Antisemitismo arma politica controproducente

Johan Galtung

Non solo questo, sta producendo altri sentimenti anti-ebraici e antisraeliani, andando in cerca di antisemitismo [altrui] come [propria] legittimazione anche dove non ce n’è. Io, per esempio, sono un ricercatore di pace profondamente interessato a evitare genocidi come la shoah, a realizzare i sogni sionisti di un Israele con un carattere ebraico, e a lottare contro l’antisemitismo. Per la qual cosa sono indispensabili libertà accademica e libertà di parola; niente micro-gestione nello scrivere e parlare.

Fra le risposte costruttive c’è l’esplorazione di quel che è andato storto nei rapporti tedesco-ebraici, l’elevazione economico-culturale tedesca, il boicottaggio economico del nazismo, l’abrogazione del Trattato di Versailles, non-violenza massiccia; una Comunità MediOrientale con i vicini arabi modellati come nella Comunità Europea del 1958 rinunciando ai duri voleri sionisti di espansione-occupazione-assedio a favore dei confini del 1967 con scambi [di territori]; e non confermando pre-giudizi antiebraici come indurre gli altri in servitù da indebitamento e controllare i media.

Tutto discutibile, non antisemitico. La violenza è radicata nei cattivi rapporti, la pace in quelli buoni, respinta dagli antisemiti; e gli autoproclamati certificatori di antisemitismo non mi renderanno mai uno di loro. Ma le loro narrazioni si basano solo su vittime innocenti e malvagi malfattori.

Un professore di teologia neotestamentaria – la vita del Cristo – all’università di Basilea rifiuta il dialogo, essenziale per la democrazia, utilizzando campagne calunniose e pressioni per cancellare lezioni dotte e conferenze e recidere i legami con me. Qualcuno ha ceduto, i più no – ho più invitati che mai.

Siamo a un giro di boa in quest’attacco alla democrazia. Esempi: le forti reazioni nell’International Herald Tribune (27/28 dicembre, 8 gennaio) all’ “estremismo autodistruttivo” di una “minoranza di zeloti”; il periodico tedesco Der Spiegel su come rabbi Abraham Cooper del Centro Wiesenthal (“I 10 supremi antisemiti del 2012”) rifiuta il dibattito diretto; e il caporedattore-rabbi austriaco (NU) Peter Manasse che in un libro recente sostiene che gli ebrei devono abbandonare il ruolo di vittima e guardare avanti.

Quindi, per favore, smettete questo modo di etichettare. Piuttosto, impegnatevi anche voi nella democrazia del dialogo.


Per altri dettagli, si veda Johan Galtung, 50 Years, 100 Peace & Conflict Perspectives, cap. 16, TRANSCEND University Press.


EDITORIAL, 8 Nov 2021 | #718 | Johan Galtung – TRANSCEND Media Service

Traduzione di Miki Lanza per il Centro Studi Sereno Regis


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