Da Eboli ai social media. Quando élite e popolo si incontravano… | Claudio Belloni

Dopo un lungo e assiduo ascolto, la radio (tranne per la rassegna stampa e poche altre trasmissioni di approfondimento) mi ha un po’ stufato, perché, nel fornire informazioni, tende a dar voce in modo superficiale a una realtà che appare sempre più ripetitiva e sempre meno interessante. Da qualche tempo, dunque, durante i viaggi in auto e le corse per i campi ho cominciato ad ascoltare audiolibri e podcast vari. Ascolto di tutto, un po’ a caso, scaricando romanzi dove capita. Vista la disponibilità limitata di titoli, ho dato una seconda possibilità anche alla letteratura italiana che, dopo le letture obbligatorie del liceo, avevo abbandonato quasi completamente per alcuni decenni. Ebbene, ultimamente ho ascoltato in sequenza Una questione privata di Fenoglio, I piccoli maestri di Meneghello, Cristo si è fermato a Eboli di Levi e La pelle di Malaparte.

Al di là del mio vario apprezzamento e delle chiare differenze tra questi autori, emerge un elemento comune che forse contribuisce a spiegare uno dei momenti storici più luminosi della storia d’Italia degli ultimi secoli: il secondo dopoguerra. Il servizio militare obbligatorio, la mobilitazione di massa, il confino, la prigionia, la resistenza e molte altre esperienze eccezionali di quegli anni tragici hanno messo forzatamente in contatto gli intellettuali italiani con persone e ambienti che probabilmente non avrebbero mai incontrato in condizioni di vita normali. L’élite destinata a passare dai licei e dalle università alle scrivanie della classe dirigente si trovò a vivere improvvisamente circondata da contadini e operai, spesso analfabeti, tra i vicoli miserabili di Napoli o dei paesi più remoti della Lucania, del Veneto e delle Langhe.

L’élite di quella generazione non poté rimanere insensibile alla miseria del popolo italiano; e quando finì la guerra, almeno per qualche tempo, toccò proprio a quelle persone assumere delle responsabilità, perché il disastro aveva ampiamente screditato la classe dirigente che le aveva precedute. Prima, nel ventennio, il fascismo aveva emarginato la storica classe dirigente liberale e conservatrice, poi, dopo il 1945, il disastro del ventennio aveva smascherato la classe dirigente fascista mettendola parzialmente da parte. Come in una magica sospensione si era aperto un varco e non si sarebbe potuto immaginare un momento migliore per votare i rappresentanti all’Assemblea Costituente. I candidati venivano dalle patrie galere, dalle baite in montagna, dai fronti di guerra, ove con operai e contadini avevano provato fame, freddo, paura, insicurezza, pietà, cose che probabilmente non avrebbero mai potuto conoscere se per loro fosse andato tutto liscio a partire dal 1914. Quelli furono davvero i «rappresentanti» del popolo, e la nostra Costituzione incarna quella consapevolezza, quella sapienza, quella pietà, quella rara esigenza di emancipazione – rara perché, a differenza del solito, si trattava dell’emancipazione di altri e non innanzitutto di sé. La cosa più simile a una rivoluzione che sia mai accaduta in Italia rivendicava diritti per tutti, veramente per tutti. A fine Settecento in America e in Francia si parlava di uguaglianza, ma la si voleva per sé, non per i neri, le donne, gli schiavi, gli indigeni, ecc. I nostri intellettuali invece concepirono l’articolo 3, secondo il quale: «è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese».

Oggi, per fortuna, le esperienze tragiche della guerra dei trent’anni del Novecento ci sono risparmiate, dunque (ma) sono sempre meno le occasioni in cui si è costretti a vivere a contatto con persone lontane dai nostri ambienti familiari. Ci si frequenta tra simili, accomunati da interessi, provenienze, passioni che ci restituiscono l’immagine che abbiamo di noi stessi. I raffinati algoritmi dei social accentuano l’effetto di omogeneità e ci propongono contatti tra simili accorpando tribù virtuali di persone che vivono disperse nello stesso mondo reale senza incontrarsi. Forse è anche per questo che sempre più spesso ci si stupisce dei risultati delle consultazioni elettorali.

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