Lettera al Presidente Emmanuel Macron | Annie Ernaux

Traduzione e nota introduttiva di Massimo Raffaeli

Spedita a France Inter che l’ha mandata in onda lunedì 31 marzo, questa lettera aperta di Annie Ernaux coglie, con la lucidità e lo stile esatto di chi ha scritto Les années (2008), uno stato d’animo che stenta a trovare adeguata espressione pure se è molto diffuso o comunque è latente nel senso comune. Ernaux punta all’essenziale e cioè rivendica il legame sociale come ultima istanza dell’essere al mondo e cioè dell’attuale sopravvivere alla logica darwiniana del capitalismo neoliberale, tipica di quanti già si augurano, all’indomani della fase acuta della pandemia, un irenico heri dicebamus. Per questo Ernaux sottolinea l’importanza del fatto che, in tanta calamità, beni e servizi essenziali siano pubblici o comunque siano pubblicamente tutelati, e per questo si appella, spogliandoli di ogni retorica, all’universalismo dei valori repubblicani, la libertà e la giustizia sociale.


Pubblichiamo questo testo anche perché le parole che danno inizio alla lettera della scrittrice francese – tratte dalla canzone di Boris Vian al tempo della guerra francese in Indocina, tradotta in italiano da Giorgio Calabrese e inserita dal cantautore Ivano Fossati nell’album Lindbergh. Lettere da sopra la pioggia del 1992 – sono le stesse usate da Goffredo Fofi al termine del suo discorso quando il 14 novembre 2013 inaugurò la sala multimediale del Centro Studi Sereno Regis dedicata a Gabriella Poli in via Garibaldi 13.

Enzo Ferrara


Cergy, 29 marzo 2020

In piena facoltà, egregio Presidente, le scrivo la presente che spero leggerà. A lei che è un appassionato di letteratura, una simile introduzione evoca certamente qualcosa. È l’inizio della canzone di Boris Vian, “Il disertore”, scritta nel 1954, tra la guerra di Indocina e quella d’Algeria. Oggi, benché lei lo proclami, noi non siamo in guerra, qui il nemico non è umano, non è un nostro simile, non ha pensiero né volontà di nuocere, ignora le frontiere e le differenze sociali, si riproduce alla cieca saltando da un individuo a un altro.

Le armi, visto che lei tiene a questo lessico guerresco, sono i letti d’ospedale, i respiratori, le mascherine e i test, è il numero dei medici, degli scienziati, dei sanitari. Ora, da che lei dirige la Francia, è rimasto sordo al grido d’allarme del mondo sanitario e quello che si poteva leggere sullo striscione di una dimostrante lo scorso novembre, “Lo Stato conta i soldi, noi conteremo i morti”, oggi risuona tragicamente. Lei ha preferito ascoltare coloro che sostengono il disimpegno dello Stato preconizzando l’ottimizzazione delle risorse, la regolazione dei flussi, tutto un gergo scientifico senza più carne, senza più realtà.

Ma faccia attenzione, sono per la maggior parte i servizi pubblici, in questo momento, che assicurano il funzionamento del paese: gli ospedali, l’istruzione e le sue migliaia di insegnanti, di educatori, così mal pagati, la rete elettrica pubblica, la posta, il metrò, le ferrovie. E tutti quelli di cui lei ha detto tempo fa che non erano nulla, adesso sono tutto, quelli che continuano a svuotare i cassonetti, a stare alla cassa, a consegnare le pizze, a garantire una vita altrettanto indispensabile di quella intellettuale, la vita materiale. Strano come la parola “resilienza” significhi ripresa dopo un trauma. Noi non ci siamo ancora.

Si guardi, signor Presidente, dagli effetti di questo periodo di confino, di sconvolgimento del corso delle cose. È un tempo propizio a rimettere le cose in questione, un tempo per desiderare un mondo nuovo. Non il suo, non quello in cui i politici e i finanzieri già riprendono senza pudore l’antifona del “lavorare di più”, fino a 60 ore la settimana. Siamo in molti a non volere più un mondo dove l’epidemia rivela diseguaglianze stridenti. E, al contrario, in molti a volere un mondo dove i bisogni essenziali, nutrirsi in maniera sana, curarsi, avere un alloggio, educarsi, coltivarsi sia garantito a tutti, un mondo di cui le attuali solidarietà mostrano appunto la possibilità.

Sappia, signor Presidente, che non ci lasceremo più rubare la nostra vita, non abbiamo che questa e “nulla vale quanto la vita”, ancora una canzone, di Alain Souchon, né imbavagliare a lungo le nostre libertà democratiche, oggi ristrette, libertà che permettono alla mia lettera, contrariamente a quella di Boris Vian, vietata alla radio, di essere letta stamattina sulle onde di una radio pubblica.

Annie Ernaux

 Testo francese originale

«Je vous fais une lettre/ Que vous lirez peut-être/ Si vous avez le temps ».

À vous qui êtes féru de littérature, cette entrée en matière évoque sans doute quelque chose. C’est le début de la chanson de Boris Vian Le déserteur, écrite en 1954, entre la guerre d’Indochine et celle d’Algérie. Aujourd’hui, quoique vous le proclamiez, nous ne sommes pas en guerre, l’ennemi ici n’est pas humain, pas notre semblable, il n’a ni pensée ni volonté de nuire, ignore les frontières et les différences sociales, se reproduit à l’aveugle en sautant d’un individu à un autre. Les armes, puisque vous tenez à ce lexique guerrier, ce sont les lits d’hôpital, les respirateurs, les masques et les tests, c’est le nombre de médecins, de scientifiques, de soignants. Or, depuis que vous dirigez la France, vous êtes resté sourd aux cris d’alarme du monde de la santé et ce qu’on pouvait lire sur la banderole d’une manif en novembre dernier -L’état compte ses sous, on comptera les morts – résonne tragiquement aujourd’hui. Mais vous avez préféré écouter ceux qui prônent le désengagement de l’Etat, préconisant l’optimisation des ressources, la régulation des flux, tout ce jargon technocratique dépourvu de chair qui noie le poisson de la réalité. Mais regardez, ce sont les services publics qui, en ce moment, assurent majoritairement le fonctionnement du pays : les hôpitaux, l’Education nationale et ses milliers de professeurs, d’instituteurs si mal payés, EDF, la Poste, le métro et la SNCF. Et ceux dont, naguère, vous avez dit qu’ils n’étaient rien, sont maintenant tout, eux qui continuent de vider les poubelles, de taper les produits aux caisses, de livrer des pizzas, de garantir cette vie aussi indispensable que l’intellectuelle, la vie matérielle.

Choix étrange que le mot « résilience », signifiant reconstruction après un traumatisme. Nous n’en sommes pas là. Prenez garde, Monsieur le Président, aux effets de ce temps de confinement, de bouleversement du cours des choses. C’est un temps propice aux remises en cause. Un temps   pour désirer un nouveau monde. Pas le vôtre ! Pas celui où les décideurs et financiers reprennent déjà sans pudeur l’antienne du « travailler plus », jusqu’à 60 heures par semaine. Nous sommes nombreux à ne plus vouloir d’un monde dont l’épidémie révèle les inégalités criantes, Nombreux à vouloir au contraire un monde où les besoins essentiels, se nourrir sainement, se soigner, se loger, s’éduquer, se cultiver, soient garantis à tous, un monde dont les solidarités actuelles montrent, justement, la possibilité. Sachez, Monsieur le Président, que nous ne laisserons plus nous voler notre vie, nous n’avons qu’elle, et  «rien ne vaut la vie» –  chanson, encore, d’Alain  Souchon. Ni bâillonner durablement nos libertés démocratiques, aujourd’hui restreintes, liberté qui permet à ma lettre – contrairement à celle de Boris Vian, interdite de radio – d’être lue ce matin sur les ondes d’une radio nationale.

Annie Ernaux

Dal sito “Le parole e le cose

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