Gli Stati Uniti sono preparati per resistere a un colpo di stato? | Stephen Zunes

Se Trump si rifiuta di fare un passo indietro, noi dobbiamo essere pronti a non collaborare.

Il 20 ottobre 2020 il presidente Donald Trump è scortato da un colonnello dell’aeronautica statunitense presso la base congiunta Andrews nel Maryland.

Il rifiuto da parte del Presidente Donald Trump di raggiungere un accordo per un pacifico trasferimento del potere ha destato forti preoccupazioni circa la possibilità che i repubblicani possano truccare le elezioni presidenziali del 2020.

Se Trump e i suoi sostenitori repubblicani provassero a invalidare i risultati delle elezioni, gli americani sarebbero davvero in grado di mobilitarsi per porre fine a tutto questo?

E mentre i tribunali potrebbero rivelarsi incapaci di impedire un colpo di stato da parte di Trump – soprattutto dopo la nomina di Amy Coney Barrett alla Corte Suprema – una rete di organizzazioni è già pronta ad avviare un movimento di resistenza su larga scala per difendere la democrazia americana.

Ma se Trump e i suoi sostenitori repubblicani provassero a invalidare i risultati delle elezioni, gli americani saranno davvero in grado di mobilitarsi per porre fine a tutto questo? Riusciranno a organizzarsi in un’insurrezione nonviolenta che impedisca al vincitore della corsa presidenziale di assumerne l’incarico?

Nel considerare queste eventualità, può tornarci utile dare un’occhiata alle esperienze di altri paesi in cui i movimenti popolari hanno invertito con successo le sorti di una vittoria elettorale sottratta indebitamente. Avendo attentamente analizzato alcune insurrezioni pro-democrazia che hanno avuto luogo in varie regioni del mondo, ho potuto riscontare analogie e differenze tra quello che potrebbe accadere negli Stati Uniti dopo il 3 novembre e il modo in cui, in altri quattro paesi, i cittadini hanno agito in circostanze similari.

In un articolo pubblicato di recente da International Center on Nonviolent Conflict, ho esaminato i casi di Filippine (1986), Serbia (2000), Ucraina (2004) e Gambia (2016). E ho notato che hanno alcuni punti in comune:

  • Il monitoraggio meticoloso e attento delle elezioni ha consentito all’opposizione di dimostrare in maniera convincente che c’erano stati brogli massicci e che il conto dei voti non era stato effettuato accuratamente;
  • Dal momento che i tentativi di truccare le elezioni erano palesi, i cittadini si sono organizzati in grandi mobilitazione nel giro di pochi giorni, costruendo reti di opposizione che sono rimaste attive per anni;
  • La non-cooperazione su larga scala – che ha incluso una serie di contestazioni popolari negli spazi pubblici, scioperi, episodi di disobbedienza civile, etc. – ha permesso di contestare la legittimità del governo in carica e di stabilire un centro di potere alternativo;
  • Anche se duramente repressa, l’opposizione ha mantenuto sempre una disciplina rigorosamente nonviolenta;
  • L’opposizione ha ricevuto supporto non solo da parte dei gruppi politici centristi, i cui candidati erano stati derubati della vittoria elettorale, ma anche dal proletariato di sinistra;
  • I cambiamenti di prospettive tra gli alleati al regime – dai funzionari di governo alle forze di sicurezza – sono stati palesati mediante non-cooperazione, defezioni e diserzioni.

Gli americani riusciranno a fare tutto questo? È un’ottima domanda.

È vero che gli Stati Uniti hanno alle spalle una lunga tradizione democratica e un’illustre storia di resistenza nonviolenta. Gli americani hanno goduto di istituzioni democratiche più forti, di repressioni meno palesi e di libertà individuali più forti rispetto ai quattro paesi che abbiamo considerato come termine di paragone, i quali invece sono stati soggetti a regimi autoritari o semi-autoritari per molti anni prima del tentato colpo di stato.

Non è detto che Joe Biden sia disposto a sostenere una campagna legale di resistenza civile per le strade delle città statunitensi.

In ogni caso, ci sono molte ragioni per credere che, negli Stati Uniti, una resistenza di massa possa incontrare maggiori difficoltà rispetto alle mobilitazioni avvenute nelle Filippine, Serbia, Ucraina e Gambia.

La prima motivazione è che in quei paesi – come nella maggior parte dei paesi con sistemi presidenziali – viene eletto il candidato con più voti. Invece, negli Stati Uniti d’America, il Presidente è scelto da un Consiglio elettorale. E nella Costituzione americana sono previste una serie di oscure disposizioni per cui Donald Trump potrebbe essere eletto di nuovo, pur non avendo la maggioranza dei voti popolari.

Per esempio, i tribunali federali – che sono guidati da esponenti repubblicani – potrebbero consentire agli stati repubblicani di non considerare i voti non dati oppure conferire ai legislatori statali il potere di nominare elettori repubblicani indipendentemente dai risultati del voto popolare a livello nazionale.

Sebbene siano innegabilmente ingiuste, azioni del genere potrebbero passare come “legali” e costituzionali.

In un simile scenario, non è detto che Joe Biden, un cauto e centrista candidato democratico, sia disposto a sostenere una campagna legale di resistenza civile per le strade delle città statunitensi.

Le insurrezioni filippine, serbe, ucraine e gambiane sono state condotte e sostenute dai partiti di opposizione. È improbabile che, in America, un colpo di stato possa essere invertito se Biden, per esempio, dicesse ai manifestanti di lasciar perdere e tornarsene a casa. Questo è quanto sostanzialmente accaduto nel 2000, quando Al Gore ha ammesso di essere stato sconfitto da George W. Bush, dopo che la Corte Suprema aveva respinto la richiesta di riconteggio dei voti in Florida.

Nonostante tutto,un’insurrezione popolare potrebbe portare i leader democratici ad alcuni ripensamenti.

Gli stati della California e di New York sono prevalentemente a maggioranza democratica e contribuiscono a circa un quarto dell’economia statunitense. Se Gavin Newsom e Andrew Cuomo, i rispettivi governatori statali, sostenessero uno sciopero di massa, e gli esecutivi democratici nella Silicon Valley e a Manhattan si unissero a loro, la pressione economica sarebbe tale da convincere i leader democratici a fare lo stesso anche a livello nazionale.

Nei quattro paesi in cui le manifestazioni contro i brogli elettorali hanno avuto successo, la polizia e le forze militari si sono auto-limitate, nella misura in cui non hanno eseguito gli ordini che prevedevano sparatorie su larga scala e uccisioni di massa.

I vertici militari americani si sono pronunciati contro l’ingerenza nelle controversie politiche interne; i sindaci democratici (che detengono il controllo della maggior parte delle grandi città statunitensi) potrebbero essere riluttanti a schierare la polizia contro pacifiche manifestazioni pro-democrazia, così come è altamente improbabile che i governatori democratici dispieghino contro di esse la Guardia Nazionale.

Trump potrebbe sfruttare gli scioperi nelle strutture di detenzione per gli immigrati e il sistema federale delle carceri, ma queste realtà sono ancora troppo piccole per poter rappresentare lo scenario nazionale delle attività di resistenza su larga scala. Se gli attivisti pro-democrazia mantenessero sempre una disciplina nonviolenta, è altamente improbabile che si arrivi ad assistere a  orrende repressioni e massacri da parte delle forze di sicurezza.

Ma, a differenza degli altri paesi, milioni di americani possiedono armi da fuoco e tra questi un‘ampia fetta è composta dai sostenitori di Trump. Anche se la polizia ha deciso di non sparare contro la folla disarmata, non è detto che gruppi di estrema destra facciano altrettanto.

La difesa di una società esposta al rischio reale di un colpo di stato si basa su mobilitazioni di massa e alleanze, sulla disciplina nonviolenta e sul rifiuto di riconoscere un’autorità non legittima.

Per scongiurare un colpo di stato in America, sarebbe opportuno elaborare specifici piani d’azione per ciascuna categoria di mobilitazione, compresi blocchi e occupazioni delle principali strutture governative, commerciali, di trasporto, etc. Un’azione di massa è essenziale perché aiuta a spronare l’opposizione, incoraggia la partecipazione, previene un approccio di “ordinaria amministrazione” nei centri urbani e fornisce materiale eccellente per una copertura mediatica estesa e solidale.

La difesa di una società esposta al rischio reale di un colpo di stato si basa su mobilitazioni di massa e alleanze, sulla disciplina nonviolenta e sul rifiuto di riconoscere un’autorità non legittima.

Infatti, mantenere un approccio nonviolento è fondamentale per condurre una mobilitazione di successo. Creare disordini, appiccare incendi, condurre atti vandalici, lanciare proiettili contro la polizia e altre attività del genere… Tutto questo giocherebbe semplicemente a vantaggio di Trump, il quale potrebbe approfittare della situazione per sottolineare l’esigenza di preservare l’ordine pubblico.

In America, molti movimenti di successo che hanno applicato l’azione diretta nonviolenta, hanno riconosciuto l’importanza dell’educazione alla nonviolenza. Workshop di formazione per condurre una resistenza contro i brogli elettorali, come quelli offerti da ChooseDemocracy.us, sono essenziali per consentire ai partecipanti di mantenere un atteggiamento nonviolento di fronte alle provocazioni.

Waging Nonviolence ha pubblicato una serie di articoli molto interessanti sulle tecniche da adoperare per guidare una resistenza nonviolenta. Protect the Results è una grande coalizione di organizzazioni per i diritti umani e le libertà civili, “impegnata a rispettare lo stato di diritto e a salvaguardare i risultati definitivi e legittimi delle elezioni 2020”. Queste organizzazioni sono suddivise in gruppi locali che si mobilitano in decine di città dove, nei giorni a venire, sono previste una una serie di azioni elencate sul sito web della Chicago-based Voice for Creative Nonviolence.

Stando ai sondaggi, l’eventualità che Trump conduca un colpo di stato è di fatto diminuita ma rimane comunque una possibilità concreta.

Se il Presidente dovesse rifiutare l’insuccesso – in caso di sconfitta elettorale – noi dobbiamo essere pronti a non collaborare. Come hanno ampiamente dimostrato filippini, serbi, ucraini e gambiani, insieme a tutti gli altri attivisti pro-democrazia nel mondo, il potere dei governi è direttamente proporzionale alla volontà del popolo di obbedire.

Se necessario, possiamo dimostrarlo anche noi.


Stephen Zunes

Stephen Zunes è professore di politica e studi internazionali all’Università di San Francisco. Collabora regolarmente con The Progressive, lavora come Editorial Fellow presso il Tikkun Institute. E’ stato ospite del nostro centro studi nel 2008 per un incontro sulla politica americana in Medio Oriente e le radici del terrorismo


Articolo originariamente pubblicato sul sito progressive.org il 26 ottobre 2020.

https://progressive.org/dispatches/is-us-prepared-to-resist-coup-zunes-201026/

Traduzione di Benedetta Pisani per il Centro Studi Sereno Regis


A circa un mese dalla pubblicazione dell’articolo, l’autore scrive una precisazione:

Regarding my last email, in which I shared articles and interviews regarding the possibility of Trump stealing the election (click here for an additional short piece in which I’m quoted), my sense at this point is that it is not going to happen. Biden’s margins in the key states are too big, the Trump campaign’s legal motions are contradictory and amateurish and have been repeatedly dismissed by the courts, the support from Republican politicians is largely perfunctory, the rallies in Trump’s support are tiny, etc. I’m not saying what they’re doing isn’t a problem. Trump and his supporters are laying the groundwork to try to undermine Biden’s authority as president in the eyes of much of the Republican base and therefore minimize cooperation by Republican elected officials, which will make it even more difficult for Biden to advance a progressive policy agenda. However, there isn’t a coup in progress. Really. We should remain vigilant, but no need to panic.

Una replica a “Gli Stati Uniti sono preparati per resistere a un colpo di stato? | Stephen Zunes”

  1. L'articolo è di un mese fa ma sembra scritto oggi. Personalmente temo che in America sia in corso un colpo di stato, mentre la Russia si affaccia nel Mediterraneo. Ci salveremo con la Cina?

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