Youth Peace Ambassadors Network

Autrice
Chiara Roero


Youth Peace Ambassadors Network
Il gruppo “Youth Peace Ambassadors Network” a Sétubal (Fonte Pagina FB YPAN)

Nella settimana dal 21 ottobre al 28 ottobre si è svolto un progetto ideato da “Youth Peace Ambassadors Network” (YPAN), un gruppo di trainers ed educatori specializzati in diritti umani, nella trasformazione dei conflitti e nell’educazione alla costruzione della pace. L’ente ospitante era Sende, uno spazio di co-working e co-living nei pressi di Sétubal, una cittadina a pochi chilometri da Lisbona, Portogallo. 

Il progetto

Il progetto è durato sei giorni, ognuno dei quali era suddiviso in quattro sessioni da 60 o 90 minuti. Durante ciascuna di queste sessioni si sono affrontati argomenti, sollevati dibattiti, svolte attività riguardanti l’”Alternative Narratives on combating Hate Speech”. 

L’obiettivo del progetto è stato quello di dotare un gruppo di giovani operatori (ventotto ragazzi dai 18 ai 30 anni) di competenze per aumentare la consapevolezza sul discorso d’odio nelle comunità locali in Europa; ma anche di rendere capaci di affrontare e agire contro di esso a livello locale. Più specificatamente, si è parlato approfonditamente del linguaggio d’odio e delle notizie false, per capire di più su come questi due elementi sono creati e diffusi tra le strade e nei media. 

L’intera formazione si è basata sull’utilizzo di una strategia educativa chiamata ‘non-formale’. L’apprendimento connesso ad attività pianificate ma non esplicitamente progettate come apprendimento, come invece accade nella formazione istituzionale. Le attività di apprendimento non formale si svolgono su base volontaria. Sono progettate per favorire lo sviluppo personale, sociale e professionale di coloro che intendono prendervi parte. L’istruzione non-formale può essere spiegata con la formula “learning by doing”, ovvero imparare direttamente sul campo. 

Mi pare utile raccontare una delle attività che si sono svolte, per meglio esemplificare lo svolgimento del progetto.

Attività

La prima sessione di lavoro del quarto giorno era intitolata “Non violent communication recognition”. I formatori ci hanno fatto disporre in cerchio; un partecipante alla volta poteva dire ad alta voce ciò che non sopporta di altri, del loro comportamento (esempio: “Non sopporto quanto le persone masticano a bocca aperta”), se gli altri partecipanti condividevano l’affermazione, dovevano cambiare il loro posto nel cerchio.

Successivamente, i formatori ci hanno chiesto di riversare il giudizio su noi stessi (esempio: “Cambia posto se ti sei mai sentito fuori luogo”).

In un terzo tempo, sono state disposte all’interno del cerchio delle carte sulle quali c’erano scritti alcuni bisogni che stanno dietro ai giudizi. Il nostro compito è stato quello di scegliere tra le carte quella/quelle sulla/e quali era scritto il bisogno che c’era dietro ogni giudizio che avevamo detto su noi stessi (esempio: dietro il sentirsi fuori luogo potrebbe esserci un bisogno di attenzione, o di consapevolezza della nostra persona, allora la carta sarebbe stata quella con su scritto “self-recognition”). 

Questa attività ci ha aiutato a riflettere su quali fossero i bisogni che ognuno di noi cela dietro ai giudizi che talvolta non notiamo perché siamo troppo concentrati su ciò che ci circonda piuttosto che spostare la nostra attenzione su ciò che è dentro noi. Indagare approfonditamente sui motivi di un certo comportamento o giudizio è utile per trovare una risposta alla domanda “Da dove viene questo giudizio o comportamento?”.

Conclusioni

Ci si potrebbe chiedere qual è dunque il collegamento con il linguaggio d’odio; partendo dal presupposto che i bisogni sono alla radice dei sentimenti e che i giudizi sono bisogni mal espressi, l’adempimento e il compimento di questi bisogni equivarrebbe al cambiamento del sentimento e, come diretta conseguenza, all’eliminazione dei giudizi. Identificare i bisogni aiuta dunque a creare delle narrazioni alternative.

Questa breve illustrazione è solo una minima parte di tutto il lavoro che si è fatto durante il progetto. Spesso mi sono trovata a dover ragionare intensamente sulle situazioni che mi circondano ogni giorno, sulle parole che io per prima utilizzo e su quelle che gli altri utilizzano, sul modo in cui mi sento, sull’impatto che ha il comportamento altrui su di me e viceversa. 

È stata sicuramente una bella esperienza in primis a livello personale. Ho avuto l’opportunità di conoscere a stare a contatto con ragazzi provenienti da diversi paesi (Spagna, Malta, Germania, Grecia, Polonia ecc), ma soprattutto a livello formativo poiché, come già detto in precedenza, ha stimolato la mia capacità di immaginazione per creare o per imboccare nuove strade dell’apprendimento.


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.