Molteplicità ecologica contro l’egemonia del capitalismo in India

Autore
John Maerhofer


I contadini indiani stanno conducendo una storica
Foto deepak kumar (unsplash)

I contadini indiani stanno conducendo una storica lotta contro la biopirateria, l’ecofascismo e l’espropriazione neoliberalista. Il land-commoning può essere la risposta a un futuro trasformativo?

Negli ultimi mesi del 2020, uno dei più grandi movimenti di massa della storia moderna ha iniziato a prendere forma in India in risposta a tre nuove leggi sull’agricoltura – comunemente note come Farm Bills – proposte dal governo indù-nazionalista del primo ministro Modi. Da allora, i contadini indiani e i loro sostenitori hanno protestato in centinaia di migliaia alla periferia di Nuova Delhi, con manifestazioni di solidarietà anche nel resto del paese. La convergenza di queste repressive leggi agricole con le regressive leggi sul lavoro introdotte recentemente, ha innescato un cambiamento in termini di pubblico intervento sui diritti dei lavoratori e dei contadini, e ha determinato una maggiore militanza e solidarietà all’interno di diverse comunità in tutto il subcontinente.

Questo movimento di massa è guidato principalmente dai lavoratori agricoli e dai sindacati degli agricoltori, con il sostegno di vari partiti di sinistra e dei lavoratori sfruttati in vari settori della declinante economia indiana. E fa parte di quella più ampia campagna che oltre ad opporsi all’espansione delle leggi più inique riguardanti i diritti dei contadini e in generale dei lavoratori sotto l’attuale regime politico di stampo neofascista, cerca di attirare l’attenzione sui livelli sempre più profondi di sviluppo ineguale e di disuguaglianza di ricchezza, che sono ulteriormente aumentati durante il periodo della pandemia.

Come tali, queste mobilitazioni di massa contro l’espansione della deregolamentazione del settore agricolo, ci permettono di comprendere la convergenza di tre fondamentali questioni: la relazione tra l’imperialismo del 21° secolo e la biopirateria nell’India postcoloniale; la crescita dell’eco-fascismo di stampo Hindutva e il suo utilizzo per quanto riguarda una concezione ultra-nazionalista della cittadinanza sul fronte della gestione del dissenso e quindi in difesa del saccheggio capitalistico globalizzato; e la necessità di sviluppare quello che James Angel etichetta come l’approccio “dentro-e-dietro lo stato” per contrastare l’assenza di libertà dell’espropriazione neo-liberale.

Prendendo la solidarietà di classe come punto di partenza per rafforzare l’etica condivisa dell’appartenenza ecologica in una prospettiva di rinnovata valorizzazione della dimensione collettiva, queste manifestazioni di protesta ampliano le possibilità in termini di land-commoning inteso come affermazione di autonomia e autogoverno. Inoltre, possono rappresentare un punto di partenza per contrastare le conseguenze di uno sviluppo troppo diseguale e delle disuguaglianze strutturali che si sono intensificate in India sin dai primi anni ’90.

BIO-PIRATERIA, IMPERIALISMO CAPITALISTA E IMPOVERIMENTO DEL SETTORE AGRICOLO

Le recenti leggi agricole sono emblematiche di una lunga storia di espropriazione e sfollamento, che si è aggravata dopo l’attuazione e l’intensificazione delle riforme neoliberali in India a partire dagli anni ’90. In particolare, andrebbe sottolineato il processo mediante il quale le multinazionali con tecnologie agricole avanzate come Bayer/Monsanto, Cargill, Syngenta e Deere & Co. hanno depredato i mercati agricoli localizzati in tutto il Sud globale, spingendo i contadini ad adottare colture commerciali OGM altamente sovvenzionate. In pratica, da un certo punto in poi, l’alternativa è stata la seguente: sottoscrivere prestiti ‘garantiti’ dal governo all’inizio del ciclo del raccolto, oppure optare per prestiti a condizioni di usura, o a condizioni non meno rischiose, soprattutto nel caso dei coltivatori più poveri, costretti al fallimento nel caso di impossibilità di onorare il debito. Una situazione che in India ha portato a quasi 300.000 suicidi dal 1995 a oggi.

E una situazione che si è ulteriormente aggravata con l’instaurazione delle privatizzazione e del crescente controllo delle terre da parte dello Stato, che sono state progressivamente consolidate nelle mani di un decrescente numero di corporazioni e rapinatori ‘baronal-globali’ del nostro tempo. Con il 60% degli 1,3 miliardi di indiani che derivano il loro sostentamento dal settore agricolo – la maggior parte dei quali su micro-appezzamenti di terreno – questo ciclo di schiavitù del debito ha drammatizzato il già grave contesto delle baraccopoli e la proliferazione di forza-lavoro in eccesso all’interno del subcontinenteNonostante l’India sia leader mondiale nella produzione di alimenti come il latte e il grano, milioni di persone risultano denutrite o sull’orlo della fame, una situazione che riflette la lunga traiettoria della carestia indotta dal capitalismo, che colpisce soprattutto i lavoratori agricoli. La prevista rimozione da parte del governo del meccanismo di regolamentazione dei prezzi, oltre alla distribuzione garantita dei prodotti da parte dei contadini indipendenti (come vorrebbero le Leggi agricole varate di recente), non farà altro che aumentare l’insicurezza alimentare, mentre altri milioni di persone saranno dirottati verso l’inferno delle fabbriche e dei servizi – o verso la miseria connessa all’eccesso di forza-lavoro.

Per capire questo processo più nei dettagli, potremmo ricordare la fondamentale intuizione del geografo marxista Neil Smith su come il capitale intensifica lo sfruttamento del mondo naturale per la massimizzazione del profitto, ciò che Smith chiama “emancipazione mediante l’annientamento”. L’invenzione dello “sviluppo ineguale” – dal suolo all’atmosfera – è centrale per la crescita del capitale costantemente alla ricerca di zone ancora intatte della biosfera per migliorare ed estendere il paradigma del dominio del mercato. Come scrive Smith, “Nessuna parte della superficie terrestre, inclusa l’atmosfera, gli oceani, il substrato geologico o il substrato biologico, sono immuni dalla trasformazione del capitale. Sotto forma di opportunità, con tanto di etichetta e relativo prezzo, ogni possibile valore d’uso viene riproposto come invito al processo di lavoro. Un processo di cui il capitale – che per sua natura è la quintessenza della socialità – rappresenta la spinta ideale”.

Le intuizioni di Smith ci permettono di capire come l’intrusione del capitale nella dinamica di tutti i processi vitali, rispecchi il meccanismo pernicioso della bio-pirateria, che funziona come l’orizzonte ultimo dell’accumulazione globalizzata e delle “nuove” pratiche imperialiste di supersfruttamento di ogni tipo di entità, umane e non umane, senza lasciare nulla di intentato. La bio-pirateria è un atto di saccheggio mediante il quale il capitalismo cerca di brevettare la conoscenza ecologica e le basi su cui gli esseri umani possono interagire con le proprietà ereditate dalla terra. Perseguendo il possesso dei diritti sui materiali genetici che per secoli sono circolati come ricchezza condivisa, le multinazionali possono poi regolare l’utilizzo di questi materiali precedentemente condivisi (per esempio nei caso dei semi), ridefinendo e quindi minando il potenziale di proprietà collettiva delle forze vitali e delle pratiche che rappresentano gli elementi essenziali della sostenibilità ecologica oltre che dell’appartenenza.

Per la studiosa e attivista indigena Debra Harry, questa appropriazione indebita dell’uso condiviso della conoscenza collettiva, è una forma di “bio-colonialismo” che “estende la portata del processo coloniale nei biomi e nei sistemi di conoscenza dei popoli indigeni, al fine di individuare le risorse genetiche e di conoscenze tradizionali che possono essere commerciabili”. Harry sostiene che “al centro del processo biocoloniale c’è il controllo, la manipolazione e la proprietà della vita stessa, e degli antichi sistemi di conoscenza detenuti dai popoli indigeni”. La biopirateria è quindi un’estensione del saccheggio imperialista delle risorse e delle conoscenze che è stato amplificato sotto forma di regime di accumulazione flessibile, in sintonia con l’etica neoliberale della privatizzazione di qualsiasi cosa e a qualsiasi prezzo, per quanto ingente possa essere il danno a livello umano o ecologico.

Nel tracciare la storia recente della bio-pirateria, vediamo che un’importante prefigurazione delle attuali leggi agricole è stata la legge indiana sulle sementi del 2019, che ha minacciato la sovranità degli agricoltori inondando il mercato di semi OGM che non sono rinnovabili, rendendoli così ulteriormente schiavi delle multinazionali che in questo modo si assicurano il controllo dei diritti in esclusiva su beni vitali che erano precedentemente condivisi a livello comunitario. 

Dall’inizio della liberalizzazione dell’economia indiana nei primi anni ‘90, le multinazionali hanno usato l’India come una sorta di cavia da laboratorio per eseguire alcune delle politiche associate alla bio-pirateria, culminata nella mercificazione di oggetti biologici, dal riso al cotone e altre.
La biopirateria in India è quindi l’esempio di un fenomeno globale attraverso il quale possiamo verificare fino a che punto il capitale sia profondamente intrecciato nella rete della vita. Scrivendo sulla convergenza tra l’erosione dei diritti degli agricoltori e la biopirateria capitalista, Vandana Shiva sostiene nel suo libro Biopirateria: Il Saccheggio della Natura e dei Saperi Indigeni: “È il passaggio da processi ecologici di produzione attraverso la rigenerazione, a processi tecnologici di produzione non rigenerativa che è alla base dell’espropriazione degli agricoltori e della drastica riduzione della diversità biologica in agricoltura. È alla base della creazione della povertà e della non sostenibilità in agricoltura”.

La biopirateria mina la riproduzione sociale di tutte le forze vitali, portando alla desertificazione delle conoscenze ecologiche e al tipo di violenza autoindotta che ha afflitto le comunità contadine negli ultimi decenni di produzione agricola basata sul mercato.

L’ECOFASCISMO E IL PROGETTO HINDUTVA

In termini politici, queste recenti forme di imperialismo capitalista si sono affermate insieme all’ascesa dell’ultra-nazionalismo indù, che è ora l’ideologia guida del neofascista Bharatiya Janata Party (BJP), che ha guadagnato influenza dagli anni ’90 e ha mantenuto la maggioranza negli ultimi anni sotto la guida di Narendra Modi.

L’agenda Hindutva si è imposta sotto la guida di Modi per garantire che le imponenti multinazionali che lavorano in tandem con la classe capitalista locale, mantengano l’accesso alle risorse e ai vasti bacini di forza-lavoro in eccesso. Incorporato nell’agenda Hindutva è il prerequisito dell’assimilazione post-imperiale, il che significa aderire alle modalità neofasciste di appartenenza e all’etica naturalizzata dell’esclusione sociale e dell’immiserimento ineluttabile, come evidenziato dall’aumento degli attacchi ai Dalit e ad altri settori di casta inferiore della società, che sono diventati figure marginali all’interno dello spazio della politica indù.
Ma quando coloro che sono sempre stati nell’ombra si organizzano (come nel caso degli agricoltori indiani o di altre categorie supersfruttate del corpo-politico), l’unica risposta è la repressione sostenuta dallo stato, come si è visto nelle proteste più recenti. Come scrive Arundhati Roy al riguardo, in Broken Republic: “Più o meno dal momento in cui l’India è diventata una nazione sovrana, si è trasformata in una potenza coloniale, annettendo territori, dichiarando guerra. Non ha mai esitato a optare per l’intervento militare per affrontare problemi politici…. Decine di migliaia di persone sono state uccise impunemente, centinaia di migliaia torturate. Tutto questo dietro la benevola maschera della democrazia”.

Non sorprende che l’ascesa dell’internazionalismo neofascista negli ultimi anni abbia incorporato aspetti del copione dell’Hindutva come parte della volontà di risincronizzare le relazioni sociali secondo predefinite gerarchie di cittadinanza imperiale, un processo che non si limita all’uso del razzismo xenofobo e alle pratiche di esclusione esercitate dalla militarizzazione dei confini, ma che arriva a includere anche la naturalizzazione delle disparità di ricchezza di massa e le forme concomitanti di supersfruttamento e spoliazione sistematica.

Di conseguenza, possiamo vedere come questo controllo monoculturale sulle relazioni sociali si estenda alla “terra”, che viene elevata allo status di oggetto sacro, ma inerente all’unicità dell’assimilazione sintetica che si traduce nell’accettazione passiva dello status quo dello sviluppo ineguale. Basato sul concetto di “ecologia profonda“, che vede il mondo attraverso gli occhiali reificati dell’ineluttabilità malthusiana e darwiniana, l’ecofascismo naturalizza così gli atti di violenza collettiva e individuale contro chiunque sia ritenuto inadatto ad accedere al paesaggio ancestrale. In altre parole, un sistema ideologicamente costruito per razionalizzare l’annientamento sia sociale che fisico.

Possiamo vedere come il progetto dell’Hindutva si incastri perfettamente con l’enfasi eco-fascista circa la purificazione di idee e identità esterne al paradigma dominante di appartenenza nazionalista. Cioè, esercita a livello molecolare il controllo sui processi sociali e biologici incolpando coloro che sarebbero ‘inadatti’ ad esistere entro i confini naturalizzati della “nazione”, come per esempio i musulmani, gli Adivasi (comunità tribali) e i lavoratori di casta inferiore. Il neofascismo Hindutva alimenta così il principio eco-fascista di sanificazione contro coloro la cui “essenza” etnica o razziale è ritenuta fondamentalmente contraria a quella ritenuta superiore in termini di razza, anche se tali identità marginalizzate hanno legami storici con i diritti alla terra.

Commentando il meccanismo di sincronizzazione che cerca di fondere gli elementi della società sotto la bandiera di una gerarchia naturalizzata, Benjamin Zachariah, che ha scritto molto sulla politica indiana, scrive che il Rashtriya Swayamsevak Sangh (RSS,) ovvero l’ala militante del BJP, “tende ad includere una rivendicazione di un nazionalismo organico e primordiale – l’idea che la nazione è nel sangue e nel suolo, e tutti coloro che vi appartengono devono condividerla…. Poi, quella nazione deve essere purificata e preservata ripulendola dalle sue impurità”.

Come tale, la continua occupazione del Kashmir da parte dell’India non è semplicemente un atto “incidentale” per difendersi da vicini ostili come Cina e Pakistan, o per mantenere la giurisdizione su un territorio da sempre conteso. Piuttosto, è coerente con il modo in cui l’eco-fascismo esercita il controllo biopolitico su un dominio immaginato che è stato riconfigurato secondo un’ideologia naturalizzata di autentica integrazione, incluso l’esproprio di terra e risorse spacciato come atto sovrano, e per fortificare il dominio politico su un corpo sociale inautentico – qualcosa che il progetto Hindutva condivide con gli stati di apartheid come Israele e gli Stati Uniti su scala globale.

IL LAND-COMMONING E L’ECOLOGIA DELLA LOTTA DI CLASSE

La recente sospensione delle leggi agricole – almeno temporaneamente – è senza dubbio il risultato di una disobbedienza civile di massa, che dovrebbe essere celebrata e replicata. Un possibile modello per espandere lo slancio scatenato da queste rivolte è considerare come il land-commoning – e il suo potenziale per ricostruire una società ecologica basata sulla preservazione della vita come un atto rivoluzionario – possa favorire la resistenza anticapitalista e allo stesso tempo alleviare le condizioni di massiccio impoverimento e di insicurezza alimentare che si sono amplificate negli ultimi decenni.

Sappiamo che per lungo tempo c’è stato un movimento basato sull’uso collettivo delle risorse nello stato del Punjab così ricco di agricoltura, dove dipende dal panchayat (ovvero il consiglio di villaggio) la gestione della distribuzione dell’uso della terra. Questa terra shamalat, come viene chiamata, ha beneficiato anche i contadini Dalit che dipendono dalla coltivazione della terra per il loro sostentamento, permettendo anche l’autosufficienza e il processo decisionale cooperativo sull’uso delle risorse che vengono messe in comune per promuovere la comunità.

Sappiamo anche che l’espropriazione della terra ha caratterizzato l’intero periodo postcoloniale dell’India, e ha provocato lo sfollamento e il trasferimento altrove di milioni di persone, in particolare dalle aree rurali e tribali che sono state sacrificate all’estrattivismo minerario e all’industrializzazione intensiva delle dighe. La “Rivoluzione Verde” indiana e la distruzione ecologica che ne è derivata, hanno anche aperto la strada alla riappropriazione neoliberale delle risorse della terra nel Punjab e in altre aree, distruggendo l’autonomia e la sopravvivenza dei contadini più poveri. Questo spostamento si è solo intensificato nel periodo dell’imperialismo neoliberale, esasperando la crescita delle baraccopoli con l’afflusso di manodopera in eccesso dislocata nei centri urbani, come evidenziato da Mike Davis, tra gli altri.

Con la scusa di contrastare il rallentamento dell’economia indiana sulla scia della pandemia COVID-19, il BJP ha allentato ulteriormente i vincoli ambientali per i progetti minerari e industriali, che devastano ulteriormente le foreste finora protette, a scapito degli adivasi la cui stessa esistenza dipende dall’accesso alle risorse di terra disponibili. Le leggi agricole proposte sono un’estensione della pratica di esclusione ecologica che minaccia e compromette la capacità delle comunità di governare le proprie risorse, in particolare nelle aree rurali che finora sono state gestite collettivamente.

A partire da queste premesse, il land-commoning potrebbe indicare la strada verso la trasformazione delle relazioni socio-politiche e quindi ecologiche, stabilendo reti di solidarietà anticapitalismo configurate sul principio della lotta di classe, soprattutto perché oltre il 60% della popolazione indiana lavora nel settore agricolo. Questa strategia “contro e oltre lo stato”, come viene chiamata, si basa sull’idea che l’autonomia può essere raggiunta e mantenuta sia al di fuori del capitale che all’interno dei confini dell’apparato statale, promuovendo in definitiva il modello di autogestione collettivizzata.

Sviluppando questo concetto, Silvia Federici e George Caffentzis sostengono che “il commoning anticapitalista dovrebbe essere concepito sia come spazi autonomi da cui reclamare il controllo sulle condizioni della nostra riproduzione, sia come basi da cui contrastare i processi di chiusura e distanziare sempre più le nostre vite dal mercato e dallo stato”. L’ONG Navdanya di Vandana Shiva è emblematica di questa tendenza, con la sua enfasi sulla conservazione dei semi, la biodiversità e l’agricoltura biologica sostenibile. Promuove inoltre i diritti dei contadini come parte dello slancio per la decentralizzazione, e la decrescita come un cambiamento politico fondamentale contro l’aggressione della globalizzazione con i suoi perniciosi effetti.

Ashish Kothari e Pallav Das richiamano inoltre l’attenzione sul riemergere del collettivismo nelle aree rurali e e nelle tradizionali aree agricole, basato sulla concetto di  swaraj o “autogoverno”, che promuove forme di “democrazia radicale” contrastando l’industria estrattiva e l’ingerenza del controllo multinazionale sulle risorse e i suoi usi. Come sostengono gli autori, la formazione di “eco-swaraj o democrazia ecologica radicale (Radical Ecological Democracy, ovvero RED)” apre la strada alla possibilità di espandere “un processo o sistema in cui ogni persona e comunità è autorizzata a far parte del processo decisionale, in modi che sono ecologicamente sostenibili e socialmente equi. Si basa sui pilastri della sostenibilità ecologica e della resilienza, della giustizia sociale e dell’equità, della democrazia diretta, della democrazia economica e della localizzazione, e della diversità culturale”.

Eppure, ciò che spesso manca in questo processo di riconciliazione radicale è la necessità di liberare il lavoro dalla morsa dell’estrazione del plusvalore, che è la chiave per superare il capitale sul lungo termine. Come tale, l’allargamento del land-commoning non può proseguire senza una profonda attenzione alla costruzione della coscienza di classe su una scala che possa aprire la strada verso la trasformazione rivoluzionaria, altrimenti è destinato a fossilizzarsi nella dimensione del locale, in effetti limitato nelle sue prospettive di realizzazione di massa contro l’egemonia capitalista.
Un aspetto degno di nota delle recenti mobilitazioni è la loro caratteristica di trasversalità rispetto alle tradizionali differenze di casta e di genere, specialmente in Haryana e nell’Uttar Pradesh occidentale, come sottolineato dal giornalista e autore Amandeep Sandhu in un recente articolo sulle forze che sostengono le rivolte dei contadini. E tuttavia, dovremmo anche riconoscere l’eredità della manipolazione politica dei lavoratori Dalit come un modo per rinforzare la posizione economica della classe dei proprietari terrieri e della borghesia locale, che detiene il controllo sui mezzi di produzione. Come sappiamo dalla storia, questa solidarietà si rivela spesso temporanea e destinata a regredire nelle vecchie abitudini di sfruttamento dell’esclusione, che specialmente negli spazi rurali dell’India sono sistematiche e radicate.

Il punto qui non è sminuire l’importanza della solidarietà intercastale e il ruolo delle comunità su base etnica o religiosa, nel quadro della resistenza di massa: come abbiamo visto le proteste sono state coordinate e guidate dalla militanza dei contadini Sikh. Allo stesso modo, l’enfasi sulla lotta di classe non dovrebbe imporre una sorta di visione marxista di matrice occidentale – ovvero “riduzionista in termini di classe” – come elemento egemone nella lotta contro l’espropriazione neoliberale e l’espansione della biopirateria.

Tuttavia, io credo che un simile progetto possa risultare autenticamente anticapitalista e politicamente inclusivo, solo sulla base di una coscienza di classe come fattore centrale e propulsivo di un processo di land-commoning, che potrebbe anche portare all’effettivo superamento dell’eredità del casteismo e del supersfruttamento che ne deriva. Per citare ancora Federici e Caffentzis, “O i beni comuni sono un mezzo per la creazione di una società egualitaria e cooperativa, o rischiano di approfondire le divisioni sociali, offrendo rifugio achi può permetterselo e quindi potrà più facilmente ignorare la miseria che lo circonda.”

Come potrebbe un land-commoning esteso basato sulla lotta di classe contribuire alla costruzione della solidarietà ecosistemica su scala di massa? Mentre c’è un limite alla forma che il land-commoning assume all’interno dello spazio riconfigurato come localizzato, dovremmo coltivare e incoraggiare tali forme di resistenza come parte di un movimento transnazionale contro l’eco-fascismo e il controllo di massa sulle risorse della terra, che sono la base della riproduzione della vita stessa. Vediamo che i baroni rapinatori contemporanei come Bill Gates sono diventati i più grandi proprietari di terreni agricoli negli Stati Uniti, il che non è una sorpresa considerando che una delle principali filiali della Fondazione Bill e Melinda Gates è l’investimento che promuove la produzione di colture commerciali OGM in Africa e in altri stati del Sud globale.

Di conseguenza, questo tipo di azione sociale potrebbe diventare fondamentale per lo sviluppo di una conoscenza ecologica comune che avanza nel contesto della lotta collettiva contro l’estrattivismo sfrenato e l’impoverimento biotico guidato dalla piccola frazione di umanità che compone i baroni ladri del nostro tempo. Una knowledge-as-praxis ecologicamente determinata potrebbe rifocalizzare la nostra attenzione su come gli esseri umani non sono al di fuori della biosfera ma connessi ai processi organici della terra e alla forza creativa che matura nel contesto di un’appartenenza inclusiva e sostenibile.

Come sostiene Vandana Shiva nel suo libro Oneness Vs. the 1%, la “sfida evolutiva” del nostro tempo è sviluppare una coscienza planetaria che “include la consapevolezza che la terra ha dei diritti, e che abbiamo il dovere di prenderci cura di lei, delle sue creature e dei nostri simili”. Promuovere questo tipo di molteplicità ecologica è cruciale se vogliamo invalidare l’egemonia capitalista e le catastrofi che genera.


John Maerhofer

I contadini indiani stanno conducendo una storica lotta

John Maerhofer è un educatore e attivista coinvolto nel movimento prt l’abolizione del carcere, nell’attivismo per il clima e nei diritti dei lavoratori migranti nell’area metropolitana di New York. Tra i suoi progetti in corso, sta lavorando a un libro sulla lunga controrivoluzione dagli anni ’70 ad oggi.


Fonte: Roar Magazine

Traduzione di Daniela Bezzi per il Centro Studi Sereno Regis


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