Cinema | La guerra non finisce mai | Recensione di Enrico Peyretti

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L’ultimo viaggio. Regia di Nick Baker-Monteys. Un film con Jürgen Prochnow, Petra Schmidt-Schaller, Suzanne von Borsody, Tambet Tuisk, Artjom Gilz.Cast completo Titolo originale: Leanders letzte Reise. Genere DrammaticoGermania, 2017, durata 107 minuti. Uscita cinema giovedì 29 marzo 2018 distribuito da Satine Film.

La guerra non finisce mai. È finita solo la guerra che non è mai cominciata. Le altre, come le mine sotto terra, o l’uranio nelle vene, restano minacciose, avvelenano la vita, possono riesplodere e ammazzare. Solo la guerra evitata fa giorni di vita. Il sangue versato macchia la terra, che continua ad urlare, come per Abele (Genesi 4,10), anni dopo anni. Eduard, 92enne, settanta anni dopo la fine della guerra che combatté in Ucraina con la Cavalleria Cosacca alleata dei nazisti, rimasto vedovo, torna su quei luoghi, alla ricerca della donna che là aveva amato, Svetlana, e vi incontra i discendenti che lo ricordano con affetto, perché allora aiutò quella popolazione contro i russi. Ma vi trova anche la nuova guerra riaccesa, che divide le famiglie ucraine, ritrova anche la memoria dolorosa dei crimini di guerra, che lui stesso commise, di cui ora si confessa colpevole. Un misto oscuro di bene e di male. La guerra usa gli uomini che le vengono offerti, per commettere il male, e gli uomini usati dalla guerra a volte riescono a mettervi un po’ di umanità, una pianticella che esce viva dall’incendio, come Daniele dalla fossa dei leoni. Il caso del “tedesco buono” (più noto quello raccontato da Nuto Revelli) l’ho conosciuto anch’io: Josef Schiffer, maresciallo feuerwerker (artificiere responsabile della polveriera di Pallerone, presso Aulla), un uomo che non commise atti di guerra, ma aiutò molto la popolazione civile (ne ho scritto spesso, e si legge anche nel mio blog).

La guerra, che taglia il corpo vivo dell’umanità, spinse Eduard ad aiutare gli uni e uccidere gli altri. Anche il bene che ha fatto è impuro, e semina male e dolore nelle generazioni. Il film è tedesco. Scrive il regista, Nick Baker Monteys: «Come conviviamo con il passato tedesco? Non ha significato per noi perché non vi abbiamo preso parte, o in realtà il passato ci influenza più di quanto pensiamo?». E conclude con speranza: «Il senso di umanità alla fine prevale sempre, anche a dispetto di folli ideali politici che tentano di dividere le persone». I nipoti affrontano la stessa questione: «Vogliamo veramente essere prigionieri del nostro passato? Siamo condannati a commettere gli stessi errori, ancora e ancora?». Rispondiamo noi.