Perché non posso dirmi contenta | Cinzia Picchioni

Cito, trasformandolo (manca anche il secondo «non»), il famoso libro di Benedetto Croce perché leggendo la notizia di cui parlerò mi sono ritrovata a chiedermi? «Perché non esulto? Dovrei essere contenta… e invece no!»

Ecco dunque – solo come riflessione – le motivazioni che non mi fanno applaudire alla messa al bando della plastica usa-e-getta.

La direttiva è dell’Unione Europea, e naturalmente riporta la data «entro il…» 2021 (perché non immediatamente dite? Ma naturalmente per terminare le scorte, per lasciar morire ancora un po’ di capodogli e balenottere, per spargere ancora un po’ di plastica nei fiumi e quindi nel mare…). Il divieto riguarda le posate (forchette, coltelli, cucchiai e bacchette), i piatti, le cannucce, i bastoncini di plastica per i palloncini, i contenitori per alimenti, le plastiche ossi-degradabili (cioè che si frammentano con luce a caldo)…

Non so perché, ma invece di sentirmi contenta, mi sento offesa. Insieme a tutte le persone mi sento offesa. La Legge dell’Unione Europea mi sembra un’offesa per l’intelligenza umana. Non voglio dire che l’Unione Europea abbia voluto offenderci. La ritengo io un’offesa all’intelligenza umana. Perché ancora una volta abbiamo avuto bisogno di una legge, di una regola, di una norma, qualcuno che ci dicesse cosa fare, con la forza. Da soli non siamo capaci. 

Non siamo stati capaci di capire – quando ce l’ha detto/scritto qualcuno più lungimirante di noi – che non avremmo dovuto usare la plastica, e che bastava riflettere sul fatto che derivi dal petrolio per capire che – come minimo – fosse da usare con cautela.

Non siamo stati capaci di capire – usando la plastica – di doverne fare un utilizzo oculato, solo quando davvero serve e non se ne può fare a meno.

Non siamo stati capaci di capire che – anche se riciclata – la plastica andava usata con parsimonia (per non dire con avarizia) e mai buttata via e basta.

Non siamo stati capaci di capire – quando ce l’hanno detto con dati scientifici alla mano – che l’acqua in bottiglia non è meglio di quella del rubinetto, e che potevamo/dovevamo smettere subito di acquistarla-berla-buttare la bottiglia dopo 5 minuti da quando avevamo svitato il tappo (a proposito: aspettiamo la prossima direttiva dell’UE per smettere di comprarla?)

Forse controccorente, non sono mai stata né contenta né d’accordo sulla raccolta differenziata. Conoscendo l’umano ho subito visto la forma-pensiero che si è creata nelle menti di tutti: «poi però la riciclo, quindi posso comprarla». Siamo sempre in cerca di modalità e comportamenti che ci puliscano la coscienza, invece di cercare sistemi più radicali. Ma il rifiuto va eliminato alla f-onte, non alla f-ine.

Si sapeva… si sapeva

Non siamo stati capaci di capire di ridurre l’uso della plastica autonomamente, quando hanno cominciato ad arrivare i primi dati.

Le microplastiche anche nel Mediterraneo? Erano gli anni Cinquanta quando si è scoperto il problema dell’inquinamento da plastica nei mari per la prima volta, poco dopo l’impiego di plastica derivata dal petrolio nella produzione di beni di largo consumo. 

La plastica nella Fossa delle Marianne? Negli anni Sessanta le plastiche costituivano meno dell’1% dei rifiuti solidi urbani, mentre nel 2011 erano il 12%, e oggi arrivano dappertutto. Nel mondo si producono resine e fibre plastiche per 380 milioni di tonnellate (380.000.000 di tonnellate), e i dati si riferiscono al 2015. Nel 1950 se ne producevano 2 milioni di tonnellate; possiamo fare da soli le debite proporzioni per sapere il dato di oggi… Fin dagli anni Settanta tutte le industrie petrolchimiche erano (o avrebbero dovuto essere) consapevoli dei problemi causati dai loro prodotti.

L’isola di plastica nel Pacifico? Dagli anni Novanta, nell’Oceano Pacifico è stato identificato il Pacific Garbage Patch, un ammasso di rifiuti galleggianti (soprattutto frammenti plastici più piccoli di 5 mm) di almeno un milione di chilometri quadrati. Si suppone che l’80% di quei detriti giunga al mare dalla terraferma, tramite i fiumi. 

No, basta! Non è l’uso che se ne fa…

Vorrei non dover più ascoltare questa frase (c’è sempre qualcuno che la pronuncia, quando si chiede di non usare più qualcosa, anche ma non solo sulla scia della semplicità volontaria); dipenderebbe dall’uso che se ne fa se l’essere umano non fosse fatto com’è fatto. L’abbiamo visto, nei decenni, con tutti i mezzi tecnologici con cui siamo entrati in contatto (e con la plastica è stato lo stesso!). Se abbiamo l’auto la usiamo sempre, anche quando non serve, se abbiamo il cellulare lo usiamo sempre, anche quando non serve, se abbiamo i piatti di plastica li usiamo sempre, anche quando non servono, se abbiamo i tovaglioli di carta li usiamo sempre, anche quando non servono… pensiamoci… è così.

Consiglio pratico: quando andiamo in un posto dove sappiamo che si mangerà, perché non ci portiamo da casa un piatto, una posata e un bicchiere (o, meglio, una bottiglietta o, meglio ancora, la nostra borraccia)? Ognuno riporterà a casa solo 1 piatto e 2 posate da lavare, e chi ha organizzato non avrà dovuto procurarsi i piatti, i bicchieri, le posate di plastica. Fra un po’ sarà obbligatorio. Finora sarebbe stato semplice e volontario. Bastava pensarci. 

Infine, per chiudere, riporto le parole di Gandhi, tratte dal numero 16 de I quaderni Satyagraha; vi si tratta del fondamentale compendio del pensiero di Gandhi, Hind Svaraj: a uno dei critici che lo accusavano, con quel libro, di voler tornare “ai tempi bui dell’ignoranza”, il Mahatma rispose che «è un tentativo di vedere la bellezza nella semplicità volontaria, nella povertà e nella lentezza. Vi ho descritto quello che è il mio ideale».

Una replica a “Perché non posso dirmi contenta | Cinzia Picchioni”

  1. Scrivi cose giuste sul passato, sul presente e sul futuro. Ma penso convenga dare atto che la direttiva dell'Unione Europea, sia pure tardiva e limitata, va nella direzione giusta. E prendere atto che in altre realtà economiche e sociali di dimensioni analoghe o superiori (es. USA, Russia, Cina) non se ne parla.

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