Covid-19. La catastrofe. Cosa non ha funzionato e come evitare che si ripeta

Recensione
di Enzo Ferrara


Richard Horton, The COVID-19 Catastrophe: What’s Gone Wrong and How to Stop It Happening Again, Polity Press, UK and Medford, MA, USA, 2020, pp. 140, $ 14,95 (Traduzione italiana: Covid-19. La catastrofe. Cosa non ha funzionato e come evitare che si ripeta, Il Pensiero Scientifico, Roma 2020, pp. 130, € 15,00)


Covid-19. La catastrofe. Cosa non ha funzionato

Richard Horton, capo redattore della rivista medico-scientifica «The Lancet», in questo testo scritto a Londra, durante la caotica quarantena della prima ondata pandemica in Gran Bretagna, offre una prospettiva globale sul Coronavirus. Narra di un pianeta in crisi da stress post-traumatico e di leader politici e scientifici disorganizzati e incoerenti, come Donald Trump capace di ritirare i fondi e il sostegno statunitense all’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) in piena crisi in Nord America (luglio 2020), o Boris Johnson a lungo confusionario sostenitore dell’immunità di gregge fino a che le previsioni dei suoi consiglieri sulle conseguenze del contagio nel Regno Unito non gli hanno fatto cambiare idea.

Pur senza mai trattarne in modo esplicito, l’autore rimanda al plesso di poteri che uniscono politica, tecno-capitalismo e industria medica per individuare le ragioni di questa crisi sanitaria globale, evidenziando anche le storture derivanti dalla mercificazione della salute e dalla privatizzazione dei servizi sanitari praticate negli ultimi decenni su tutto il globo. Sullo sfondo della narrazione resta l’amarezza per gli elogi al personale medico e sanitario dei servizi sanitari nazionali – quello inglese, nato nel secondo dopoguerra, ebbe un ruolo guida per l’affermazione universale dello stato sociale –profusi da economisti, politici e capitani d’industria; i medesimi che hanno come modello quello stesso neoliberismo usato prima da Margaret Thatcher – negli anni Ottanta per indebolire la sanità pubblica – e poi, nel nuovo millennio, dai fautori del mercato per darle l’assalto e saccheggiarla a favore del settore privato e dei grandi gruppi di ricerca medica dove si fatica a distinguere fra pubblico e privato.

Il testo di Horton si sviluppa con capitoli rapidi: parte dell’emergenza nella provincia cinese del Wuhan per raccontare il ritardo delle risposte internazionali agli avvertimenti provenienti dall’oriente; analizza il paradosso dei successi delle scienze mediche e del fallimento delle loro applicazioni; descrive i lavoratori della sanità di tutto il mondo come combattenti in prima linea in nome della collettività; elenca i fallimenti (su tutti i livelli, dalla sorveglianza, alla tracciatura, all’isolamento fino alla comunicazione) delle politiche di contrasto al Coronavirus; chiarisce che il rischio delle pandemie non si è mai azzerato e si chiede come ci si può preparare alle emergenze sanitarie future. 

La premessa è che occorre una nuova prospettiva per la difesa della salute e per definire le priorità sanitarie. Infatti per Horton, quella a cui ci troviamo di fronte non è una parentesi che prima o poi andrà a chiudersi con il ritorno a una normalità sanitaria, ma il peggiore effetto finora manifestatosi di una deriva dello stato di salute umana e del pianeta; ed è impressionante osservare come negli ultimi decenni si fossero moltiplicati e fatti sempre più minacciosi e frequenti i segnali di un’imminente crisi pandemica mondiale.

Nonostante ciò, il Covid-19 ha colto disattente e impreparate le istituzioni sanitarie di tutto il mondo, senza eccezioni. Eppure – osserva Horton – quando il 24 gennaio 2020 un gruppo di ricercatori di Hong Kong ha pubblicato i primi dati scientifici che dimostravano la trasmissibilità del Covid-19 da uomo a uomo, per i tecnici è stato impossibile non riconoscere analogie con l’epidemia SARS (Sindrome Respiratoria Severa Acuta) i cui primi casi accertati risalgono a novembre 2002 nella città di Foshan, provincia di Guangdong, nella Cina meridionale.

Anche allora la diffusione iniziale della SARS fu causata principalmente dal mancato riconoscimento del nuovo virus e da insufficienti capacità di isolamento dei malati negli ospedali. Il contagio si diffuse dal Sud Est asiatico fino a colpire circa 8.000 persone in tutto il mondo prima che la reazione di insieme dell’OMS riuscisse, dopo aver dichiarato l’allerta pandemico a marzo, a estinguere il contagio nel mese di maggio 2003. I danni economici stimati in circa 80 miliardi di dollari si riversarono principalmente su Cina e Hong Kong. Nel frattempo, a causa anche delle denunce dell’OMS, nel mese di aprile 2003 il governo centrale cinese – che aveva già «dichiarato la guerra nazionale» alla SARS e sostituito il sindaco di Pechino e il Ministro della Sanità – si riprometteva di non incorrere più in una crisi sanitaria ed economica di simili proporzioni.

A luglio 2003 l’OMS ritirò l’allarme pandemico, e nel 2004 il mondo intero contemplava con soddisfazione il successo nel contenimento della SARS, risultato di un decennio di impegni e collaborazioni della rete sanitaria internazionale – anche se le principali agenzie della salute invitavano a non abbassare la guardia e a proseguire l’impegno per irrobustire e preparare le strutture sanitarie alle pandemie, naturali o prodotte intenzionalmente, che sarebbero venute.

Occorre allora capire che cosa questa volta non abbia funzionato e se non si offre una risposta plausibile il rischio è che tutto, anche la pandemia, possa essere accettato come una fatalità e trasformarsi in pratica quotidiana leggera ed efferata mentre intorno si ricompone una normalità riadattata, spacciata per cambiamento. Questa normalità va messa in discussione chiedendosi come sia stata possibile una tale disfatta sanitaria mondiale rispetto a quanto accaduto con la SARS meno di vent’anni prima; e per il nostro paese, aggiungiamo, come sia stata possibile in Italia in poco più di quarant’anni una tale deriva verso il privato, e la frammentazione di un Servizio sanitario ideato e nato universalistico, sostenuto dalla fiscalità progressiva e uniforme su tutto il territorio.

Horton non ha dubbi sulla necessità di sottrarre risorse pubbliche al tecno-capitalismo che, oltre a moltissimi leader politici, annovera fra i fautori personalità simboliche come Bill Gates, Elon Musk e i guru di Google e della Apple, funzionali per il funzionamento dell’intreccio fra finanza, politica e medicina. Il direttore di «The Lancet» osserva che questi personaggi godono di finanziamenti pubblici per i loro settori ma raramente rischiano in proprio – come accaduto con la ricerca sulla SARS, abbandonata dai privati dopo il 2003, quando la probabilità di profitto legato al vaccino andava scomparendo assieme al contagio.

Secondo Horton l’indebolimento del Servizio sanitario britannico è stato pianificato all’inizio degli anni 2000 per favorire il graduale e inesorabile ingresso del privato in sanità. Una «riorganizzazione» che ha progressivamente sottratto alla collettività ospedali, strutture assistenziali, cliniche e associazioni di categoria fino a raggiungere ogni luogo e funzione del sistema sanitario, che si è trovato infine come un naufrago circondato dagli squali.

Ricostruire una sanità pubblica rafforzata, territoriale ma omogenea sull’intero territorio significa dunque anche scontrarsi con interessi forti e radicati. E mentre anche in Italia dal 27 dicembre 2020 è in corso la campagna di vaccinazione anti-Covid-19 – la cui accelerazione, sia chiaro, è stata resa possibile dalla ricerca pregressa sulla SARS continuata grazie soprattutto a istituzioni pubbliche (700 milioni di dollari solo dagli Stati Uniti) quando nessun privato era più interessato alla ricerca di un vaccino – occorrerebbe spingere il ragionamento fino al campo della farmacologia sostenendo la necessità di una grande azienda sanitaria pubblica in grado di fare ricerca sui farmaci.

Perché gli accordi commerciali validi in questo settore sono vincolati all’interno dei Trips, accordi commerciali internazionali che si occupano della tutela dei diritti di proprietà intellettuale e che obbligano gli stati-nazione – anche quelli poveri in crisi già per le forniture di farmaci generici – a stipulare accordi separati con le multinazionali della farmaceutica.

Per Horton, la prevenzione delle pandemie prossime venture dovrà basarsi su un cambiamento del modello di produzione e consumo globale. Bisognerebbe inoltre rendere più efficiente e autorevole la sorveglianza tecnico-scientifica, riunire sotto un’unica progettualità l’assistenza medica e sociale e ridurre quelle stesse ineguaglianze che nel 2013 Boris Johnson, allora sindaco di Londra, identificava come motore del successo sociale perché «il sentimento di rivalsa è ciò che sprona le attività economiche». Il Covid-19 – sostiene Horton – non rappresenta un evento singolo ma l’inizio di una nuova epoca sanitaria. Se manterremo un’ottica medica di sola cura e non di prevenzione, il problema principale diventerà unicamente quanto tempo intercorrerà tra l’una e l’altra crisi pandemica, tutte frutto del nostro stesso modello di sviluppo che ha non solo agevolato il salto di specie del virus ma ne sta anche favorendo la diffusione e aggravando gli effetti sulla salute umana.

Lo ha spiegato lo stesso Richard Horton usando il neologismo «sindemia» in un editoriale del 26 settembre 2020 (COVID-19 is not a pandemic, «The Lancet», 396, 10255, p. 874). Infatti, nei malati di Covid le patologie SARS interagiscono con patologie non trasmissibili come quelle causate dall’inquinamento, dal fumo, dall’alcool o da un’alimentazione non equilibrata correlate a ineguaglianze profonde delle nostre società. Per questo secondo Horton il termine pandemia non spiega compiutamente la morbilità che ci affligge. Per la sua prognosi, la cura e le politiche sanitarie suggerisce di usare il termine sindemia che si riferisce a un insieme di cause tanto di origine biologica quanto legate alle interazioni sociali della popolazione.

Questo virus ci ha costretti a prendere atto dell’unità biologica e dell’interdipendenza della specie umana sull’intero pianeta, fenomeni che confutano ogni ipotesi di separazione dell’umanità secondo l’appartenenza a nazioni, continenti, linguaggi, fedi e ideologie politiche diverse. Era vero anche prima del Covid – ma dovremmo esserne ancor più consapevoli ora, dopo averne sperimentato le terribili conseguenze – che le libertà e i diritti individuali e collettivi, compreso il diritto alla salute e a un ambiente sano, possono realizzarsi appieno solo alzando il più possibile il livello mondiale di cooperazione e intercomunicazione.


Richard Horton

Richard Charles Horton (29 dicembre 1961) è redattore capo di «The Lancet», una rivista medica con sede nel Regno Unito. È professore onorario presso la London School of Hygiene and Tropical Medicine, l’University College London e l’Università di Oslo.


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