Memorie di guerra, memorie per la pace | Angela Dogliotti Marasso


Dal 4 all’8 maggio scorso ho partecipato a un viaggio 1sul confine orientale italiano della prima guerra mondiale. La visione dei luoghi che sono stati testimoni del dolore e dell’orrore della guerra, con la visita ai camminamenti e ai resti delle trincee sul Carso, alle gelide gallerie del Monte Grappa, ai dirupi scoscesi dell’altipiano di Asiago, rende concreta l’idea dell’immane carneficina che si è consumata in quei luoghi.

Per contro, i monumenti eretti in memoria delle vittime di quel massacro, i “sacrari” con i nomi dei soldati morti o con i resti dei militi ignoti, a Redipuglia, a Oslavia, sul Grappa, ad Asiago e in molti altri luoghi (la zona era cosparsa di cimiteri di guerra), costruiti in epoca fascista, narrano un’altra storia, quella degli “eroi” italiani, valorosi e civili, contro nemici disumani e barbari:

Degno figlio di una stirpe prode
e di una millenaria civiltà
resistette inflessibile
nelle trincee contese
prodigò il suo coraggio
nelle più cruente battaglie
e cadde combattendo
senz’altro premio sperare
che la vittoria e la grandezza
della patria” (Monte S.Michele, Monumento al Milite ignoto)

o ancora:

La mazza ferrata.
Arma novella di barbarie antica
Tutto sfogò su noi l’ira nemica” ( Redipuglia, Lapide)

Queste lapidi, questi monumenti, imponenti costruzioni in puro stile fascista, le statue dal volto maschio e volitivo, i labari, le numerose esposizioni di cannoni e attrezzature belliche, ben evidenziano come i simboli siano funzionali alla celebrazione e alla giustificazione di ciò che giustificabile non è, ovvero la carneficina di massa della guerra in età industriale.

La memoria è una risorsa fondamentale per dare un senso al passato.

Questa memoria, però, contrassegnata dall’ideologia del potere, responsabile dei morti che vuole celebrare come eroi e implicita portatrice di una volontà di vendetta, è una memoria regressiva, che ci riporta al mors tua, vita mea, alla lotta per il dominio del più forte, alla visione dell’altro come nemico da eliminare.

Ben diversa dalla memoria invocata da Primo Levi:”Meditate che questo è stato…”, un drammatico monito a prendere coscienza delle possibilità distruttive che l’umanità ha costruito e sviluppato, per attrezzarsi e vigilare affinché l’orrore non accada più. Memoria feconda, consapevole dei conflitti che attraversano l’esperienza umana e, proprio per questo, sollecitata alla ricerca di alternative.

Il Novecento è stato testimone dei più orrendi massacri, da quello degli Armeni, alla Shoah ebraica, al genocidio ruandese e alle pulizie etniche balcaniche, ma è anche il secolo nel quale il genio politico di Gandhi ha indicato una strada alternativa, la strada della trasformazione nonviolenta dei conflitti, della difesa non armata e nonviolenta, dei corpi civili di pace.

Quando i simboli del mondo dominante perdono la loro forza espressiva e il caos e la complessità prendono il sopravvento, i simboli cambiano e creano una nuova realtà”2 Abbiamo bisogno di creare nuovi simboli, perché la memoria del passato sia un monito per il presente e ci stimoli a trovare alternative alla violenza.

Per questo sono importanti le opere artistiche, le mostre, la riabilitazione dei fucilati per disobbedienza e diserzione… e una nuova narrazione storica che porti alla luce gli episodi di “pace” dentro la guerra3 come sono state le circa 20.000 obiezioni di coscienza in Inghilterra durante la prima guerra mondiale, le fraternizzazioni spontanee tra i soldati sui fronti, le proteste popolari animate soprattutto da donne, le organizzazioni antimilitariste e nonviolente nate a ridosso della guerra, come l’International Fellowship of Reconciliation, la War Resisters’ International e la Women International League for Peace and Freedom (quest’ultima nata in seguito agli sviluppi della Conferenza internazionale per la pace organizzata da pacifiste statunitensi ed europee all’Aja nel 1915)

Ma tutto ciò non rischia di essere un lusso culturale di fronte a tante questioni più attuali che ci urgono? Non credo, perché i semi di quelle ideologie violente e di quelle politiche sono presenti tuttora tra noi, seppur in contesti diversi: nei crescenti movimenti delle nuove destre italiane ed europee, nei muri fisici e mentali costruiti dalla paura politicamente strumentalizzata anziché affrontata con proposte lungimiranti, nell’indifferenza e nel qualunquismo dilaganti.

E’ nella cultura profonda che è dunque necessario incidere, per cambiare il paradigma della violenza inevitabile e necessaria e sostituirlo con nuove visioni e nuove pratiche (nuove ma anche “antiche come le montagne”) di empatia, cura, solidarietà, partnership, che sappiano farci riconoscere nel volto dell’altro, nella sua stessa fragilità, per combattere insieme le sfide epocali che abbiamo di fronte a livello sociale, economico, ambientale, etico-politico.

Perché tutto ciò non sia una pia illusione servono però energie, progetti concreti rivolti soprattutto ai giovani , perché sappiano trovare risposte soddisfacenti e costruttive alle diverse forme di violenza che vivono nella quotidianità; stimoli alla partecipazione e alla cittadinanza attiva, perché ciascuno riscopra la fiducia nel potere che ha nelle proprie mani e lo sappia esercitare a tutti i livelli e in tutte le forme che la creatività nonviolenta suggerisce, per trasformare la società e le istituzioni.

1 Il viaggio è stato organizzato dall’Associazione Santos Milani e dalla Scuola di Pace di Boves, in collaborazione con APICE, con la guida sui luoghi di don Maurizio Mazzetto, curatore del sito www.inutilestrage.it

2 J Smith, The Place of Symbols Upon Social Change: A Place on Which to Stand, 2005, citato in A.Donadio, Danzare tra le fauci del drago, Centro Gandhi Edizioni, Pisa, 2013

3 Si vedano, a questo proposito, tra le opere più recenti e più efficaci il bel libro di Anna Bravo, La conta dei salvati, Laterza, Bari, 2013 e il saggio di Ercole Ongaro Resistenza nonviolenta 1943-45, Emil, Bologna, 2013

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