuclear Knowledges”[6], avviato da Pelopidas e colleghi a partire dal 2017, ha già messo in luce l’inadeguatezza della narrazione politica dominante, smontando varie tesi che continuano ad essere sostenute senza alcun dato scientifico di supporto:  che la deterrenza offra protezione contro la vulnerabilità; che sia giustificata la fiducia nell’impossibilità di esplosioni accidentali; che gli esperti militari e i ricercatori finanziati da istituzioni non indipendenti siano esenti da conflitti di interesse.

Più in generale,  Benoît Pelopidas e il suo gruppo di ricerca hanno avviato indagini storiche e sociologiche per affrontare in modo consapevole e rigoroso le dinamiche che hanno portato l’umanità a questa situazione paradossale: avere a disposizione arsenali così grandi e pericolosi, da correre il rischio di distruggere il nostro stesso pianeta…  Gli armamenti nucleari sono progettati, costruiti, dispiegati e gestiti da persone le cui conoscenze e opinioni sono plasmate da un contesto istituzionale, sociale e politico che influenza fortemente le loro posizioni rispetto ai benefici e ai pericoli delle tecnologie nucleari.  E’ importante trovare risposta a questioni cruciali.  Chi decide quali interpretazioni e modi di ragionamento contano come autorevoli, competenti e degni di fiducia, e quali sono scartati o respinti? Su quali basi, e assumendosi quali responsabilità, questi decisori coordinano, organizzano, finanziano la complessa rete di strutture, attività, eventi che caratterizzano la difesa nucleare?  La proposta di questo gruppo di studiosi è quella di sviluppare ricerche indipendenti, riesaminando criticamente le memorie del passato ed elaborando molteplici visioni del futuro, contestualizzando la problematica degli armamenti nucleari nella situazione attuale, in cui eventi imprevisti e straordinari (la pandemia, il cambiamento climatico) hanno radicalmente modificato il concetto di ‘minaccia’ e di ‘nemico’.

Numerose pubblicazioni disponibili sul sito ‘Nuclear knowledge’ , e il libro già citato, da poco pubblicato da Benoît Pelopidas e il suo gruppo – Repenser les choix nucleaires – offrono molti spunti di riflessione e pongono interrogativi che sarebbe utile e interessante portare all’interno dei movimenti e delle associazioni impegnate nel contrastare l’opzione finora dominante, degli armamenti nucleari come strumenti di necessaria difesa.

Oltre le dimostrazioni

La lunga attività di lavoro diplomatico che dal 2014 ad oggi ha portato 86 Stati del mondo a firmare il Trattato sulla Proibizione delle Armi Nucleari è arrivata a un punto cruciale. A Vienna, dopo la conclusione della Prima Conferenza degli Stati Parti (dal 21 al 23 giugno) inizierà un nuovo periodo, in cui alle relazioni diplomatiche si affiancheranno studi e ricerche indirizzati a concretizzare i nuovi accordi. Sarà necessario coinvolgere la società civile affinché imponga ai governi di finanziare non più la costruzione e installazione di ordigni nucleari – con il relativo accompagnamento di strutture, mezzi di trasporto, sistemi di sicurezza ecc. – ma le opere di denuclearizzazione e disinstallazione.

Per agire verso la denuclearizzazione del mondo sarebbe molto utile promuovere fin d’ora iniziative orientate a costruire un nuovo immaginario collettivo, offrendo al pubblico – soprattutto ai giovani – i risultati di studi indipendenti come quelli sopra citati: traducendo e divulgando, per esempio, i libri di Wellerstein e Pelopidas, e di altri gruppi impegnati in una riflessione critica del tema.

Sarebbe utile promuovere ricerche scientifiche analoghe a quelle sopra citate, che svelino i retroscena del ‘nucleare italiano’, e attivare corsi universitari che consentano una adeguata formazione superiore sugli aspetti tecnici, sociali e ambientali  legati a questo tema.

Inoltre, bisognerebbe promuovere e finanziare ricerche sui processi di riconversione dall’industria di guerra all’industria di pace. Anche in questo caso la narrativa dominante difende l’enorme apparato produttivo dell’impresa nucleare (e in generale della produzione di armamenti) presentandola come soluzione unica alla drammatica perdita di posti di lavoro, ma lo fa senza l’apporto di una valida documentazione.  In realtà alcuni interessanti studi economici forniscono dati che dimostrano il contrario: un gruppo di studiosi USA guidato da Robert Pollin e Heidi Garrett-Peltier da anni pubblica articoli sulle maggiori potenzialità di lavoro in campo civile rispetto al militare[7].  I loro lavori sono stati citati nel 2020 in una pubblicazione a cura dell’ United Nations Office of Disarmament Affairs sotto il titolo  “Rethinking Unconstrained Military Spending” che critica l’enorme e crescente bilancio globale del settore militare, esamina l’impatto negativo della militarizzazione sulla sicurezza, esplora i benefici che possono derivare riducendo I finanziamenti militari verso progetti di sostenibilità, e discute  l’esperienza di iniziative per convertire la produzione di armi verso scopi civili.

Sarebbe importante che anche le nostre università ricevessero finanziamenti (pubblici, naturalmente) per studiare le opportunità della conversione dei posti di lavoro da militare a civile, e si aprissero percorsi di studio per formare i giovani a una economia di pace.

E’ interessante notare il gruppo di studiosi sopra citati si sta occupando attualmente del rapporto tra impieghi nel settore militare e opportunità di lavoro nell’ambito civile[8], prendendo in esame le reali urgenze del giorno d’oggi: affrontare il cambiamento climatico creando posti di lavoro utili alla transizione ecologica, e indirizzare le energie di tanti giovani, attualmente intrappolati in mortificanti attività di controllo per la ‘sicurezza’ dell’Italia, motivandoli a impegnarsi in impieghi creativi e socialmente apprezzati, in grado di contribuire in modo concreto al ripristino e alla cura dei socio-eco-sistemi dai quali dipende completamente la vita umana.


Note

[1] Impegno dell’Italia a favore del disarmo nucleare, approvata una risoluzione. La III Commissione Affari esteri ha approvato, in una nuova formulazione, la risoluzione n. 7-00766 Boldrini: Sull’impegno dell’Italia a favore del disarmo nucleare.

[2] (https://serenoregis.org/2020/07/21/dal-trinity-test-a-hiroshima-e-nagasaki-e-oltre-una-storia-complessa-elena-camino/ ; https://serenoregis.org/2021/01/12/trattato-onu-armi-nucleari/).

[3] The reason we haven’t had nuclear disasters isn’t careful planning. It’s luck.

The alarming role of good fortune in the history of nuclear weapons. https://www.washingtonpost.com/outlook/2020/08/10/reason-we-havent-had-nuclear-disasters-isnt-careful-planning-its-luck/  (10 agosto 2020).

[4] Una sintesi si può leggere sul sito del CSSR: https://serenoregis.org/2018/01/22/la-macchina-dellapocalisse-elena-camino/.

[5] Caught in the nuclear trap(s)? The responsibility and findings of independent scholarship. Interview with

https://www.sciencespo.fr/ceri/en/content/caught-nuclear-traps-responsibility-and-findings-independent-scholarship-interview-benoit-pe.html

[6] The Nuclear Knowledges website

[7] The US employment effects of military and domestic spending priorities R Pollin, H Garrett-Peltier – International Journal of Health Services, 2009.

The Job Opportunity Cost of War H Garrett-Peltier – Watson Institute, Brown University, 2014

[8] Creating a Clean-Energy Economy: How Investments in Renewable Energy and Energy Efficiency Can Create Jobs in a Sustainable Economy. LAP Lambert Academic Publishing, 2011. (https://www.amazon.it/Creating-Clean-Energy-Economy-Investments-Sustainable/dp/3844306455)

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