La sofferenza degli animali selvatici e il dilemma dei vegani | Jordi Casamitjana

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Un ghepardo al Kenya Masai Mara National Park. Foto da needpix.com

I vegani non hanno ancora raggiunto un accordo sul come affrontare la sofferenza degli animali selvatici, non sottoposti al diretto controllo degli esseri umani.

L’etica vegana è per definizione anti-specista, così la definisce la Vegan Society. Per cui lo sfruttamento degli animali è inammissibile in tutte le sue forme, non solo quelle relative all’alimentazione.

In quest’ottica, i vegani si oppongono alla discriminazione degli esseri viventi sulla base della loro specie, proprio come gli anti-razzisti si oppongono alla discriminazione degli esseri umani sulla base della “razza” a cui appartengono.

Quindi, ad animali selvatici come volpi, serpenti o vespe, dovrebbe essere riservata la stessa attenzione rivolta a polli, maiali e mucche.

Coscienza

Nella natura, molti animali affrontano grandi difficoltà a causa di malattie, ferite, parassitismo, fame, condizioni climatiche sfavorevoli, disastri naturali e pressione predatoria. Problemi non direttamente causati dagli esseri umani.

I vegani che tentano di intervenire il meno possibile per limitare i danni, potrebbero far del male ad altri esseri viventi “per omissione”. Per esempio, quando incontrano un animale ferito e sarebbero potenzialmente in grado di alleviare la sua sofferenza, ma decidono di non farlo.

I vegani dovrebbero aiutare la preda a scappare dal suo predatore, o evitare che solo “i più adatti” sopravvivano ai più deboli? Non tutti vi forniranno le stesse risposte.

Alcuni sostengono che i vegani abbiano l’imperativo etico di dare agli animali selvatici la stessa considerazione che darebbero a quelli domestici.

Dicono che tutti noi abbiamo l’obbligo morale di provare almeno a ridurre, il più possibile, la sofferenza di tutti gli esseri senzienti sul pianeta. E nella natura la sofferenza è tanta.

Sofferenza

Altri dicono che gli esseri umani sono la peggiore causa di sofferenza e che ogni tentativo di intervenire nella natura non farà altro che generarne altra, dato che gli uomini non hanno né le conoscenze né la capacità di agire in maniera significativa.

Loro credono che il meglio che possiamo fare è evitare di essere causa di sofferenza per gli animali che sono sottoposti al nostro controllo diretto e lasciare che “Madre Natura” pensi al resto. Chi ha ragione?

Sono vegano etico da almeno vent’anni e tante volte ho provato a rispondere a questa domanda, soprattutto perché da attivista per i diritti degli animali ho spesso a che fare con quelli selvatici.

A volte, sono d’accordo con una parte del dibattito, altre volte con l’altra.

Credo che gli esseri umani tendano a creare molta più sofferenza quando intervengono nei processi naturali, anche quando le intenzioni sono buone. Per esempio, i programmi di allevamento in cattività e l’introduzione di specie allogene hanno avuto conseguenze impreviste.

Genetica

In un certo senso, gli umani sono già causa di sofferenza per molti animali selvatici.

Se fossimo moralmente obbligati a prevenire i danni causati dall’uomo, dovremmo allora intervenire  ogni volta che infettiamo gli animali selvatici con agenti patogeni ai quali la Natura non li avrebbe mai esposti (come la tubercolosi bovina nei tassi).

Dovremmo aiutarli quando muoiono di fame a causa nostra; quando vengono attaccati da altri animali perché noi abbiamo forzato i loro predatori a spostarsi in altre zone, distruggendo il loro habitat naturale; o quando abbiamo incasinato i loro territori dandogli la caccia.

La selezione naturale potrebbe aver evitato un “eccesso” di sofferenza, generando endorfine e lo “stato di shock” per alleviarla.

Il topo delle cavallette, ad esempio, ha sviluppato resistenza al veleno dello scorpione della corteccia – una mutazione genetica che non fa avvertire loro alcun dolore quando vengono punti.

Natura

Questi naturali meccanismi di difesa per ridurre la sofferenza, tuttavia, potrebbero non scattare quando gli animali si trovano in situazioni innaturali, in cattività, o sono oggetto di caccia da parte degli umani.

In media, la sofferenza causata dagli esseri umani è la peggiore, poiché la natura psico-fisica degli animali potrebbe non riuscire ad affrontarla allo stesso modo in cui gestisce la sofferenza causata da una situazione naturale.

In altre parole, la “qualità” della sofferenza causata dall’uomo può essere peggio di quella causata in Natura, e questo compensa la differenza in termini di “quantità”.

Chi sostiene che la maggior parte degli animali selvatici abbia un benessere netto negativo (nel senso che sperimentano più sofferenza che felicità nel loro ciclo di vita), potrebbe risultare troppo antropocentrico nel modo in cui interpreta i concetti stessi di sofferenza e felicità, sopravvalutando la prima e sottovalutando la seconda.

Forse sono influenzati dai documentari sulla Natura, troppo spesso concentrati sui momenti più drammatici della vita in natura, ignorando il resto del vissuto di un animale selvatico.

Soffocamento

Spesso si ha la percezione che le prede siano in uno stato costante di paura, terrorizzate dall’eventualità che il predatore sia dietro l’angolo. Ma quest’ansia è una caratteristica assolutamente umana, basata sull’analisi approfondita delle informazioni ricevute.

È improbabile che questo sentimento venga provato dagli animali, i quali tendono a vivere il momento e hanno sviluppato, nel corso dell’evoluzione, l’abilità di individuare e eludere i loro predatori.

C’è anche la tendenza a essere “predo-centrici”, ignorando quanto possa sentirsi “felice” un predatore affamato quando finalmente riesce a catturare la preda e a nutrire i suoi piccoli.

È possibile che, in media, la sofferenza della preda venga compensata dalla felicità del predatore, soprattutto se si considera che sono numericamente in vantaggio le prede che riescono a scappare rispetto a quelle catturate e uccise.

Quando il ghepardo blocca la gazzella, le morde la gola con un metodo chiamato “nodo alla gola”, che porta la preda a una morte relativamente rapida per soffocamento.

Storia

La “riduzione della sofferenza” potrebbe finire per essere troppo costosa per entrambe le parti, in termini di ferite e fame.

Se consentissimo all’evoluzione di fare il suo corso e lasciassimo gli ecosistemi indisturbati, la sofferenza (intesa come l’adattamento biologico a identificare situazioni negative evitabili, dopo averle vissute) potrebbe esistere in natura nella “misura giusta”, proprio come ogni altra caratteristica biologica.

Il collasso ambientale e climatico causato dall’uomo sta affliggendo l’intero pianeta.

Se vogliamo essere davvero coerenti e non specisti, dobbiamo provare a prenderci cura degli animali selvatici almeno quanto facciamo con quelli domestici, perché entrambi sono compromessi dalle nostre azioni ed entrambi sono ugualmente coscienti della sofferenza che queste azioni procurano.

Come possiamo agire noi vegani, quando il problema è così enorme e la storia dell’umanità si macchia sempre di più ogni volta che l’uomo prova a intervenire?

Calvario

Negli ultimi mesi, sono riuscito finalmente a mettere insieme un numero soddisfacente di risposte mentre scrivevo il mio libro “Ethical Vegan”.

Lì introduco un nuovo concetto che ho definito “partecipazione traumatica”, per cui dovremmo provare a interrompere ogni calvario (esperienza molto spiacevole e protratta nel lungo periodo) causato dall’intervento collettivo diretto da parte degli esseri umani (caccia, inquinamento, distruzione degli habitat naturali, etc.).

Sarebbe comunque opportuno analizzare caso per caso al fine di stabilire se, quando e come intervenire, considerando il tipo di sofferenza dell’animale e la nostra partecipazione personale quando all’improvviso ci troviamo parte della “scena”.

Credo che dovremmo lasciare in pace le parti più remote della Natura, provare a ripristinare interazioni e dinamiche ecologiche nella più ampia misura possibile, “riconnettere” tutte le macchie selvatiche dimenticate.

Allo stesso tempo, però, non dovremmo mai ignorare la sofferenza che incontriamo nel nostro cammino di vita.

Osservatore

E questo è il motivo per il quale credo che sia giusto aiutare gli animali che incontriamo, guarirne le ferite per poi poterli reinserire nel loro habitat naturale, oppure porre fine allo straziante calvario di quegli animali selvatici che non possono essere salvati.

Un compromesso che mira a dare alla Natura ancora la possibilità di selezionare “i più forti”, creando ecosistemi equilibrati in cui la quantità netta di sofferenza complessiva è probabilmente inferiore a quella presente in habitat sbilanciati, e allo stesso tempo a consentire a noi di adempiere ai nostri obblighi morali quando ci troviamo coinvolti.

Non si tratta di sradicare la sofferenza ma di ridurre al minimo il danno che causiamo al mondo animale. Non si tratta di combattere contro la Natura ma di evitare la distruzione del suo equilibrio.

Né si tratta di distogliere lo sguardo e far finta di niente, ma di dare un contributo significativo quando ci siamo già dentro e siamo certi che l’esperienza di sofferenza vissuta dall’animale è intensa.

Prendersi cura di tutti gli esseri senzienti, comprendere la Natura e affidarsi a lei, assumersi le proprie responsabilità nella misura in cui siamo tutti partecipanti e non osservatori.

Non è perfetto, ma un ottimo inizio.


Jordi Casamitjana

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Jordi Casamitjana è uno zoologo vegano, attivista animalista e autore del libro Ethical Vegan: un viaggio personale e politico per cambiare il mondo. Twitter @jayseecosta.


Fonte: The Ecologist, 4 dicembre 2020, Creative Commons 4.0

https://theecologist.org/2020/dec/04/vegans-dilemma

Traduzione di Benedetta Pisani per il Centro Studi Sereno Regis

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