Tornare alle comunità, ripensare l’urbanistica | Alessandro Volpi

L’epidemia sta fornendo alcune indicazioni chiare per il futuro. Gran parte della sua diffusione dipende dallo spostamento di centinaia di migliaia di persone in direzione dei grandi centri dove sono concentrate attività produttive, servizi e luoghi di formazione. Ciò significa che il modello delle megalopoli in larga misura svuotate di residenti e popolatissime di utenti e lavoratori diurni è difficilmente conciliabile con le “nuove” malattie sociali che sembravano scomparse.

Lo spostamento degli abitanti in vastissime periferie da cui muoversi ogni giorno crea inevitabili e, spesso, non risolvibili assembramenti. In questo senso andrebbe ripensata L’urbanistica, concependo una realtà policentrica, composta di aggregazioni socio-economiche più piccole, quasi autosuf?cienti, dove gli spostamenti sono  minimi e le comunità risultano più “chiuse”. Anche i grandi edi?ci dovrebbero essere riconsiderati; basti pensare alla complessità degli accessi, all’utilizzo degli ascensori, alla convivenza nello stesso edificio-città di migliaia di lavoratori provenienti dalle parti più diverse.

In maniera analoga la rete della distribuzione commerciale non può più essere basata su enormi spazi frequentati da migliaia di persone in maniera simultanea. In altre parole, l’epidemia pone la sfida del ritorno a dimensioni più piccole, più autosufficienti, più coese, in grado di garantire anche una rete sociale di comunità. Le stesse dimensioni delle abitazioni non possono essere più quelle dei monolocali-dormitorio perché sarà necessario, e inevitabile, passare più tempo in tali spazi domestici e meno fuori.

Si tratta solo di una considerazione di natura molto generale che, certo, implica una profonda trasformazione dei processi di produzione e di consumo ma che l’epidemia pare suggerire con forza.

A questo riguardo, senza entrare nel merito della natura di simili trasformazioni, sono possibili due notazioni. La prima ha a che fare con un’avvertenza importante. Perché l’autosufficienza, le piccole dimensioni non determinino un impoverimento culturale, sociale ed economico occorre un radicale potenziamento della digitalizzazione che deve ‘essere un servizio pubblico e, in quanto tale, gestito dal pubblico. In tal modo si possono rivitalizzare gli oltre 8 mila Comuni italiani evitando gli spopolamenti, evitando gli assalti alle metropolitane e ai tanti trenini di provincia e, al contempo, dotandoli della rete per far circolare idee e risorse.

Forse, anche l’Alta velocità dovrebbe essere ripensata, per destinare più risorse alla manutenzione dei territori, al recupero edilizio e, appunto, alla digitalizzazione.

La seconda notazione è di natura economica. Per fare tutto ciò servono tante risorse che dovranno essere in larga misura prese a prestito attraverso l’indebitamento pubblico, anche mediante i prestiti europei e soprattutto con le “risorse” della Bce.

E’ probabile quindi che dovremo essere tutti molto più “locali” , molto più digitali e molto più europei; nella sostanza dovremo maturare una nuova idea di cittadinanza….


Alessandro Volpi

Nato a Massa il 4 dicembre 1963 è un politico e accademico italiano, sindaco di Massa dal 2013 al 2018, docente Geografia politica ed economica e Storia economica presso la Facoltà di Scienze politiche dell’Università di Pisa


Fonte: Il Tirreno del 26 ottobre 2020, p. 24

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