Militarismo e cambiamento climatico: un disastro in corso

Autrice
Elisa Mondino


Militarismo e cambiamento climatico: un disastro

Il 29 aprile si è tenuto il webinar “Militarism & Climate Change: Disaster in Progress” (Militarismo e cambiamento climatico: un disastro in corso) organizzato da World Beyond War Canada. World Beyond War è un movimento globale che si batte per l’abolizione dell’istituzione stessa della guerra, attraverso il lavoro di divulgazione ed attivismo in più di 20 Paesi. Uno dei principi fondamentali dell’organizzazione è che la guerra non è necessaria. Esistono infatti alternative per la risoluzione pacifica dei conflitti, e che sia nociva, per la società, per le libertà e per l’ambiente. 

Nell’evento del 29 aprile si è trattato in particolare quest’ultimo tema. I quesiti a cui si è cercato di rispondere due: il cambiamento climatico e il militarismo sono collegati? Se sì, come?  Se alla prima domanda si potrebbe rispondere con un semplice , la seconda questione ci costringe a riflettere sull’intero sistema in cui viviamo; sul tipo di risposta degli Stati al cambiamento climatico, ma anche al modo in cui si è creata la stessa società contemporanea.  

La risposta è quindi complessa. Infatti, se è vero che la guerra e il complesso sistema militare di ciascun Paese sono tra i maggiori contributori al cambiamento climatico, è vero anche che la crisi climatica in atto determini un aumento della militarizzazione globale. La scarsità di risorse e gli enormi flussi migratori dovuto al cambiamento climatico in atto vengono spesso inquadrati come una minaccia alla sicurezza pubblica e nazionale, con il risultato che, le guerre e le operazioni militari, invece di diminuire, siano ora in aumento.

Il settore militare è, infatti, uno dei settori maggiormente finanziati a livello globale. Secondo il SIPRI Yearbook 2020, il budget mondiale stanziato per la difesa è pari a 1917 miliardi di dollari. Una cifra pari al 2,2% del Pil globale. Ai primi posti nella classifica di Paesi per spesa militare, troviamo gli Stati Uniti con 732 miliardi di dollari (circa il 38% della spesa militare globale). Le spese militari di Paesi europei, come Francia, Germania e Italia ammontano rispettivamente a 50 miliardi, 49,3 miliardi e 28,8 miliardi di dollari. Complessivamente, il trend globale di spese militari è aumentato del 3,6% rispetto al 2018 e del 7,2% in dieci anni.

Nel corso del webinar si è più volte fatto l’esempio della Difesa statunitense. Il sistema militare targato USA è il maggior produttore di CO2 a livello mondiale. Nel 2017, superò addirittura le emissioni totali di Paesi come il Marocco, il Perù e la Svezia. In particolare, non si può dividere il tema del militarismo statunitense – ma non solo – dal cambiamento climatico. L’industria militare e quella petrolifera, di fatto, da decenni procedono di pari passo. Molte delle operazioni militari internazionali o interne (in particolare di Stati Uniti e Canada) hanno l’obiettivo di assicurarsi l’accesso a risorse, come petrolio, gas naturale ecc.

Insomma, i disastri climatici sono destinati ad aumentare. Se la risposta globale continuerà avessere una risposta militare, non ci attende sicuramente un futuro roseo. Tuttavia, come sottolinea Jaggi Singh, attivista e giornalista indipendente di Toronto, non si può ridurre il discorso sul militarismo e sul cambiamento climatico a termini apocalittici.

Apocalisse per chi? Per le popolazioni marginalizzate questi incubi sono realtà da secoli!

L’istituzionalizzazione della violenza fu funzionale all’intero processo di colonizzazione. Si tratta, questa, non solo di violenza fisica e militare. È in gioco un intero apparato economico e politico violento nei confronti dell’ambiente naturale e delle culture diverse da quella europea.

Ancora oggi, le conseguenze sociali e climatiche di questo sistema non vengono subite allo stesso modo da tutti. In questo contesto, Clayton Thomas-Müller, regista, attivista e membro della Mathias Colomb First Nation, ci ricorda la continua lotta e delle popolazioni indigene canadesi di fronte alle forti pressioni di industrie estrattive sui loro territori. In particolare, nel nord della provincia di Alberta, in corrispondenza di 18 Prime Nazioni e 6 insediamenti Métis, l’estrazione di sabbie bituminose ha un impatto pesantissimo sull’ecosistema. Le miniere di petrolio a cielo aperto, infatti, hanno distrutto centinaia di km2 di foresta boreale e hanno intaccato le maggiori fonti di approvvigionamento idrico al mondo, come il Lago Athabasca e il Fiume Mackenzie.

Allora ecco come i movimenti pacifisti e ambientalisti hanno molti più punti in comune di quanti ci si potrebbe aspettare. Lottare per la giustizia climatica vuol dire riconoscere che le popolazioni che subiscono maggiormente le conseguenze del cambiamento climatico sono spesso le stesse che si trovano da secoli a lottare contro un sistema economico predatorio e oppressivo, sistematicamente sostenuto dalle forze militari.  Allo stesso tempo, battersi per l’abolizione della guerra vuol dire riconoscere e resistere a quel sistema di violenza strutturale che travolge ogni aspetto della vita umana, compreso il rapporto con la Natura.

L’invito finale è quello di essere curiosi, di indagare e di attivarsi. Ciascuno con le proprie capacità e i propri mezzi per la costruzione di una cultura nonviolenta. L’attivismo ambientalista e pacifista può assumere numerosissime forme. Può partire dalla semplice azione di sostenere i movimenti di protesta, come il movimento antifascista, antirazzista e femminista. Oppure può appoggiare la lotta dei popoli indigeni, dei lavoratori, della comunità LGBTQIA+. Nel corso del webinar, in particolare, si è esplorata l’arte come forma di attivismo. La regista 22enne Kasha Sequoia Slavner ha presentato il suo documentario 1.5 Degrees of Peace.

Il documentario si presenta come una raccolta di storie di giovani attivisti in tutto il mondo, perché con le parole di Slavner «le storie hanno il potere di ridisegnare il modo in cui vediamo il mondo». Il suo obiettivo è quello di dimostrare che l’azione per la pace e per il clima sono inseparabili. Infatti, la convergenza dei vari movimenti di protesta, è necessaria la sopravvivenza di tutti su un pianeta vivibile.  A chiudere gli interventi della serata sono state le potenti parole di El Jones, poetessa, educatrice e giornalista, appartenente alla comunità africana in Nuova Scozia. Le sue poesie sono un bellissimo inno alla giustizia e alla resistenza contro ogni forma di violenza e discriminazione. Al link seguente, si trova “A woman’s going to send the drones”, una delle poesie recitate nel corso della serata.


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