Un terribile amore per la guerra

Massimiliano Fortuna

Pare che Edward Luttwak qualche giorno fa abbia detto in un programma televisivo italiano che la guerra è un’esperienza bellissima e invitato gli italiani a considerarla, perché rappresenta, per così dire, un momento rigenerante, del resto – sempre Luttwak – gli uomini amano fare la guerra e le donne amano i guerrieri.

La mia consonanza con le posizioni di Luttwak è in genere prossima allo zero e in questo caso lo zero è davvero assoluto. Trovo aberrante questa esaltazione della guerra, perché la guerra significa lutti devastanti, vite spezzate, corpi mutilati, traumi incancellabili e se esiste un compito storico che appartiene all’umanità, altro non può essere che quello di saper trovare un modo per risolvere l’insorgere dei conflitti differente dall’uso della violenza e dalla distruzione fisica.

Detto questo però, se ci si ferma a una condanna delle parole di Luttwak in virtù di una generica aspirazione alla pace, se ci si limita a riprovare la guerra in nome della sua bruttezza, temo si finisca per fare poca strada. Quel che non bisogna cercare di rimuovere e bisogna sforzarsi di indagare, per primi coloro che credono nella forza della nonviolenza, è la constatazione che, in effetti, la guerra esercita, da sempre, una forma di fascinazione su non poche persone.

Se abbiamo a cuore la costruzione della pace dunque non limitiamoci, di fronte a dichiarazioni come quelle di Luttwak, a una sdegnata irritazione, ma cerchiamo di esplorare a fondo i motivi dell’attrazione che la guerra può esercitare, per cercare di contrastarli con antidoti più adeguati rispetto alla semplice mozione dei buoni sentimenti. A questo proposito, ad esempio, costituisce una lettura preziosa uno degli ultimi libri che scrisse James Hillman, Un terribile amore per la guerra (Adelphi, 2005), nel quale provava a scandagliare le ragioni di questo intreccio continuamente presente nella storia umana tra violenza e bellezza. La guerra è oggetto d’amore, per Hillman da qui si dovrebbe partire, perché se «non entriamo dentro questo amore per la guerra, non riusciremo mai a prevenirla né a parlare in modo sensato di pace e disarmo».

Hillman non ci lascia crogiolare nell’illusione che la guerra sia confinata unicamente a ragioni economiche o alle ingiustizie sociali; cerca di penetrare in qualcosa di più originario e di più oscuro, che possa ad esempio rendere ragione delle parole di una donna francese intervistata da J. Glenn Gray dopo la seconda guerra mondiale: «lei sa che non amo la guerra e mai vorrei che si ripresentasse. Ma se non altro mi faceva sentire viva, viva come non mi ero mai sentita prima e come non mi sono più sentita dopo».

Non arrestarsi alle soluzioni semplici significa cercare di provare a comprendere il senso e l’ambivalenza di dichiarazioni come quelle di questa donna, che si possono riscontrare anche in chi, come Vera Brittain, è stato un pacifista a 24 carati. Il libro più famoso della Brittain, Testament of Youth, che in Inghilterra è considerato un classico della letteratura del Novecento, è tutto attraversato dalla sconvolgente esperienza della prima guerra mondiale, alla quale l’autrice partecipò come infermiera volontaria e che le strappò alcuni degli affetti più cari; eppure la Brittain non ha timore di rilevare, analizzando in primo luogo se stessa, il fascino che la guerra può generare: «può essere come il semplice delirio della febbre che appena la guerra è finita svanisce e si mostra per quel fuoco fatuo che realmente è, ma mentre dura nessuna emozione conosciuta all’uomo sembra aver avuto finora lo stesso convincente potere di quella ingigantita vitalità».

E aggiunge: «non credo che una Società delle Nazioni, un Patto Briand-Kellog o una Conferenza per il disarmo riusciranno mai a salvare il nostro il nostro povero residuo di civiltà dalla minacciose forze della distruzione, finché non riusciremo in qualche modo ad addestrare i processi razionali del pensiero costruttivo e sperimentare quell’elemento di sacra bellezza che di tanto in tanto glorifica la guerra» (V. Brittain, Generazione perduta, Giunti, 2015, pp. 301-2).


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