Capo Teulada l’inchiesta va avanti: militari a processo

Autore
Costantino Cossu


Sardegna. Disastro ambientale, il pm aveva chiesto l’archiviazione ma la gip ha disposto di procedere, entro dieci giorni, alla formulazione dell’imputazione nei confronti degli ultimi cinque capi di stato maggiore che avevano responsabilità sul poligono. A Capo Teulada, l’inchiesta va avanti.

Capo Teulada l’inchiesta va avanti

Quello di Capo Teulada, estrema propaggine sud-occidentale della Sardegna, è un poligono permanente affidato all’esercito e messo a disposizione della Nato. Dopo quello di Quirra (Sardegna centro-orientale) è il secondo poligono d’Italia per estensione. 7.200 ettari di terreno, cui si sommano i 75.000 ettari delle «zone di restrizione dello spazio aereo e delle zone interdette alla navigazione» (servitù militari, nel linguaggio corrente). Sono normalmente impiegati per le esercitazioni di tiro contro la costa e di tiro terra-aria-mare.

Fra le attività più importanti c’è la simulazione d’interventi operativi e, soprattutto, la sperimentazione di nuovi sofisticati armamenti. Negli ultimi anni per adeguare il poligono alle nuove esigenze addestrative sono stati costruiti i cosiddetti “scenari reali”, teatri bellici che simulano le condizioni delle guerre contemporanee tenendo conto dell’evoluzione delle tecnologie. A cominciare dall’uso sempre più massiccio dei droni. Un recente investimento di 70 miliardi ha consentito al poligono di diventare il maggiore centro europeo d’addestramento ad alta tecnologia.

LA BASE È NATA 1956, in piena guerra fredda. L’Ente di trasformazione fondiaria e agraria della Sardegna, sorto nel 1951, al quale, dopo le lotte contadine per la riforma agraria, fu affidato il compito di acquisire le terre da assegnare agli agricoltori, a Teulada cedette i terreni ai militari su precisa indicazione del governo nazionale, un esecutivo di coalizione Dc-Psdi-Pli guidato da un sardo, il futuro presidente della Repubblica Antonio Segni. Si cominciò con circa 500 ettari, ma nel corso del tempo il perimetro del poligono si ampliò velocemente sino ad arrivare alle dimensioni attuali.

Decenni di attività bellica hanno avuto, tra gli altri effetti, un inquinamento del territorio e danni per la salute dei civili e degli stessi militari. I danni sono talmente gravi che la procura della Repubblica di Cagliari ha aperto un’inchiesta per disastro ambientale e per omicidio colposo plurimo a carico dei vertici militari responsabili, negli anni più recenti e sino a oggi, della gestione del poligono.

COMINCIATA CIRCA un anno fa, l’inchiesta sembrava essersi arenata dopo la recente richiesta di archiviazione avanzata dal pubblico ministero titolare delle indagini, Emanuela Secci.

L’altro ieri, però, la situazione si è ribaltata. La giudice per le indagini preliminari Maria Alessandra Tedde ha infatti rigettato la richiesta di archiviazione del pm. Ha disposto di procedere, entro dieci giorni, alla formulazione dell’imputazione per disastro ambientale nei confronti degli ultimi capi di stato maggiore dell’esercito. Giuseppe Valotto, Claudio Graziano, Danilo Errico, Domenico Rossi e Sandro Santroni, sono ritenuti penalmente responsabili di quanto avvenuto a Teulada. Tedde ha inoltre assegnato al pubblico ministero ulteriori indagini – per altri cinque mesi e con nuovi esperti – sull’ipotesi di omicidio colposo plurimo. Accogliendo così le denunce sia di familiari di militari che hanno prestato servizio a Teulada sia di familiari di civili che hanno vissuto nell’area attorno al poligono. Tutti hanno visto loro congiunti morire di tumore.

NELL’ORDINANZA della gip si menziona una relazione del Centro studi per le applicazioni militari, datata 2012, nella quale si parla di «presenza di contaminazione radioattiva in alcune aree utilizzate come zone arrivo colpi per le esercitazioni a fuoco effettuate con l’impego di vettori e testate missilistiche». E sono davvero tanti i casi oggetto di esposto alla procura.

Il fatto è che, nel corso dei decenni, a Teulada si è accumulata, anche per mancate attività di bonifica secondo la gip, una grande quantità di residui bellici pericolosi, «spesso sepolti nel terreno».

Nel poligono l’intensità delle esercitazioni è da sempre impressionante. Ai giochi di guerra dell’esercito italiano, infatti, si sono sommate le maxi operazioni congiunte Nato. Si pensi che solo tra il 2008 e il 2016 si sono sparati 860 mila colpi e lanciati 11.875 missili, pari a 556 tonnellate di materiale bellico. Le conseguenze per l’ambiente sono state devastanti. Ma anche l’ipotesi di omicidio colposo plurimo resta in piedi.


Fonte: il manifesto, EDIZIONE DEL 18.08.2021


Una replica a “Capo Teulada l’inchiesta va avanti: militari a processo”

  1. Intere culture ed economie nazionali sono state distorte per sempre e cambiate al fine di soddisfare interessi economici imperialisti nascosti od occulti.

    Per esempio, fu sempre Londra a costringere l’Iran a sostituire il proprio caffé nazionale col tè britannico. Accadde così che la società iraniana abbandonò il proprio costume tradizionale legato al caffé per abbracciare l’uso del tè proveniente dall’India britannica, semplicemente per andare incontro agli interessi commerciali e ai diktat di Sua Maestà. Al giorno d’oggi i locali che in Iran conservano ancora la denominazione originaria di “caffè” in realtà servono prevalentemente tè.

    Il traffico di oppio in Afghanistan è eredità sia della rete commerciale storicamente imbastita dai britannici, sia della devastazione del Paese avutasi con la guerra contro i sovietici, iniziata per volere di Stati Uniti e Pakistan. Fu proprio nel corso del conflitto con le forze di Mosca che in Afghanistan venne lanciata la coltivazione dell’oppio su ampia scala, grazie al supporto e alla protezione delle agenzie di intelligence pakistane e statunitensi. Queste esportazioni erano dirette soprattutto verso i mercati dell’eroina dell’America settentrionale e dell’Europa occidentale.

    I principi economici in vigore al tempo delle guerre dell’oppio sono ancora gli stessi ai giorni nostri.

    Le sostanze stupefacenti sono sempre un bene di consumo di grande valore economico e una componente fondamentale degli scambi commerciali effettuati sul mercato nero.

    L’oppio coltivato in Afghanistan ricopre una fetta molto estesa all’interno del mercato globale della droga, essendo stimato dalle Nazioni Unite (prima dell’11/9) per un ammontare che varia dai 400 ai 500 miliardi di dollari (statunitensi) all’anno. Non solo la posizione strategica quindi, ma anche il commercio dell’oppio è un premio estremamente vantaggioso per chiunque riesca a controllare l’Afghanistan.

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