La pista fuorviante dell’inflazione

Autore
Joseph E. Stiglitz


Lungi dal segnalare il ritorno di una inflazione significativa, aumenti di prezzo temporanei sono esattamente ciò che ci si aspetterebbe in una ripresa successiva a una interruzione economica. Che i diffusori di timori inflattivi perseguano la propria agenda o siano semplicemente precipitosi, non gli si dovrebbe dar retta: la pista fuorviante dell’inflazione

La pista fuorviante dell’inflazione
Photo by Robert Metz on Unsplash

Lievi aumenti del tasso d’inflazione negli Stati Uniti e in Europa hanno innescato ansie nel mercato finanziario. Che l’amministrazione del presidente USA Joe Biden abbia rischiato di surriscaldare l’economia con il suo pacchetto di salvataggio da $1,9 trilioni di dollari e con programmi di spesa ulteriore per investire in infrastrutture, creazione di posti di lavoro, e rafforzare i redditi delle famiglie americane?

Tali preoccupazioni sono premature, considerando la profonda incertezza cui siamo ancora di fronte. Non abbiamo mai esperito prima una picchiata indotta da pandemia con una recessione ripida in modo sproporzionato del settore servizi, aumenti senza precedenti delle disuguaglianze e tassi di risparmio altissimi. Nessuno sa neppure se o quando il Covid19 sarà contenuto nelle economie avanzate, figuriamoci a livello mondiale. Soppesando i rischi dobbiamo programmare per ogni evenienza. Secondo me l’amministrazione Biden ha stabilito in modo corretto che i rischi di far troppo poco prevalgono ampiamente su quelli di far troppo.

Inoltre, molta dell’attuale pressione inflattiva deriva da strettoie logistiche a breve termine, inevitabili quando si riavvia un’economia temporaneamente interrotta. Non ci manca la capacità globale di fabbricare automobile o semiconduttori; ma quando tutte le nuove auto usano semi-conduttori, e la richiesta di auto è impantanata nell’incertezza (com’è stato durante la pandemia), la produzione di semiconduttori verrà ridotta. Più in generale, coordinare tutti gli apporti alla produzione per un’economia globale integrata complessa è un compito d’enorme difficoltà che diamo generalmente per scontato perché le cose funzionano tanto bene, e perché gran parte degli aggiustamenti sono “sul margine”.

Adesso che il processo normale è stato interrotto, ci saranno movimenti a singhiozzo, che si tradurranno in aumenti di prezzo per un prodotto o un altro. Ma non c’è motivo per credere che questi movimenti alimenteranno le aspettative d’inflazione generando così un’accelerazione inflattiva, specialmente data la complessiva sovracapacità mondiale. Vale la pena ricordare appunto come recentemente alcuni di coloro che adesso ammoniscono sull’inflazione da domanda eccessiva parlassero di “stagnazione secolare” nata da un’insufficiente domanda aggregata (perfino a tasso d’interesse zero).

In un paese con profonde antiche diseguaglianze evidenziate ed esacerbate dalla pandemia, un mercato del lavoro tirato è proprio quel che ordina il dottore. Quando la domanda di manodopera è forte, i salari più bassi salgono e i gruppi marginalizzati vengono inseriti nel mercato del lavoro. Ovviamente, quanto esattamente tirato sia l’attuale mercato del lavoro USA è materia di qualche dibattito, considerati i rapporti di scarsezza di manodopera nonostante l’occupazione restante ben sotto il livello pre-crisi.

I conservatori attribuiscono la situazione a indennità di disoccupazione eccessivamente generose. Ma studi econometrici di confronto della disponibilità di manodopera nei vari stati USA suggeriscono che tali generi di effetti disincentivanti siano limitati. E in ogni caso i ristori estesi di disoccupazione devono finire in autunno, anche se perdureranno gli effetti economici globali del virus.

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Anziché andare in panico per l’inflazione, dovremmo preoccuparci di quanto succederà per aggregare la domanda quando finirà l’erogazione dei fondi forniti dai pacchetti di ristoro fiscale. Molti fra coloro al minimo della distribuzione di reddito e patrimonio hanno accumulato grossi debiti – in qualche caso anche più d’un anno di affitti arretrati, grazie alla protezione temporanea dagli sfratti.

La spesa ridotta di gestioni familiari indebitate non sarà probabilmente compensata dai più abbienti, gran parte dei quali hanno accumulato risparmi durante la pandemia. Dato che la spesa su beni di consumo durevoli è rimasta robusta durante i 16 mesi scorsi, sembra verosimile che gli abbienti tratteranno i loro risparmi aggiuntivi come per qualunque manna inaspettata: qualcosa da investire o spendere adagio nel corso di vari anni. A meno che ci sia una nuova spesa pubblica, l’economia potrebbe di nuovo soffrire di insufficiente domanda aggregata.

Inoltre, anche se le pressioni inflattive dovessero farsi davvero preoccupanti, abbiamo strumenti per smorzare la domanda (e usarli rafforzerebbe effettivamente le prospettive economiche a lungo termine). Per antipasto c’è la politica del tasso d’interesse della Federal Reserve USA. Oltre un decennio di tassi prossimi a zero non è stato economicamente sano. Il valore di scarsezza del capitale non è zero. Bassi tassi d’interesse distorcono i mercati di capitali innescando una ricerca di resa che conduce a incentivi di rischio troppo bassi. Sarebbe una buona cosa tornare a tassi d’interesse più normali (benché i ricchi, pur primi beneficiari di quest’era di tassi super-bassi, possano implorare di posporre).

Di certo, qualche commentatore guarda la valutazione del bilancio rischi della Fed preoccupandosi che non agisca quando ce ne sarebbe bisogno. Ma io penso che i pronunciamenti della Fed siano stati perfetti, e ho fiducia che la sua posizione cambierà se e quando cambierà l’evidenza. L’istinto di combattere l’inflazione è inserito nel DNA dei banchieri centrali. Se non considerano l’inflazione come problema chiave attualmente per l’economia, non dovrebbero farlo altri.

Il secondo strumento sono aumenti di tasse. Che assicurino che la salute alla lunga dell’economia richieda molto più investimento pubblico, da pagarsi. Il rapporto USA tasse/PIL è di gran lunga troppo basso, specialmente date le enormi disuguaglianze americane. C’è urgente bisogno di una tassazione più progressiva, per non parlare di più tasse ambientali per gestire la crisi climatica. Ciò detto, è perfettamente comprensibile che ci sarebbe esitazione ad introdurre nuove tasse mentre l’economia resta in condizioni precarie.

Dovremmo riconoscere l’attuale “dibattito sull’inflazione” per quel che è: un’esca fuorviante di coloro che intralcerebbero gli sforzi dell’amministrazione Biden ad affrontare qualcuno dei problemi più fondamentali dell’America. La riuscita richiederà altra spesa pubblica. Gli USA sono fortunati ad avere finalmente una dirigenza economica che non soccomba allo spaccio di paure.


Joseph Eugene Stiglitz

Joseph Eugene Stiglitz è un economista americano, professore alla Columbia University. È assegnatario di premio Nobel in Scienze Economiche (2001) e della Medaglia John Bates Clark (1979). È un ex-vicepresidente superiore e capo-economista della Banca Mondiale, noto per la sua opinione critica della gestione della globalizzazione, degli economisti del libero mercato (da lui chiamati “fondamentalisti del libero mercato”), e di alcune istituzioni internazionali come il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale. Stiglitz è autore di The Price of Inequality e più di recente People, Power, and Profits: Progressive Capitalism for an Age of Discontent.


NOBEL LAUREATES, 14 Jun 2021 | Joseph E. Stiglitz, Nobel Economics Laureate – TRANSCEND Media Service

Traduzione di Miki Lanza per il Centro Studi Sereno Regis


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