Riflessioni sul genocidio come crimine estremo

Autori
Alfred De Zayas e Richard Falk


A seguito del nostro articolo sul genocidio imputato alla Cina verso il popolo uighuro, il presidente Joe Biden ha asserito che i massacri di armeni del 1915 sono un caso di ‘genocidio.’ Il seguente paragrafo tratta la questione in forma riassuntiva: riflessioni sul genocidio come crimine estremo.

Biden ha aggiunto un’altra dimensione all’abuso di ‘genocidio’, compiendo un’altra controversa intrusione indiretta in ricordi passati e realtà attuali adempiendo il 24 aprile 2021 per conto del governo degli Stati Uniti la sua promessa elettorale di dichiarare l’accaduto alla comunità armena nel 1915 un ‘genocidio’ senza curarsi di chiarire se fosse una valutazione legale, politica, o morale degli avvenimenti verificatisi nel bel mezzo della 1^ guerra mondiale. Il Giudizio (del tribunale) di Norimberga è stato molto chiaro: affinché un’azione sia qualificabile legalmente come crimine inter-nazionale dev’essere stata preceduta dall’attuazione di una relativa norma giuridica.

Altrimenti, si tratta di criminalizzazione retroattiva, e non può essere validamente perseguita, per quanto ripugnante sia. Sappiamo infatti che il termine ‘genocidio’ è stata un’innovazione linguistica degli anni 1940, e che si criminalizzò solo con l’adozione della Convenzione sul  Genocidio nel 1948. Che quindi Biden si presenti nel 2021 e pronunci tali eventi come genocidio è di nuovo banalizzare questo crimine estremo a beneficio di un vantaggio politico interno e un modo per sminuire la Turchia per qualche differenza di politica estera. Un approccio autenticamente motivato da doverosa rettifica storica avrebbe potuto essere la convocazione di un’inchiesta internazionale indipendente per l’interpretazione degli avvenimenti, dando alla Turchia, nonché a rappresentanti della comunità armena un’opportunità di presentare la propria narrazione più come spiegazione che giustificazione.

Riflessioni sul genocidio come crimine estremo
Fotografia del leader armeno Papasyan che osserva gli innumerevoli resti ossi degli orrendi assassinii presso Deir-ez-Zor nel 1915-1916.(Fonte: Bodil Katharine Biørn, Archivi Nazionali di Norvegia, pubblico dominio)

Riflessioni sul genocidio come crimine estremo

ALFRED DE ZAYAS – RICHARD FALK

L’abuso del termine genocidio è sdegnoso verso i parenti delle vittime dei massacri armeni, dell’Olocausto, del genocidio rwandese – come pure un disservizio alla storia, al diritto, e alla conduzione prudente dei rapporti internazionali. Sapevamo già di essere alla deriva in un oceano di fake news. E’ ben più pericoloso scoprire che rischiamo anche di venire sommersi nelle acque turbolente del “fake law” [falso diritto]. Dobbiamo reagire, con senso d’urgenza. Tale sviluppo non è tollerabile.

Pensavamo che l’elezione di Biden ci avrebbe risparmiato la minaccia di corruzione del linguaggio del tipo disseminato da Donald Trump, John Bolton e Mike Pompeo. Pensavamo che non saremmo più stati assoggettati ad accuse prive di prove, alla post-verità e a ciniche miscele di fatti. Ora pare che ci sbagliassimo.

Ci torna in mente la vanteria di Pompeo sull’utilità di mentire, abbiamo ascoltato le sue accuse incendiarie contro Cuba, il Nicaragua, le sue asserzioni stravaganti sulla presenza di Hezbollah in Venezuela, le sue uscite grottesche per conto di Trump — tutte in nome del MAGA [pretesa modalità comunicativa arbitraria?].

Donald Trump e Mike Pompeo non sono riusciti a rendere l’America di nuovo grande. Sono riusciti ad abbassare l’opinione già bassa che il mondo aveva dell’America come paese che soleva rispettare le norme stabilite a livello internazionale. Uno sviluppo decisive in questa spirale discendente fu il megacrimine di George W. Bush — l’invasione e devastazione senza provocazioni dell’Iraq, che il Segretario Generale [ONU] Kofi Annan definì una “guerra illegale” in più d’una occasione.

Abbiamo osservato il coinvolgimento di Barak Obama nella distruzione della Libia, data l’eco amara per le parole odiose di Hillary Clinton pronunciate con letizia imperiale a proposito della morte di Gheddafi: “Venimmo, vedemmo, (lui)morì”. Non possiamo dimenticare le criminali sanzioni economiche e blocchi finanziari di Trump come castigo per intere società giusto durante una pandemia paralizzante, crimini contro l’umanità commessi in nostro nome. Quelle sanzioni sapevano di spietati assedi medievali di città, tesi a far capitolare e sottomettere per fame intere popolazioni. Ripensiamo al milione di morti civili risultanti dalla morsa tedesca su Leningrado nel 1941-44.

No, per rendere l’America di nuovo grande, sembra perverso supporre che ciò possa realizzarsi continuando a comportarsi da bulli internazionali, minacciando e malmenando interi popoli. No, per renderla rispettata e ammirata nel mondo possiamo e dobbiamo cominciare col riprendere l’eredità di Eleanor Roosevelt, riscoprendo lo spirito e la spiritualità della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, e in senso più ampio riassumendo l’umanesimo orientato alla pace di John F. Kennedy.

Possiamo e dobbiamo esigere di più da Joe Biden e Antony Blinken. Accuse prive di prove di “genocidio” in Xinjiang, Cina, sono indegne di qualunque paese, e soprattutto del paese che vuole agire come netto campione internazionale dei diritti umani. Raphael Lemkin si rivolterebbe nella tomba se venisse a sapere che il crimine di “genocidio” è stato così volgarmente strumentalizzato per alimentare la fanfara della sinofobia. L’improvvisa ventata d’interesse statunitense per il fato del popolo uighuro pare motivato meno dalla compassione o la protezione dei diritti umani che dalle pagine quanto mai ciniche del manuale di geopolitica di Machiavelli.

Genocidio è un termine ben definito nel diritto internazionale – nella Convenzione sul Genocidio e all’articolo 6 dello Statuto di Roma, entrambi del 1948. I tribunali internazionali più rispettati hanno concordato separatamente che una prova del crimine di genocidio dipende da una presentazione estremamente convincente di evidenze fattuali, compresa la documentazione di un intento di distruggere del tutto o in parte un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso.

La Corte Penale Internazionale per l’ex-Jugoslavia, la Corte Penale Internazionale per il Rwanda, la Corte Internazionale di giustizia – si sono tutte premurate di fornire verifiche autorevoli dell’intento, trattandolo come l’elemento essenziale nel crimine di genocidio. Questa giurisprudenza è quel che dovrebbe guidare i nostri politici nel giungere a conclusioni prudenti in quanto all’esistenza di basi credibili per avanzare accuse di genocidio, dati i loro effetti incendiari. Dovremmo chiedere se la situazione di fatto sia nebulosa, richiedendo un’indagine internazionale indipendente seguita da ulteriore azione se ritenuta appropriata, e in un mondo con armamenti nucleari dovremmo essere estremamente cauti prima di fare una tale accusa.

L’accusa di Mike Pompeo che la Cina stesse commettendo genocidio in Xinjiang non era sostenuta dal minimo cenno di prove, un esempio particolarmente irresponsabile di pessimo posizionamento ideologico e, inoltre di affidamento a una geopolitica senza scrupoli di sorta.

Ecco perché è così shockante per noi che il Rapporto 2021 sui Diritti Umani del Dipartimento di Stato USA ripeta l’accusa di “genocidio” nel suo Executive Summary, pur senza curarsi di citare un’accusa così provocatoria nel corpo del rapporto; cosa irresponsabile, irragionevole, non professionale, contro-producente, e soprattutto pericolosamente incendiaria, che potrebbe facilmente ampliarsi fuori controllo ove la Cina dovesse scegliere di rispondere per le rime. In tal caso stando pur sempre su basi più salde che Pompeo o il Dipartimento di Stato se accusasse gli Stati Uniti di “genocidio permanente” contro le Prime Nazioni delle Americhe, Cherokee, Sioux, Navajo, e molte altre nazioni tribali. Possiamo solo immaginare la reazione rabbiosa se fosse stata la Cina ad avanzare per prima quel discorso a ruota libera sul genocidio.

Facendo asserzioni prive di sostanza il governo USA sta minando gravemente la propria autorità e credibilità per rinverdire il proprio ruolo di leader globale; per giocare il quale a livello costruttivo non serve davvero forzare i diritti umani in armi rivolte contro la Cina – o la Russia. Invece, una politica estera dedita all’autentica promozione dei diritti umani richiederebbe la cooperazione internazionale nel condurre indagini affidabili su violazioni madornali di diritti umani e crimini internazionali, ovunque avvengano – che sia in India, Egitto, Cina, Russia, Turchia, Arabia Saudita, Myanmar, Yemen, Brasile, Colombia. Spereremmo che la Washington di Biden sia abbastanza fiduciosa da accogliere indagini innescate da accuse di violazioni contro gli Stati Uniti d’America e i loro più prossimi alleati in Europa e altrove.

La corruzione orwelliana del linguaggio di funzionari del governo USA, i doppi pesi, la disseminazione di fake news da parte dei media mainstream, ivi compresa la “stampa di qualità” e la CNN, auto-incensata come “il nome più fidato nel mondo delle notizie”, stanno erodendo il nostro auto-rispetto. In effetti, la manipolazione dell’opinione pubblica che mina la nostra democrazia soccombendo alle esagerazioni dei torti altrui dà un mordente aggiuntivo alla propaganda ostile, e stanno conducendo il mondo al bordo estremo di un precipizio geopolitico proibitivo, e intanto aumentano le prospettive di una nuova guerra fredda – o peggio.

L’amministrazione Biden dovrebbe almeno mostrare rispetto per il popolo americano e il diritto internazionale smettendo di sminuire il senso del termine “genocidio” e cessare di tratare i diritti umani come strumenti di conflitto geopolitico. Tale comportamento irresponsabile può anche lenire i nervi dei trumpisti e metter su una facciata unitaria nel presentare la Cina come il nuovo ‘impero del male’, ma si tratta di una manovra di politica estera da rigettare avendo le sembianze di una ricetta di disastro globale.


Richard Falk

Richard Falk è membro del TRANSCEND Network, studioso di relazioni internazionali, professore emerito di diritto internazionale all’Università di Princeton, Distinguished Research FellowOrfalea Center of Global Studies, UCSB, autore, coautore o editore di 60 libri e relatore e attivista per gli affari mondiali. Nel 2008, il Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite (UNHRC) ha nominato Falk per due periodi di tre anni come relatore speciale delle Nazioni Unite sulla «situazione dei diritti umani nei territori palestinesi occupati dal 1967». Dal 2002 vive a Santa Barbara, in California, e si è associato con il campus locale dell’Università della California, e per diversi anni ha presieduto il Board of the Nuclear Age Peace Foundation. Il suo libro più recente è On Nuclear Weapons, Denuclearization, Demilitarization and Disarmament (2019).

Alfred de Zayas

Alfred de Zayas è un avvocato, scrittore, storico, esperto nel campo dei diritti umani e del diritto internazionale e alto funzionario delle Nazioni Unite in pensione.


Riflessioni sul genocidio come crimine estremo, TRANSCEND MEMBERS, 26 Apr 2021 | Richard Falk | Global Justice in the 21st Century – TRANSCEND Media Service

Traduzione di Miki Lanza per il Centro Studi Sereno Regis


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.