Un racconto da Lesbo | Athanasia Kontocristou

Athanasia Kontocristou

Mi chiamo Sia, sono greca e abito a Lesbo da più di un anno e mezzo. Ho scelto di  vivere  qua per due ragioni, primo perché faccio un dottorato all’Università dell’Egeo sul femminicidio, analizzando le somiglianze e le differenze del fenomeno in Italia e in Grecia. Poi, ho scelto Lesbo perché faccio la volontaria per i profughi. Collaboro con ONG, come il Centro delle Donne Bashira, insegnando greco, sopratutto alle donne profughe e ai bambini. Loro, donne    e bambini, sono i più vulnerabili dei vulnerabili, escono meno degli uomini e conoscono meno le lingue. Oltre all’insegnamento, aiuto come interprete e traduttrice, nelle procedure amministrative ma anche nelle attività ricreative, andando per esempio a fare sport  o  a nuotare con le donne e i loro bambini. Tantissime donne e bambini hanno assistito ai miei  corsi di greco dall’età di 5 anni fino ai 45. Tramite queste esperienze ho avuto l’opportunità di parlare con molte donne, conoscere le loro storie e sentire i loro problemi e condizioni di vita.

Sono diventata amica con alcune di loro, sono entrata nelle loro tende, camere  o  appartamenti e ho visto che ci sono persone che possono essere generose anche se non hanno niente da offrire. Di più, ho conosciuto tante volontarie e volontari che  vengono a  Lesbo da tutto il mondo, sopratutto dall’Europa, dagli Stati Uniti d’America e dall’Australia e posso dire che il clima multiculturale esistente a Lesbo non c’è in altri piccoli posti  della  Grecia. Ho conosciuto in questo piccolo posto grandi umanisti e attivisti, eroi di solidarietà. Questo multiculturalismo, che per la popolazione locale dell’isola è un cambiamento negativo, per me è la cosa che mi tiene sul posto. Qua ho visto la forza della sopravvivenza, la grandezza della solidarietà con la speranza che tutte le culture possano convivere in modo armonico come gli uccelli migratori che trovano un posto sulla terra.

Ma chi sono questi migranti? Da dove provengono i richiedenti asilo? E come  vivono  a Lesbo? Secondo l’ Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNCHR) e il suo rapporto del 17-23 Agosto 2020, la maggioranza delle persone sulle isole greche dell’Egeo proviene dall’Afghanistan (47%) e dalla Syria (19%) Poi, una parte proviene dalla Repubblica Democratica del Congo (6%), dalla Somalia, dalla Palestina, e da altri paesi. Il 47% sono uomini, il 22% donne, il 31% bambini. Un 12% dei bambini sono non  accompagnati,  sopratutto dall’Afghanistan.

La stragrande maggioranza di queste persone a Lesbo vive al campo di Moria. Il campo di prima accoglienza ha una capienza massima di 3.000 unità mentre al momento si trovano più  o meno 13.000 persone e all’inizio dell’anno ce n’erano 20.000. Migliaia di persone  non trovano altra soluzione che vivere nel fango degli uliveti, nota come jungla, che circonda il campo, in tende o strutture auto-costruite con materiali di fortuna. Le condizioni di vita sono insopportabili, manca l’acqua, il cibo, non c’è sempre corrente elettrica, i bagni sono  pochissimi e sporchi e l’unica cosa da fare è mettersi in fila per prendere un litro d’acqua al giorno per bere, per andare al bagno e per mangiare. In queste condizioni le liti con coltelli tra afgani e africani o tra diverse etnie sono frequenti e a volte sono mortali. Solo nel 2020 sono state uccise a Moria almeno 7 persone e tante sono state ferite ma come dice l’intellettuale francese Bernard Henri Levy “è strano che non ci siano più uccisioni in queste condizioni”, “è strano che non si tratta di una vera giungla che uno è sempre contro l’altro”.  Però, I problemi  ci sono. Un altro serio problema è il rischio dell’abuso sessuale per le donne ma anche  per tutti i minorenni, sopratutto quelle e quelli che abitano negli uliveti, tanto che preferiscono non dormire la notte e non andare al bagno, portando a volte pannolini. Tutto ciò è scritto nei giornali.

Dalla mia esperienza personale posso confermare alcune cose: prima di tutto che tanti  migranti mi hanno raccontato del loro pericoloso viaggio in mare mentre le autorità marine li respingevano verso la Turchia, provocando onde al mare. Anche se si sono trovati in carcere per alcuni giorni in Turchia, hanno tentato lo stesso viaggio 3-4 volte e alla fine ce l’hanno  fatta. Arrivati a Moria, comincia la prossima avventura. Una famiglia, che ha vissuto 8 mesi a Moria, mi ha raccontato la sua storia: si tratta di una famiglia eritrea, madre, padre e bambino di 7 anni, che è arrivata prima col passaporto falso dal Sud Sudan in Turchia e poi via mare in Grecia pagando quasi 25 mila dollari, 7 mila per ogni passaporto falso e 3.750 dollari per il pericoloso passaggio marino dalla Turchia a Lesbo. Di Moria la madre della famiglia ricorda i bagni sporchi, le sue crisi di panico e i suoi problemi di salute, che si sono creati o aggravati a Moria, e certo i topi. Il padre racconta un mondo di violenza dove la notte escono i coltelli e succedono cose che lui aveva visto solo nei film prima di trovarsi lì. Anche il bambino ricorda  le liti tra i bambini che diventano aggressivi e depressi, facendosi male l’un l’altro. Fortunatamente, la madre è stata definita vulnerabile, a causa dei suoi problemi di salute, e si è trasferita nel campo dell’ex PIKPA, gestito dall’ONG Lesvos Solidarity dove le condizioni sono piuttosto buone.

La realtà nei diversi campi di Lesbo è diversa. Moria è peggiore del campo municipale di Kara Tepe o quello di PIKPA dove si trovano i casi più vulnerabili. Poi, ci sono i rifugiati che abitano negli appartamenti dell’isola, tramite una procedura gestita di solito dalle ONG e dalle organizzazioni internazionali. Alla fine, ci sono le strutture schifose di prima accoglienza al  nord dell’isola dove mettono i neoarrivati e quelli positivi al COVID-19.

Ma la situazione dopo le elezioni del 2019 va sempre peggio. Dopo la vittoria del partito di destra di Nuova Democrazia e delle nuove autorità locali del luglio 2019, la non tolleranza e il razzismo sono diventati la realtà dell’isola, mentre gruppi di estrema destra attaccavano per quasi un mese i richiedenti asilo, i lavoratori delle ONG, le loro strutture e i  volontari. A febbraio e a marzo 2020 gruppi di cittadini, tipo neofascisti, bloccavano le strade verso Moria   e attaccavano chiunque passasse. Hanno picchiato un volontario norvegese di 70 anni, noto fotografo e cuoco del campo di PIKPA, che ancora oggi ha problemi di salute e non è più’ venuto a Lesbo. La polizia in questa situazione guardava invece di intervenire per proteggere le vittime. Come mi ha raccontato una volontaria tedesca di 24 anni, quando ha chiesto alla polizia di trattare meglio, cioè secondo la legge, quei migranti che manifestavano contro laviolenza, un poliziotto l’ha spinta, l’ha picchiata e le ha detto ‘Non c’è più la legge’. Questo clima si è creato pian piano, col passare del tempo, risultato anche del razzismo ufficiale del nuovo Governatore dell’isola che dichiarava nel gennaio scorso, in una  grande  manifestazione contro i richiedenti asilo, ‘vogliamo indietro le nostre isole, vogliamo indietro le nostre vite’ messe in pericolo dagli invasori islamisti.

Mentre nel 2015 la popolazione locale ha mostrato segni di tolleranza e di solidarietà, pian piano questo clima è cambiato, specialmente quando la popolazione locale ha capito che non si tratta di un passaggio transitorio ma i rifugiati e i loro campi sono stabili sull’isola. La paura ha preso la forma del puro razzismo, dell’odio contro l’Altro e il nazionalismo  greco  è  cresciuto contro la cultura altrui. Oggi quelli che vogliono affittare un appartamento o una camera ai richiedenti asilo vengono minacciati e a volte attaccati fisicamente. Un hotel è stato bruciato a Molivos (posto turistico dell’isola) e i proprietari che vogliono affittare i loro alberghi sono considerati traditori e nemici della popolazione locale.

Per quanto riguarda i cambiamenti di normativa, adesso è molto piu’ difficile ottenere l’asilo, essere definito vulnerabile, e prima di tutto è  più difficile arrivare in Grecia e  chiedere  asilo. La tattica per respingere i migranti prende nuove forme, respingendo non solo quelli che stanno sul mare ma anche quelli che sono arrivati sulle coste greche, arrestandoli di nascosto e mettendoli in nuove barche verso la Turchia. Il  calo del numero degli arrivi nel 2020 ha a  che fare con la tattica crudele e illegale delle autorità greche per respingere i migranti a tutti i costi. Anche se il governo greco, che segue la tattica Salvini, nega la realtà, ci sono oramai tante prove della violazione dei diritti umani e del diritto di  chiedere asilo. Secondo il  New  York Times, più di 1000 persone sono state respinte dal marzo 2020. Ma allo stesso tempo, Ursula von der Leyen, Presidente della Commissione Europea ha ringraziato la Grecia per essere lo scudo dell’Europa.

Di più, con la situazione del Covid-19 che peggiora, le cose sono cambiate per i rifugiati. Ci sono misure restrittive, cioè restrizione del movimento, al campo di Moria e di  KaraTepe dal  23 marzo. Per uscire ci  vuole un’autorizzazione speciale, che non è facile ottenere. Il  campo  è diventato quasi un’enorme prigione. Le donne che prima potevano passare le loro giornate fuori dal campo, andando per esempio al Centro delle Donne Bashira dove potevano fare un bagno, dormire, fare corsi di arte e lingue, oramai sono chiuse nel campo di Moria. I bambini passano tutto il tempo lì, cosa che crea ansia e depressione. Personalmente, ho notato il disturbo da stress post-traumatico in un bambino siriano di 12 anni che, anche se è stato trasferito dal campo di Moria al campo di PIKPA con le sue sorelline, non può controllare la  sua aggressività verso oggetti e persone.

Poi, con il COVID-19, la chiusura dei campi e il clima contro le ONG, sono state chiuse tante ONG e non vengono più tanti volontari. La vita cambia verso il peggio e il virus diventa una giustificazione per il governo per chiudere il campo di Moria. Il nuovo piano del governo è di trasformare Moria in un campo chiuso e chiudere tutte le altre strutture dell’isola dove i richiedenti asilo stavano meglio. Tutto diventa più burocratico anche per quelli che hanno ottenuto l’asilo, i profughi hanno dovuto lasciare le strutture dove abitavano a Lesbo e sono andati ad Atene, radunati in piazza Victoria. I nuovi programmi di residenza durano solo 6  mesi e i presupposti sono tanti, come per esempio i profughi devono trovare da soli la loro residenza. Ma non è facile affittare appartamenti perché i greci non glieli danno, non è facile trovare un lavoro, non è facile andare in Europa.

Allora cosa rimane? Stare per strada? Passare una vita ai diversi campi? Deprimersi? No, la forza della sopravvivenza è piu’ forte. Iniziative autogestite di solidarietà  si  creano dappertutto, anche dentro l’inferno di Moria, al di fuori delle ONG e delle organizzazioni internazionali. Di recente, gli stessi rifugiati, ragazzi e ragazze di Moria, hanno organizzato scuole per i bambini. Ogni sabato montano le tende e centinaia di bambini aspettano con   gioia e entusiasmo l’ora della scuola. I volontari insegnano farsi, francese, inglese e giocano con i bambini. Sotto il sole bruciante, i bambini sono contenti. Ho visto la gioia nei loro occhi come negli occhi di quelli che organizzano l’iniziativa.  La vita continua.  La speranza è  più forte della morte. E l’umanità è più forte del razzismo. Con questo augurio vi lascio. Saluti da Lesbo. Saluti da Mare Liberum, la nave che faceva monitoraggio nel mare prima delle misure restrittive, saluti dalle compagne e i compagni di Mare Liberum che mi hanno aiutato a fare questo video.


Guarda l’intervista a Sia

https://drive.google.com/drive/folders/13Z9BAffe1hK6rHkmDxK3wRX_1Py-O9cl

Lesbo, agosto 2020


Testo diffuso dalle “Donne in nero della Casa delle donne di Torino” sabato 17 ottobre 2020 al Festival della Nonviolenza

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