Dalle ceneri di Moria sta nascendo un nuovo mostro | Athanasia Kontocristou

Moria non c’è più. Il simbolo del nostro odierno campo di concentramento è oramai cenere. L’incendio è cominciato il 9 settembre e per 2 giorni sono bruciati sia il campo ufficiale sia la giungla, gli uliveti. Chi ha appiccato l’incendio? I 6 afghani che sono stati arrestati per distruggere il loro inferno? Possibile, ma essi dicono di essere innocenti. Di sicuro non sono loro i responsabili dell’inferno di Moria. Altri migranti dicono che anche se l’incendio è stato iniziato dai profughi, il secondo giorno è stato concluso dai locali di estrema destra che volevano raggiungere lo stesso obiettivo: che il campo di Moria chiudesse e che gli abitanti andassero via dall’isola. Tutti volevano che non si realizzasse il piano governativo di costruire  il nuovo campo blindato sulla vecchia struttura.

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Moria non c’è più ma la tragedia per i non privilegiati non finisce mai. Per più di una settimana quasi 12.000 persone, compresi i neonati, hanno dormito per strada lungo la zona di Kara Tepe, senza acqua, nè cibo, nè bagni. La polizia bloccava l’entrata e l’uscita della zona. Camminavi per strada e i bambini ti chiedevano acqua, cibo e alcune madri ti  chiedevano  cosa fare per i loro bambini ammalati. Nell’unico negozio aperto fuori della strada bloccata dalla polizia il latte costava il doppio di prima e il mercato nero era un’altra faccia della loro tragedia.

Ogni giorno c’erano manifestazioni di donne e bambini che urlavano “No Camp, Freedom!” Le manifestazioni degli uomini erano a volte attaccate dalla polizia che lanciava  lacrimogeni contro le famiglie, non curanti dei pianti dei neonati che avevano già sviluppato problemi respiratori a causa dell’incendio. E mentre alcuni migranti facevano lo sciopero della fame e spingevano gli altri a rimanere sulla strada per mostrare le dimensioni della tragedia, nella speranza di sensibilizzare l’Europa, un altro campo è stato costruito al posto di Moria entro pochi giorni, accanto a quello municipale di Kara Tepe.

Ci sono testimonianze  di lavoratori dell’agenzia Greca dell’Asilo e delle ONG che  affermano  di essere stati costretti a costruire il nuovo campo, di essere stati prelevati con la forza, senza preavviso e di essere stati obbligati a lavorare come schiavi, con ritmi frenetici  alla  costruzione della nuova struttura. Con lo stesso metodo coercitivo la polizia ha costretto tutti i migranti ad entrare nel campo con il ricatto “chi non entra, non avrà mai il permesso di asilo”.

Il 18 settembre, 10 giorni dopo l’incendio la strada è stata riaperta e tutti i migranti sono stati spinti al nuovo campo che si presenta con pochissimi bagni chimici, senza la doccia e senza un sistema di drenaggio. Le persone positive al  COVID-19,  sono  state isolate in una  parte del campo con scarse condizioni igieniche.

Le code per l’unico pasto del giorno, per l’acqua, per l’uscita e per l’ingresso alla struttura  sono infinite, le donne, senza bagni decenti, soffrono di problemi ginecologici; alla prima pioggia di ottobre (8-10-2020), tutto il campo si è trasformato in un mare di fango.

Mentre il governo greco vuole mostrare al mondo che ha risolto il problema di Moria, nella realtà il nuovo campo è così sovraffollato che ci sono profughi i quali sostengono che la situazione precedente era un hotel di lusso rispetto a quella attuale. Personalmente, ho visto  la situazione a Moria, poi quella lungo ai bordi della strada e ora il nuovo campo, ho parlat?  con donne e uomini, sia rifugiati sia locali, e ho capito che la crisi umanitaria può succedere accanto a noi anche se facciamo finta di non vedere niente,  come è  successo tante  volte nella Storia.

Per quanto riguarda la comunità locale c’è chi pensa che i  migranti siano responsabili del   loro destino, perché sono loro che hanno procurato l’incendio e quelli che soffrono sono gli abitanti dell’isola. Una vera crisi umanitaria si è svolta in un’isola europea ma l’Unione  Europea e gli abitanti dell’isola in particolare non la percepiscono o addirittura se ne sentono vittime, la comunità locale è arrabbiata per la chiusura della strada e dei negozi della zona.…  a tanto può portare la mancanza di empatia!

Tanti cittadini di Lesbo mostrano oramai apertamente il loro volto crudele, noto già dagli attacchi di febbraio e marzo scorso; ecco un esempio di cui sono stata testimone oculare:  dopo una manifestazione antifascista l’11 settembre e mentre la polizia perseguitava i manifestanti lanciando lacrimogeni, ho visto gli abitanti greci di un quartiere  popolare  di Mytilini rincorrere un ragazzo antifascista, per aggredirlo, perché ogni solidale ai migranti è ormai un nemico del popolo. Lo stesso giorno, ho visto un greco attaccare un afghano di 19 anni, e mentre altre persone lo proteggevano, nascondendolo in un bar, un gruppo di neofascisti si sono radunati fuori dal bar per stanare la loro preda e linciarla, essi urlavano dicendo che i migranti non sono uomini, ma animali e quelli che li proteggono sono traditori della patria. Infine il ragazzo è stato scortato a casa perché ha avuto la fortuna di nascondersi in un bar solidale con i migranti: altri non sono stati così fortunati e sono state vittime della violenza razzista, come successe spesso nell’epoca prefascista e prenazista.

Come nel passato era un crimine proteggere un ebreo, anche oggi il governo greco vuole intimidire il movimento solidale che aiuta i migranti e denuncia la violazione dei diritti umani e del diritto internazionale, vuole intimidire quelli che testimoniano i respingimenti, le pessime condizioni di vita dei profughi e il quotidiano razzismo. Vogliono intimidire non solo le ONG,   ma anche i gruppi indipendenti e i volontari internazionali, che hanno fatto un lavoro meraviglioso per i senza tetto sulla strada di Kara Tepe. Vogliono intimidire il movimento internazionale di solidarietà, attivo a Lesbo. Dalla fine di settembre i mass media parlano del grande successo della polizia che ha scoperto la banda di 33 persone di 4 ONG coinvolte nel traffico dei migranti mentre ancora non si è cominciata ufficialmente nessuna inchiesta vera contro di loro.

Il piano del governo è mandare via quelli che denunciano ciò che succede a Lesbo, per non lasciare testimonianze del suo progetto riguardo ai migranti. Primo, respinge tutte le barche indietro verso la Turchia, perché non ci siano neoarrivati. La settimana 21-27 settembre 2020 sono arrivate 79 persone nelle isole dell’Egeo (nessuna a Lesbo) mentre l’anno scorso nello stesso periodo ne erano arrivate 2.868. Allo stesso tempo, le condizioni di vita al  nuovo  campo di Kara Tepe sono pessime ma almeno i rifugiati possono entrare e uscire. Si parla di costruire un altro campo chiuso in un posto isolato probabilmente entro una foresta fuori della città di Mytilini, oppure di trasformare il nuovo campo in un luogo di reclusione. Il governo sta per chiudere il campo di PIKPA e quello municipale di Kara Tepe, i due campi-modello per quanto riguarda le condizioni di vita. Invece di prenderli come esempio per creare  altre strutture come queste e nonostante la grande campagna in loro favore, li chiude. Sta per trasferire anche quelli che abitano negli appartamenti attorno alla città di Mytilene, ma dove finiranno tutte queste persone vulnerabili? Non si sa. L’importante è isolarle e render loro la  vita difficile. Quelli che hanno già l’asilo possono essere trasferiti altrove nella Grecia continentale e lasciati da soli, ad arrangiarsi per trovare vitto e alloggio; gli altri finiranno al campo chiuso aspettando un giorno di essere espulsi.

Gli ultimi giorni sono state trasferite migliaia di persone che hanno già l’asilo in diversi luoghi della Grecia e al momento si trovano a Lesbo quasi 8.000 persone al nuovo campo e 2.000 in appartamenti e altre strutture.

Ogni giorno che passa, io parlo con donne e uomini capisco che la situazione è peggiore di quello che pensassi: non avrei mai immaginato quante persone tentano di suicidarsi e non potevo immaginare, che il carcere di Moria, di un paese europeo, dove mettevano quelli che volevano espellere, è considerato dai reclusi, peggiore delle carceri della Turchia. Ciò mi ha detto un ragazzo siriano che è rimasto lí per 8 mesi, aggiungendo che la polizia greca ha smesso di picchiarlo, solo quando si è autolesionato. Dalle percosse alla burocrazia, chi non  ha vissuto in questa situazione, non può sapere come vengono trattate queste persone dalla polizia e dalle autorità amministrative: in modo disumano. Mentre questa orribile situazione   sta attorno a noi, la comunità locale ed europea chiude gli occhi. Per noi europei, è arrivata l’ora di vedere, l’ora di rileggere Se Questo è un Uomo di Primo Levi e far sì che la storia dei soprusi della “razza bianca” non si ripeta. E per i migranti sarebbe bellissimo e giusto ricominciare con le loro iniziative educative per i bambini come la scuola e potersi organizzare dal basso, come fanno ogni volta che la pioggia trasforma la loro tenda in un lago.

Athanasia Kontocristou Lesbo, ottobre 2020

Testo diffuso dalle “Donne in nero della Casa delle donne di Torino” sabato 17 ottobre 2020 al Festival della Nonviolenza

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