L’assalto al Congresso degli Stati Uniti e il problema della radicalizzazione di estrema destra

print

Autore
Richard E. Rubenstein


assalto al Congresso degli Stati Uniti

Come sappiamo, la sede del Congresso degli Stati Uniti a Washington D.C. è stata invasa il 6 gennaio da manifestanti di destra intenti a interrompere lo svolgimento di una seduta aggiuntiva del Congresso, indetta per certificare i risultati dell’elezione di Joe Biden e Kamala Harris come presidente e vice-presidente degli Stati Uniti.

L’edificio in cui sto scrivendo adesso questo editoriale è collocato a due piccoli isolati dal Congresso, e dal mio studio potrei sentire le urla della folla, accentuate dalle sirene, i rumori dell’elicottero, e improvvise esplosioni in seguito scoperto provenire dal suono di detonazione degli ordigni che brillano. Il mio impulso a camminare a breve distanza per vedere cosa stava accadendo è stato subito interrotto da una chiamata di mia figlia, che mi diceva, “accendi la tua televisione, e non pensare di andare lì. Non hai evitato il coronavirus proprio per essere colpito da qualche Proud Boy!”.

Uno sguardo alla confusione sullo schermo ha confermato la correttezza del suo consiglio.

Gli eventi del 6 gennaio

I fatti, come piace chiamarli agli avvocati, non sono nel dibattito. Donald Trump, il presidente uscente, ha invitato i suoi sostenitori a recarsi a Washington per manifestare contro la validazione della vittoria di Biden/Harris, sulla base di una corruzione elettorale ed il risultato di frode massiva del voto e dello spoglio. Il fatto che Trump e i suoi hanno raccolto più di sessanta processi in stati e in corti federali, muovendo loro le stesse accuse, inoltre i loro reclami sono respinti informalmente dai Repubblicani – così come dai Democratici – e i giudizi espressi, vengono semplicemente ignorati.

Una massa stimata dalla polizia di circa 40,000-45,000 ha ascoltato per più di un’ora sul National Mall (il viale davanti al palazzo del Congresso n.d.t.) ciò che Trump ripeteva nella sua accusa, cioè insistere di aver vinto le elezioni nel mezzo di una frana, decretando una disgrazia la votazione. Quindi lui stesso ha invitato i suoi seguaci a marciare verso il Congresso per insistere sull’annullamento del risultato elettorale.

È bastato quasi nulla per circondare il palazzo, il quale non era virtualmente sorvegliato da polizia e altre forze di sicurezza. Una piccola scorta di poliziotti del Congresso degli Stati Uniti, una forza speciale piazzata sul terreno del Congresso, è stata superata velocemente e di molto dai manifestanti, che sono saliti sulle scalinate e i muri da entrambi i lati dell’edificio, rompendo le finestre, sono entrati nel palazzo, arrivando addirittura ad occupare gli uffici del Congresso e la camera del Senato degli Stati Uniti.

Sei persone sono morte durante l’assalto – un agente di polizia ha colpito una manifestante donna con un colpo di pistola mentre entrava nella camera della House of Representatives; un manifestante che brandiva un estintore ha colpito un poliziotto del Congresso alla testa. Quattro manifestanti che soffrivano di attacchi cardiaci o infarti durante le violenze. Le ricerche nel palazzo e sul terreno immediatamente successive hanno rivelato armi automatiche, munizioni, armamentari per tenere ostaggi, e bombe idrauliche.

Il presidente Trump ha guardato i disordini alla televisione con la sua famiglia, poi ha rilasciato una dichiarazione che approvava le proteste, ma chiedendo loro di andare a casa. Due giorni dopo, con le richieste di dimissioni o di impeachment (stato d’accusa n.d.t.), ha rilasciato un’altra dichiarazione screditando la violenza. Un giorno dopo questo, ha rilasciato un’altra dichiarazione screditando la sua precedente.

Il problema si è ripetuto

Recentemente, un intervistatore televisivo mi ha chiesto di discutere le soluzioni “a breve termine” e “a lungo termine” ai problemi riscontrati nell’assalto al Campidoglio. Ho iniziato parlando del bisogno di perseguire i manifestanti che hanno invaso il palazzo o colpito altre persone, a ritenere Trump responsabile per la violenza, forse a causa della seduta aggiuntiva del Congresso che era motivata a censurarlo. Le soluzioni a breve termine dovrebbero includere la revisione del fallimento gigantesco della sicurezza che ha permesso l’attacco alla corte e velocemente progettare misure di protezione del Congresso e altri potenziali bersagli dai futuri attacchi. (Gruppi di estrema destra hanno già annunciato la loro intenzione di mantenere dimostrazioni pacifiche a Washington e altre capitali per il 17 gennaio.) Sembra chiaro, comunque, che oltre ad alcune azioni punitive e protettive, non ci sono davvero soluzioni a breve termine da discutere.

Poichè il problema è a lungo termine, consistono così anche le soluzioni.

Lasciatemi dire che il problema non è solamente Donald Trump. Questo demagogo malefico con derive fasciste è sicuramente un leader problematico, ma lui è il sintomo e parte di un problema più grande: l’intensa polarizzazione delle politiche statunitensi che ha tribalizzato il conflitto politico americano. Una volta presi in analisi gli sforzi tra competitivi “interessi di gruppo”, questi conflitti maggiormente riguardano quelli etnici, razziali, religiosi, e sistemi di valori-comuni che hanno a lungo afflitto nazioni in altre parti del mondo. I 74 milioni di cittadini statunitensi che hanno votato Trump nel 2020 e i 79 milioni che hanno votato contro di lui si considerano membri di comunità unite da valori e usi culturali, politici e morali comuni.

Gli ambiti socioeconomici coinvolti nella crescita del reddito e nella disparità di ricchezza, instabilità lavorativa, povertà, e precarietà, per non parlare del prossimo collasso di servizi sociali in molte comunità rurali e urbane, sono attualmente al centro di questa polarizzazione. Ma, finché combattere la salute globale dell’ordine capitalista è ancora un tabù, questi ambiti si sviluppano trasformandosi in ingiustizie etno-culturali e in ricerca di capri espiatori.

Nel dire questo, sono a conoscenza che molti lettori supporranno che io mi stia riferendo ai suprematisti bianchi di estrema destra, fanatici religiosi, e teorici cospirazionisti. Certamente, sono al corrente di questo, almeno in parte. Guardando gli attacchi alla televisione, è stato impossibile non accorgersi delle bandiere confederate portate nel palazzo del Congresso, le divise da campo di Auschwitz indossate da un manifestante, e le insegne QAnon di altri. Nonostante le indagini sui coinvolti siano allo stadio iniziale, è verosimile che queste rivelino una presenza attiva di gruppi neo-fascisti come i Proud Boys, Oath Keepers, e altre milizie di estrema destra.

Ma forze anti-Trump, non minori dei pro-Trump, sono giunte incredibilmente a costituire una tribù politica. Le loro ingiustizie entoculturali sono tese contro lo stereotipo storico prevalente di suprematisti bianchi violenti, il loro capro espiatorio è Donald Trump stesso, visto come la causa primaria di decadimento più che il rappresentante di un sistema decadente. Molto spesso istruite al college, (queste forze anti-Trump) sono abbastanza coscienti di essere un distinto gruppo culturale superiore agli ignoranti, manipolabili “deplorevoli” che si oppongono ad una immigrazione senza restrizioni, canali di informazione liberali, regolamentazioni nel controllo delle armi, e sul Deep State.

I moltissimi sostenitori di Trump sono assiduamente descritti e rispettati dai giornali e quotidiani statunitensi come “bianchi senza un’istruzione al college”. Questo significa che loro sono membri della classe operaia (un termine scrupolosamente evitato dalla stampa americana) i quali standard di vita sono scesi rapidamente a seguito della pandemia di COVID, che ha peggiorato la loro situazione. Ma le masse più educate, tecnologicamente sofisticate, urbane che tendono a sostenere candidati liberali democratici sono anche loro strenui lavoratori.

Questo evidenzia un’enorme, precisa conseguenza nel dividere settori della classe lavoratrice – una divisione diventata la base per la differenza di status che minaccia gravemente l’unità sociale. Alcuni lavoratori sentono che il loro lavoro è dignitoso e importante e sostengono di avere un futuro economico, mentre altri, umiliati e discriminati, cercano una ricompensa al loro stato decadente in sogni di gloria svanita e miti della superiorità raziale. Inoltre alcuni soffrono di precarietà economica, povertà, e sfiancamenti dal vicinato violento per il fatto che sono persone di colore: le vittime di una discriminazione sistemica, trans-generazionale, raziale ed etnica.

Una risoluzione immaginata

Non possiamo solo parlare di soluzioni ai problemi che hanno generato l’attacco al Congresso degli Stati Uniti senza comprendere le sue radici sociali. Per fermare la radicalizzazione di molti lavoratori di estrema destra, come una sorgente del conflitto – la divisione tra strati più o meno “abilitati” della classe lavoratrice – quest’ultimi devono essere riconosciuti e superati. Ma come realizzare ciò senza capire che molte divisioni sono prodotte da normali operazioni di un sistema socioeconomico non pianificato e condotto dall’impulso a massimizzare i profitti a breve termine?

Dividere i lavoratori in gruppi viziosi in competizione potrebbe non essere il risultato di alcuna cospirazione dei padroni dell’elite “opinionista”, ma i risultati sono gli stessi qualunque strategia sia appositamente progettata o adottata, come una sorta di risposta Darwiniana alle minaccie della supremazia del Capitale. Divisioni tra lavoratori bianchi e lavoratori di colore sono sostenute da tempo oppure tollerate per le stesse ragioni. Se Joe Biden è serio a proposito di “riunire gli americani” – un obbiettivo che non ha mai smesso di confermare – dovrà partire portando assieme i settori della classe lavoratrice, che questo piaccia o no ai donatori danarosi che sostengono le finanze delle campagne elettorali del Partito Democratico.

Poiché si tratta di un problema a lungo termine, la soluzione dovrà essere a lungo termine. Sembra chiaro che il movimento che ha eletto Donald Trump sopravviverà alle sue dimissioni, così come il movimento jihadista di molti continenti è sopravvissuto alla scomparsa di leader carismatici come bin Laden o al Baghdadi. La sfida, in entrambi i casi, consiste in prevenire molto e molti frammenti del movimento nel passare da una mentalità conservatrice al fascismo, e soprattutto da proteste nonviolente a calcolati e organizzati atti di terrorismo.

L’attacco del 6 gennaio al Congresso non è stato un atto di terrorismo, secondo la mia visione, e nemmeno una ”insurrezione” o un “colpo”, sebbene sia stata un’occupazione illecita motivata ad annientare il Congresso nella funzione dei suoi doveri. Ma, pur pensando al paragone della Marcia su Roma di Mussolini o la presa di Monaco da parte di Hitler nel 1923, la domanda è come impedire che il 1923 diventi il 1933 – come fermare la radicalizzazione di massa che potrebbe arrivare al movimento neofascista violento col sostegno delle folle.

Potrebbe essere utile iniziare ammettendo che nessuno ha ancora proposto un effettiva risposta in merito alla questione. Il risultato di un decennio di ricerche nel “CVE” – contrasto all’estremismo violento – non è stato particolarmente incoraggiante. In parte, credo, questo sia dovuto alla difficoltà di riconoscere che i problemi richiedono soluzioni sistemiche, non solo il risultato di cattivi leader o politiche. La tribalizzazione politica in America non ha uno sviluppo recente.

Le radici moderne della crisi attuale vanno a ritroso fino agli anni ’60 e ’70 quando giovani radicali nella sinistra hanno partecipato alla controversa “rivoluzione culturale”, e negli anni ’80 e ’90, e quando le forze di destra hanno rilanciato la contro-rivoluzione culturale in virtù del diritto statale, del rozzo individualismo, e di una religione evangelica. L’intensa polarizzazione che attualmente ci riguarda è il prodotto di una crisi sistemica, non solo la comparsa di leader demagoghi, e può essere combattuta solamente con misure che riprendano i fallimenti socioeconomici e i sistemi delle politiche verso una guarigione.

Il nostro lavoro, da adesso in poi, deve essere la diagnosi giusta di questi fallimenti e proporre cure creative e pratiche. Per far questo si dovrà sfidare consistentemente i tabù nascosti e convincere le persone a permettersi di pensare più liberamente sulle sorti della società che loro vogliono creare per loro stessi ed i loro discendenti. Questo a sua volta richiede una conversazione sostenuta – un dialogo, se volete – tra gli accorpamenti sociali che sono stati più a lungo portati a sintonizzarsi ai social-media che confermavano loro stessi e nuove fonti invece di discutere con i membri di un’altra cerchia.

Punire i responsabili dell’assalto al Congresso è sia garantito sia necessario. Il presidente Trump dovrebbe sicuramente ritenersi resposanbile per incoraggiare una folla a circondare l’edificio e compromettere il Congresso. Tuttavia le sole misure punitive non aiuteranno coloro che hanno disperatamente bisogno di un dialogo interno al proprio gruppo. Punire i responsabili e proteggere i nostri luoghi pubblici, certamente. Ma cominciare questi dialoghi adesso!


Richard E. Rubenstein

assalto al Congresso degli Stati Uniti

Richard E. Rubenstein è membro della rete TRANSCEND Network for Peace Development Environment e professore in risoluzione dei conflitti e affari pubblici alla George Mason University, Jimmy and Rosalyn Carter Center for Peace and Conflict Resolution.

Diplomato all’Harvard College, Oxford University (Rhodes Scholar), e in Giurisprudenza ad Harvard, Rubinstein è autore di nove libri in analisi e risoluzione di conflitti sociali violenti. Il suo libro più recente è Resolving Structural Conflicts: How Violent Systems Can Be Transformed, Routledge, 2017 (Risolvere conflitti strutturali: Come sistemi violenti possono essere trasformati, n.d.t.)

La sua ultima pubblicazione, è uscita alla fine del 2020, si intitola Post-Corona Conflicts: New Sources of Struggle and Opportunities for Peace.


EDITORIAL, 11 Jan 2021 | #675 | Richard Rubenstein – TRANSCEND Media Service

Traduzione di Fabrizio Caridi per il Centro Studi Sereno Regis