Stop the War Now. Si (“non”) vis pacem para bellum

Gigi Eusebi

di Gigi Eusebi


Stop the War, now. Si (“non”) vis pacem para bellum – se (“non”) vuoi la pace, prepara la guerra… si, è cambiato poco dai Romani in duemila anni.

Stop the War Now

Ho e abbiamo partecipato a “Stop the War, now!”, iniziativa di inizio aprile contro la guerra indetta da 153 realtà dell’associazionismo italiano, che ha coinvolto 221 attivisti e in loco decine di volontari internazionali. Si è andati nell’ovest dell’Ucraina, nella zona di Leopoli, quella che costituisce il corridoio preferenziale dei convogli umanitari di mezzo mondo e da dove stanno passando milioni di profughi, per portare cibo e medicine (32 tonnellate), “caricare” circa 200 persone, tra cui parecchi disabili, che vengono ora insediate in strutture di accoglienza in tutta Italia.

Ma soprattutto, nelle intenzioni, siamo andati per incontrare e coinvolgere realtà locali impegnate per la cessazione del conflitto ed effettuare una marcia condivisa, sabato 2 aprile, per le vie della città. Sulla falsariga di analoga iniziativa a Sarajevo nel 1992 ai tempi dei massacri dei civili nella ex-Jugoslavia, ci si è proposti di testimoniare, là dove il conflitto si svolge, l’opposizione a questa come a tutte le guerre, senza parteggiare per gli uni o per gli altri, pur con azioni concrete di solidarietà con la gente.

Come si legge su diversi social emergono anche perplessità su qualche aspetto dell’iniziativa, peraltro messa lodevolmente in piedi in pochissimi giorni: poco coinvolgimento dei locali nella marcia, interlocutori istituzionali ucraini più propensi all’armamentismo che al pacifismo (la parola “mir“, pace, non l’abbiamo sentita pronunciare da nessuno), una conduzione gestita da gruppi di area cattolica (capofila la Giovanni XXIII di Rimini) con una lettura forse più assistenziale che socio-politica di questa complessa vicenda.

Ma pur con qualche dubbio si è realizzato qualcosa di concreto e speriamo utile, che apra la strada al moltiplicarsi di iniziative internazionali più strutturate anche su quel territorio, visto che tutto lascia pensare che i tempi della guerra non saranno brevi. Mentre gli intellettuali da salotto, soprattutto in Italia, pontificano “verità” assolute su tutti i canali TV generalisti, spiegando ogni dettaglio e dando soluzioni come se masticassero la materia da sempre e non fossero anche in questo caso costretti a “marchette” al soldo delle lobby editoriali di riferimento, oltretutto dopo due anni in cui quasi tutti loro (e molti di noi) erano diventati esperti virologi (sempre marchettari e sempre da salotto…).

È stata una prima risposta alla banale domanda che spunta sempre quando scoppia una guerra, almeno quando i “cattivi” sono gli altri e non l’Occidente, considerando che di guerre oggi nel mondo, occultate, ce ne sarebbero 57. «Dove sono i pacifisti.

Sono qui, dentro il terreno del conflitto, seppur un po’ ad ovest. Si pensava che la zona di Lviv (Leopoli) fosse meno a rischio del sempre più lungo elenco dei luoghi focolaio di battaglie, massacri, del Risiko indecente dei signori della guerra. Ma spesso suonano le sirene anche da queste parti, specie di notte, allertando su possibili e imminenti bombardamenti in arrivo. Su e giù dalle scale dei bunker approssimativi sparsi qua e là, con una funzione che appare a volte più psicologica, di sensazione apparente di protezione, che reale. Le prime volte anche noi ci si precipitava uscendo dai bozzoli dei sacchi a pelo nella palestra allestita a mega dormitorio, mentre dopo un po’ si tende a fare come la gente del posto, ovvero continuare a vivere, o almeno provarci.

Questo segno di “anestetizzazione”, pur alimentato da una propaganda interna che spinge invece verso sentimenti di resistenza e lotta, o addirittura di “vittoria”, come alcuni pensano o gridano, mi è parso generalizzato. Che si provi a gestire nel modo più normale possibile la quotidianità, che si mettano insieme velocemente quattro cose da infilare nei bagagli prima di fuggire dall’Ucraina, pensando o sperando di tornare in tempi brevi, o che si entri o esca dai bunker in attesa che le sirene cessino di suonare, tutto ciò all’apparenza viene gestito con postura calma, una calma con faccia triste, quasi rassegnata.

Nella manifestazione ho sfilato con la bandiera No Tav. Ero in dubbio se portare in Ucraina la bandiera palestinese, alla fine ho pensato che il tema delle grandi opere inutili ed energivore fosse più inerente alle battaglie contro le cause delle guerre, gli interessi di chi le fomenta e agisce per non farle finire, gli effetti collaterali, come il disastroso sperpero di denaro pubblico per armamenti e grandi opere. E poi tanti sembrano ignorare colori e storia della bandiera palestinese. Per dire, al Friday for Future di Torino del 26 marzo scorso, mentre marciavo con i colori della Palestina qualche ragazzo aveva chiesto di che squadra di calcio fosse quella bandiera…

Non è comparso alla fine il vessillo No Tav nelle foto “ufficiali” con gli altri striscioni durante la marcia a Leopoli, in quel momento è stato chiesto di toglierla, con due giustificazioni, tra il sorriso amaro di alcuni di noi: «Cosa c’entra» e «Nessuna bandiera di partiti». As-vidanja.

Stop the War Now
Stop the War Now

Seguono flash su quanto visto in zona condivisi con Anna Spena, di Vita

Paura e speranza

L’A4 è un’autostrada che attraversa la Polonia da ovest ad est, traccia il percorso che arriva ai valichi di frontiera con la Germania e che da Cracovia porta al confine ucraino. Nelle ultime settimane è intasata da camion e minivan che la percorrono ad ogni ora. Sui mezzi, a caratteri cubitali, le stesse diciture: Humanitarian Aid.

Gli aiuti umanitari servono ai confini ad est, i più prossimi all’Ucraina. I confini sono un’altra fotografia della guerra, non si vedono le armi e non si sentono i bombardamenti. A chi popola questi confini il rumore delle bombe rimbalza nelle orecchie sotto forma di paura, la stessa che li ha fatti scappare dalla loro casa. Dov’è casa? Casa non c’è più. Qualcuno si chiede se è rimasta in piedi. Tutti hanno una domanda non espressa: “Che succede a chi è rimasto lì?”

Przemysl Glówny

A Przemysl Glówny arrivano le persone che sono riuscite a salire su un treno in partenza da una città ucraina. Come Olga, scappata con la madre: «Mio padre è rimasto a Dnipro a combattere». Alla stazione di Przemysl la guerra ha un odore di corpi ammassati. E la faccia dei bambini – imbacuccati con abiti da neve – e degli anziani. I primi messi in salvo dalle madri, scappare significa la possibilità di una vita nuova, hanno dalla loro il tempo. Gli anziani? No, il tempo per una vita nuova non ce l’hanno. Stanno fermi e pazienti, con disperazione composta, osservando un’altra guerra insensata.

Guerra con le sembianze di donne come Alina, Ania, Katia, due sorelle e la madre. Non parlano inglese. Ania ha 13 anni, dice: «Solo ucraino e russo». Su russo si ferma, fa una smorfia tra il beffardo e il rassegnato. «Siamo arrivate da Dnipro. Vogliamo andare a Praga, vogliamo vivere sicure. Papà? Papà no, non poteva partire». Sui passaggi di confini gli uomini sono  assenti, chi ha dai 18 ai 60 anni non può lasciare l’Ucraina, deve combattere.

Confine di Korczowa

Cosa vuoi fare in Germania? “Vivere”. Liuba ha 40 anni. È scappata da Kirovograd. Nelle mani stringe il cellulare, sta guardando i video della sua città bombardata. Sei partita da sola? «No», gira la testa e indica il cane, un cane grande. Tutti, o quasi, hanno un animale con loro. Da casa non hanno portato niente, non c’era tempo. L’animale è il legame con una quotidianità che non esiste più. Liuba è seduta su una brandina del Korczowa dolina centrum in Polonia, la frontiera più vicina è a pochi minuti. Chi può l’attraversa in macchina, ma la maggior parte non può, varca il confine a piedi. Nei pressi un centro commerciale che dal 24 febbraio si è trasformato in un campo di accoglienza. Le brandine riempiono corridoi e stanze che prima erano boutique.

Border Crossing Dolhobyczon Uhrynow

È una frontiera secondaria. Un militare saluta moglie e figlia. La bambina tiene un cagnolino al guinzaglio e con la mano libera regge una gabbietta con dentro un coniglio. Arriveranno in Polonia insieme a oltre due milioni di profughi. Marito e moglie si stringono forte, la testa di lei incastrata nel collo di lui. Lei lo abbraccia con gli occhi chiusi. Non chiusi e basta, proprio stretti, impegnati nello sforzo di non voler guardare.

Il valico di frontiera, e subito dopo i banchetti delle ONG, che distribuiscono pasti caldi. Sono stati installati dei bagni chimici, l’attesa è lunga. Per uscire dall’Ucraina le persone rimangono in fila anche dieci ore. Su entrambi i lati della strada che porta a Lviv si intravedono periferie abitate, piccole case alternate a palazzoni grigi. Dalle finestre si illuminano poche luci accese. Sulla strada uno slalom tra cavalli di frisia, sacchi di sabbia, fuochi improvvisati nei bidoni per riscaldare dal freddo polare i checkpoint. La nebbia appesantisce l’aria.

Lviv (Leopoli)

Lviv è una città caotica, trafficata. Eppure, silenziosa, con le orecchie tese ad ascoltare i rumori del cielo. La guerra qui è posizionata di profilo, un profilo a due facce: paura e speranza. All’inizio dell’invasione si pensava che la parte ovest del paese fosse più sicura, sarebbe stata risparmiata dai missili. Invece no. Le sirene hanno iniziato a suonare anche qui, con la luce e con il buio, non danno scampo, un suono senza ritmo, lungo. Le sirene di notte spaventano di più, di giorno non c’è tempo.

La città è diventata un centro di accoglienza a cielo aperto, frenetica, la paura nascosta dall’agire. Poco più di 700mila abitanti che in queste settimane hanno superato il milione, per ospitare gli sfollati. Le persone hanno appreso che se non c’è un bunker dove nascondersi è meglio stare tra due muri, il primo per attutire le schegge e il secondo per proteggersi. I missili sono caduti una mattina all’alba, diretti all’aeroporto civile e un pomeriggio, hanno colpito un deposito petrolifero. Si dorme con le scarpe vicino al letto e con i documenti a portata di mano.

Lviv dista 70 km dal confine polacco. Città strategica, da qui passano gli aiuti umanitari internazionali per le migliaia di profughi che ogni giorno, senza sosta, arrivano in città. Ma passano anche gli aiuti per le città sotto assedio. Il condizionale in guerra è d’obbligo, non c’è nessuna certezza che i camion riescano a raggiungere altre zone. È il profilo della paura, ma nella bruttura della guerra, davanti alla sua insensatezza, l’umanità traccia anche altri percorsi. A Lviv quello della speranza.

Stazione ferroviaria

La stazione di Lviv è un agglomerato di persone che si muove in due direzioni: chi scende dai treni che ancora riescono a partire dalle città sotto assedio e chi si mette in fila, si trascina quel poco che è riuscito a prendere da casa, per salire su un altro treno, o su un bus, per uscire dal paese. I biglietti non si pagano, un’attesa pienissima, le persone riempiono lo spazio, sembra non esista altro. Ma è un’attesa ordinata, nessuno sgomita per essere il primo. Tutti condividono lo stesso dolore.

Ci sono centinaia di volontari, indossano casacche gialle, molti sono giovani, spesso sfollati da altre città, hanno deciso di rimanere qui. Indirizzano le persone su dove passare la notte, distribuiscono pasti caldi, vestiti. In città ogni casa privata, ogni luogo pubblico, ogni scuola è diventata un hub che raccoglie, smista, prepara pacchi.

Prima della guerra la palestra Sport Life, poco distante dalla stazione, aveva mille clienti. Le sale dove si giocava a padel ora sono rifugi per la notte.

Lilia ha 50 anni, ne dimostra meno. Non si fa fotografare, dice che non si è mai vista così sfatta e brutta. «Bruciava tutto, bruciava la mia casa, sono morte le persone con le bombe». «Chiudete i cieli, chiudete i cieli», piange. Traduce per lei Yevgeniy, 41 anni, lavora con WeWorld. Prima dell’inizio della guerra era consulente di un’azienda di servizi ingegneristici. Alto, longilineo, ha sempre una sigaretta in bocca: «Non fumavo da sei anni. Il 6 marzo hanno bombardato Irpin, la mia città. Alle due di notte sono uscito fuori, tutto era esploso, ho riacceso una sigaretta. Ho una moglie e una figlia adolescente, siamo scappati a Kyïv, dopo due giorni sono venuto a Lviv, mia moglie e mia figlia sono in una città sicura».

Ma l’aggettivo sicuro in Ucraina non esiste più. A Leopoli l’accoglienza è un incastro tra privati e istituzioni. Il direttore del Palazzo delle Arti ha chiamato a raccolta i suoi: «Togliamo i quadri dalle pareti, questo diventa un sito umanitario». Al posto dei dipinti ci sono fogli dove è indicato il contenuto degli scatoloni. Tre piani, uno dedicato ai farmaci, uno al cibo a lunga conservazione e ai kit igienici, un altro alle scarpe e ai vestiti. 300 volontari coprono i turni h24. I rifugiati si mettono in fila, si registrano, chiedono quello di cui hanno bisogno. «Poi ci sono i pacchi per il fronte», dice Julia, 18 anni, prima della guerra era una studentessa di economia. «Distribuiamo fino a 500 pacchi al giorno, andremo avanti, fino alla fine».

Chiese rifugio

Nella chiesa Giovanni Paolo II, tra centro e periferia della città, si accolgono i profughi, soprattutto mamme con bambini. Natalia ha 39 anni, tiene in braccio Anastasia, due mesi e mezzo e Johor, di nove anni. Arrivano da Kyïv «non so dove voglio andare, non so cosa voglio fare. Mio marito è rimasto a combattere, mi chiama e dice che sparano tutti i giorni. Dove vado? Dove andiamo?». Tamara ha 69 anni, è scappata da Charkiv: «i miei figli non sono voluti venire via. Mi hanno messo su un treno e sono arrivata qua. Aspettiamo la… vittoria, ma chiudete i cieli, ci cadono le bombe in testa»

Nella chiesa dei SS. Pietro e Paolo, una delle più importanti della città, la gente prega composta. Nelle navate sono esposti i cartelloni con le immagini dei morti nella guerra. «I nostri eroi», dice Margherita. Manda un bacio verso le immagini. Insieme al marito aveva appena comprato un terreno, dovevano costruire una casa più grande. «Adesso è tutto fermo. Ma questo non è il tempo della ricostruzione, adesso dobbiamo avere la forza per sopravvivere». Tutte le mattine un minuto di silenzio per le vittime.

Medyca e Rzeszów

A Medyca, valico di frontiera vicino a Lviv, le persone passano il confine anche a piedi. Ma dall’Ucraina escono sempre meno rifugiati. Spostarsi dalle città sotto assedio è diventato difficile.

Alla stazione di Rzeszów, un’altra stazione di confine, due fratelli sono fermi nell’ingresso. Non si capisce chi sia il maggiore, uno spinge la sedia a rotelle dell’altro. La disparità esiste anche nella tragedia: una cosa è scappare con le tue gambe, un’altra è farlo su una sedia a rotelle. Una cosa è provare a metterti in salvo con tuo fratello, un’altra è farlo mentre spingi la sua sedia a rotelle.

È una prima accoglienza senza risparmio di energie, ma bisogna pensare a quello che sarà dopo, se ci sarà un dopo…  Domande che dobbiamo farci adesso


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