India, così grande, così sconosciuta | Elena Camino

India, alle radici dell’industrializzazione selvaggia

Torino, dicembre 2007. Viene in visita a Torino un’attivista indiana di nome Medha Paktar, già nota per la sue lotte a difesa di popolazioni minacciate di essere allontanate dai loro territori in seguito alla costruzione di una grande diga sul fiume Narmada. Nel corso della sua visita incontra sindacalisti, industriali, attivisti ed è invitata a un incontro presso il Centro Studi Sereno Regis, che pubblica il testo di una sua lettera rivolta ai parlamentari italiani. Nel Bengala occidentale è in atto una “campagna di industrializzazione” che è stata inaugurata dalla Prima Industria indiana (la conglomerata Tata) in collaborazione con la Prima Industria italiana (Fiat) su un progetto che “ha fatto da perno” agli investimenti dall’Italia. Medha Paktar porta la voce di contadini, artigiani, pescatori di Singur che non ritengono persa la loro battaglia. Ma il tentativo di ricreare condizioni accettabili di sussistenza, dopo essere stati privati della sicurezza del lavoro nei campi, è una lotta impari.

Negli stessi giorni Medha Paktar viene intervistata da Daniela Bezzi, una giornalista freelance, che la conosce dai tempi dei suoi primi impegni a difesa di comunità rurali in India: “La prima volta che la incontrai (non confusa in un vociante corteo o nella folla di un comizio; ma di persona, per un’intervista) fu a Mumbai, in occasione di un sit-in di protesta contro le requisizioni di terra lungo il corso del fiume Narmada, assediato da un folle progetto di dighe: oltre 3000 tra piccole, medie e grandi. I lavori sulla diga più grande di tutte, la Sardar Sarovar, erano appena ripresi nonostante il vincolo (con tanto di sentenza della Corte Suprema dell’India!) di assicurare alternative di vita, ovvero di terra, alle popolazioni che avrebbero dovuto sloggiare. Era il marzo 2003”.

Il progetto della Tata a Singur non è stato portato avanti, ed è rimasto come esempio positivo nella storia delle lotte nonviolente in difesa dei propri spazi di vita. Diversamente sono andate le cose in un altro conflitto socio-ambientale, quello sorto in relazione alla progettazione e costruzione di una serie di dighe lungo il fiume Narmada, che portò all’allagamento di ampie estensioni di terreni fertili, abitati da sempre da comunità stanziali di contadini.

India, il dramma delle dighe

il Narmada Valley Development Plan (Nvdp) è un ambizioso progetto partito alla fine degli anni ’80 in India, che prevedeva la costruzione di un sistema di 3.165 dighe lungo il fiume Narmada, che scorre per più di 1.300 km attraversando tre Stati dell’India (Madhya Pradesh, Maharashtra e Gujarat). La valle del fiume è abitata da 25 milioni di persone, e dalla metà degli anni ’80 è teatro di un forte conflitto che vede la popolazione opporsi duramente alla costruzione, finanziata dai Governi con numerosi sponsor privati, di un enorme sistema di dighe, tre delle quali particolarmente imponenti. Nel 2004 una giornalista italiana, Marina Forti, pubblica un libro dal titolo “La signora di Narmada”, in cui racconta la storia della lotta del ?Movimento per la salvezza della valle di Narmada” (?Narmada Bachao Andolan”) che, nato a metà degli anni ’80, ancora oggi si batte per fermare la diga e perché gli sfollati ricevano terra coltivabile dove risistemarsi: ?terra in cambio di terra”, e non solo qualche soldo di risarcimento e un futuro negli slum urbani. Tra le personalità di spicco di questo movimento c’è Medha Paktar: è lei la ‘signora di Narmada’, che insieme ad attivisti, intellettuali, studiosi cerca di aiutare le decine di migliaia di sfollati, facendo pressione sul governo perché vengano risistemati con nuove case, nuove terre e risarcimenti.

Una donna tenace

Medha Paktar – nata nel 1954 – è stata presente di fianco alle popolazioni locali in molte delle lotte nonviolente che dagli anni ’80 ad oggi hanno caratterizzato l’impari confronto tra il governo indiano, con i suoi sostenitori locali (industriali, imprenditori) e internazionali (la Banca Mondiale, le multinazionali ) e le comunità di contadini, di pescatori, di popolazioni indigene che hanno cercato di opporsi al saccheggio e alla distruzione delle loro terre e delle loro case. Le fotografie che la ritraggono qui sotto mostrano i cambiamenti dell’età e della vita faticosa, dalle manifestazioni del 1994 (a sinistra) fino agli eventi più recenti, di pochi mesi fa, al termine di un digiuno durato 17 giorni (a destra).

Le vicende degli ultimi mesi vedono ripetersi il dramma degli sfollati e dei profughi, a causa dell’ulteriore innalzamento di una delle dighe: è del 23 agosto scorso la notizia, pubblicata dalla National Alliance of People’s Movements che Medha Paktar è stata scarcerata su cauzione dopo 15 giorni di prigione. Era stata arrestata, insieme ad altri attivisti, per aver manifestato contro la decisione del governo del Madhya Pradesh di aumentare ancora una volta l’altezza di una diga sul fiume Narmada, provocando l’allagamento di una vasta area, i cui abitanti non hanno avuto una risistemazione adeguata e permanente.

Ancora manifestazioni nonviolente

5 Settembre 2017. Satyagraha, ahimsha, fast… sono ancora queste le parole che accompagnano le proteste di Medha Paktar e degli attivisti della National Alliance of People’s Movements: la ricerca della verità, la nonviolenza, il digiuno, e insieme lettere, appelli, inviti ai governi e alla società civile, perché il governo accolga la richiesta di non procedere ad allagare per 214 km le aree a monte della diga (ormai alta 138 metri). In quel territorio vivono comunità di piccoli villaggi con case, campi coltivati e pascoli, negozi, templi, moschee, animali, migliaia di alberi. Come si può – come invece ha fatto il governo – dichiarare completata la diga e celebrarla come un dono alla nazione, se non si provvede a trovare una adeguata risistemazione alle popolazioni, a preservare i luoghi archeologici, a riforestare altre zone per compensare i boschi allagati?

Attualmente ci sono circa 40.000 famiglie che vivono nell’area destinata ad essere sommersa. Le promesse di ricollocamento fatte dal governo sono state respinte, perché si tratta di luoghi diversi da quelli concordati, senza le possibilità di vita e di lavoro per pescatori, artigiani, contadini senza terra; le abitazioni sono temporanee, e non rispondono alle leggi e ai requisiti stabiliti dalla Corte Suprema.

Il 15 settembre sono state aperte le chiuse, e l’acqua sta sommergendo ampie zone intorno alla diga. Per il 17 settembre è prevista una visita alla diga da parte del Primo Ministro, Narendra Modi, accompagnato da centinaia di Sadhu, Primi Ministri di vari Stati, e grandi e costosi festeggiamenti per il suo 67mo compleanno. Gli attivisti invece hanno appena concluso un lungo pellegrinaggio – il Narmada Nyay Yatra – attraverso i villaggi minacciati, e stanno organizzando incontri, dibattiti e altre azioni dimostrative per chiedere sostegno sia in India, sia a livello internazionale, per ottenere giustizia umana, sociale e legale.

Ed ecco un titolo di giornale fresco di stampa (17 settembre): Miracolo ingegneristico’, dice il Primo Ministro Narendra Modi: una guida in 10 punti alla diga Sardar Sarovar. L’articolo riferisce le parole pronunciate da Narendra Modi in un incontro pubblico dopo la cerimonia: “Una gigantesca campagna di disinformazione è stata condotta contro il progetto della diga, che è un miracolo di ingegneria”. La prima pietra è stata posta da Nehru quasi 60 anni fa, il 5 Aprile del 1961.Ma la costruzione ha avuto inizio solo nel 1987. E Modi prosegue: “ La diga di Sardar Sarovar diventerà simbolo della nuova ed emergente potenza dell’India.”

Due, dieci, mille Indie

L’India sta raggiungendo la Cina, e si sta avviando a diventare la Nazione più popolosa del mondo: 1 miliardo e 346 milioni di abitanti, a fronte della Cina (1 miliardo e 389 milioni). Dietro le cifre che attestano la vistosa crescita economica di questo Paese ci sono problemi sempre più drammatici, e che si stanno aggravando: povertà, ingiustizia sociale, degrado ambientale, conflitti violenti. Tra alcuni giorni – presso il Centro Studi Sereno Regis – sarà possibile conoscere alcuni di questi aspetti dell’India, che non compaiono sui principali media. Nell’incontro “ Altre Indie. Percorsi di ricerca nell’India che scomparesi potranno ascoltare i racconti e le riflessioni di alcuni testimoni: giovani studiose che hanno condotto ricerche sul campo, un esperto delle condizioni dei tribali, e la giornalista Daniela Bezzi, che da tantissimi anni segue con grande impegno le vicende di vari movimenti di protesta in India, da quelli nonviolenti contro le grandi dighe (si veda l’intervista sopra citata a Medha Paktar, del 2003) a quelli di gruppi armati che agiscono soprattutto nella fascia centrale dell’India1.

Per chi è interessato, quindi, appuntamento al 26 settembre, ore 15-18, presso il Centro Studi Sereno Regis.


1 Daniela BEZZI – Corridoio rosso. Viaggio nel Jharkhand tribale, epicentro di un territorio ingovernabile conteso da etnie, movimenti ribelli, grandi industrie a caccia di materie prime. L’efficienza dei maoisti. Una campagna elettorale tra miseria, corruzione e India Shining. In “LIMES – Pianeta India: politica, società, cinema, conflitti…”, 2009.

Una replica a “India, così grande, così sconosciuta | Elena Camino”

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